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    Predefinito Anche l'Ecuador va a sinistra

    Da exit poll e "conteggi rapidi" il nuovo presidente è l'amico di Chavez Svolta a sinistra in Ecuador, vince Correa Il rivale Noboa non riconosce la sconfitta: «Un gigantesco imbroglio ai miei danni, aspetto il conteggio scheda per scheda»

    QUITO (ECUADOR) - Il giovane economista di sinistra Rafael Correa ha vinto il ballottaggio presidenziale svoltosi domenica in Ecuador. Secondo gli exit poll e un «conteggio rapido», ha messo fra sé e il suo rivale, l'imprenditore Alvaro Noboa, un margine di circa 13 punti che appare irrecuperabile. Il paladino dei poveri e degli indios e amico di Hugo Chávez ha dunque avuto la meglio sul miliardario e beniamino di Washington. Correa si configura così come l'ottavo capo di stato che entra in dieci anni a Quito nel Palazzo di Carondelet, di cui tre che non hanno potuto portare a termine il loro mandato: l'Ecuador, uno dei più piccoli Paesi latinoamericani, è certamente anche il più instabile.

    SEGGI CAMPIONE - In attesa delle cifre ufficiali che il Tribunale supremo elettorale (Tse) diffonderà appena possibile, l'organizzazione Participacion Ciudadana ha fornito dati quasi definitivi relativi a un «conteggio rapido» di 1.607 seggi campione. In base a questi, Correa (Alleanza paese) ha il 56,4%, contro il 43,6% di Noboa (Prian), con un margine di errore dello 0,8%. Va detto che Noboa non ha riconosciuto la vittoria del suo avversario, e ha prospettato la possibilità che sia in corso «un gigantesco imbroglio ai miei danni».

    Nelle prime dichiarazioni dopo aver appreso il risultato Correa, 43 anni, ha assicurato che il suo è un «trionfo della speranza e della cittadinanza», aggiungendo che ora comincia un'era di «giustizia sociale, istruzione, salute, lavoro, casa e dignità per tutte e tutti». Ha quindi detto che subito dopo il suo insediamento, il 15 gennaio, come successore di Alfredo Palacio, convocherà un referendum fra la popolazione affinchè si esprima se vuole o no la riunione di una Assemblea costituente per riscrivere la Carta Magna. Questa strategia, hanno rilevato gli analisti, è essenziale per il suo futuro presidenziale, perchè Correa non dispone di forze proprie nell'attuale Parlamento. Dopo aver sottolineato che «manterremo la dollarizzazione (il dollaro ha preso il posto della moneta nazionale, il sucre, ndr.) esattamente come è», il leader di Alleanza paese (Ap) ha concluso sostenendo che «oggi meno che mai firmerei un Trattato di libero commercio con gli Usa perch‚ distruggerebbe la nostra agricoltura, la nostra economia». L'unico riferimento specifico a temi di politica estera il leader di Alleanza paese lo ha riservato alla Colombia, chiedendo che nessuno dei protagonisti del conflitto armato interno del paese vicino (militari, guerriglieri delle Farc o paramilitari) «dovranno mettere neppure la punta di un piede in Ecuador». Nessun accenno invece ai potenziali rapporti con il Venezuela di Hugo Chavez, di cui non ha negato di essere un ammiratore. Senza perdere troppo tempo, Correa ha annunciato alcuni uomini del suo futuro governo, fra cui quello di Ricardo Patino all'Economia. In una intervista a Teleamazonas, Patino ha assicurato che la dollarizzazione (l'uso dal 2000 del biglietto verde nelle transazioni correnti) non sarà toccato, che cresceranno gli investimenti produttivi e quelli nell'area sociale. Le risorse per questi progetti, ha concluso, verranno da un diverso uso delle risorse energetiche - l'Ecuador è il 5/o produttore di greggio d'America latina - e da una possibile rinegoziazione del debito estero (di 10.000 milioni di dollari). Come prevedibile, il tema petrolifero sarà centrale, ed al riguardo Correa ha prospettato un possibile rientro dell'Ecuador nell'Opec. (ANSA).
    27 novembre 2006

  2. #2
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    Mi sembra una sinistra piuttosto annacquata (la definirei una sinistra all'italiana) quella di Correa. A parte gli immediati moniti alle Farc (che onestamente non credo che una nazione come l'Ecuador possa fattivamente sostenere ma che da un punto di vista strategico capisco perfettamente) non mi piace molto l'idea di scegliere il mantenimento della dollarizzazione.
    No ci sono dubbi che il dollaro sia molto più stabile del sucre (e senza essere cattivo o ironico direi che non ci vuole molto) ma non ha a mio senso a quel punto dichiarare poi di non volere rapporti economici con gli Stati Uniti. Mi sembra un pò una presa in giro. Fintanto che permane la dollarizzazione, il fatto che ci siano stretti rapporti economici con gli Stati Uniti mi sembra poco rilevante. Attraverso la dollarizzazione è indubbio che l'Ecuador rimarrà economicamente ancorato all'orbita statunitense. D'altronde la dollarizzazione serviva proprio a questo.
    Oltreutto non so alla fine quanto possa convenire all'Ecuador in questo periodo non sganciarsi dal dollaro il quale sarà pure stabile ma da un pò di tempo è in lenta ma inesorabile flessione, perdendo terreno soprattutto nei confronti dell'euro.
    Comunque staremo a vedere.

    A luta continua

  3. #3
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    Ottima analisi Sandinista. E' anche vero che un eventuale "sganciamento" dall'egemonia statunitense, partendo da zero, non è facile.
    Staremo a vedere.

    que viva nuestra america
    PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
    FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!

  4. #4
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    Mi inchino al ragionamento logico di Sandinista. 30 e lode!

  5. #5
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    Grazie compagni. fa sempre piacere ricevere dei complimenti da chi si stima.

    A luta continua

  6. #6
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    Si anche io condivido in pieno. E' anche vero che rifiutando il trattato di libero commercio l'asse politico si dovrebbe spostare automaticamente (anche se silenziosamente) verso il venezuela e la bolivia, le quali potrebbero dare una spinta rivoluzionaria notevole alla politica interna equadoregna.
    Staremo a vedere.

 

 

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