Eppure era chiaro che Benedetto XVI intendesse aprire il dialogo alla Turchia, a quella stessa Turchia che per rispettare delle ragioni geopolitiche, geostrategiche, finanziarie e per rispondere alle esigenze supreme dei narcodollari, gli americani vogliono a tutti i costi nella UE. Di quella Turchia che l’opinione pubblica europea respinge massicciamente e il cui processo d’integrazione continua perciò a subire rallentamenti. Era chiaro sin da settembre, ovvero dai tempi di quella “gaffe” sull’Islam - che non poteva di certo essere una sbavatura visto e considerato che in Vaticano non s’improvvisa - che dal Colle di Pietro si voleva andare a parare a un dialogo serrato, a una distensione con l’Islam turco.
Che questa decisione sia stata presa per dipendenza finanziaria dagli americani, per un calcolo politico bizzarro, per la resa di fronte l’evidenza, o per seguire l’insegnamento di Metternich, cioè di lasciar credere di aver prodotto noi stessi quello che non possiamo evitare, non è dato sapere.
Quello che è dato sapere, invece, è che, contrariamente a quanto vogliono i facitori di “scontri di civiltà” e a quanto s’illudono le residue forze “antagoniste”, la Chiesa non vuol combattere le Moschee.
I due fanatismi
Dovremmo dedurne che ci troviamo alle presenze di un sistema politico e psicologico globalizzato, e che tutto quello che era (apparentemente) valido fino a ieri, oggi non ha senso.
Si apre definitivamente l’era politica dei corridoi oligarchici, l’era del post/ideologico. Non nel senso che non vi siano più ideologie, ché, anzi, sotto l’apparente moderazione si fanatizzano; ma nel senso che ci troviamo oramai nell’era della doppia verità. I referenti di tutte le culture ideologiche e religiose si contendono gli spazi nel mondo oligarchico e giocano partite a scacchi assolutamente trasversali; i gruppi si mischiano fino al confondersi e al travasare elementi dell’uno in quello dell’altro.
Sotto, le plebi confuse e, ai margini delle plebi, la condensazione del fanatismo inerte, psicorigido e idiota che per la sua pericolosa stupidità rende “inevitabile” la dittatura moderata.
E nella società, per assicurare la coesione stessa del sistema, si vive d’insicurezza, di controllo globale, di allarme-terrorismo e di “scontro di civiltà”. Tant’è che all’evidente accordo turco-vaticano si è immediatamente risposto con la solita minaccia della Spectre/Al Qaeda e che varie organizzazioni clericali di destra si stanno riattivando con molta energia proprio in questi giorni.
Ma a che serve rilanciare le crociate e lo scontro con l’Islam se il papa la pensa altrimenti?
Semplicemente a questo: a trasporre in termini insolubili una contraddizione e un attrito sociale e culturale che sono al limite dell’insopportabile proprio per permettere che si procrastinino nella logica del “meno peggio”. E questo quando, affrontato altrimenti, l’intero problema dell’immigrazione, per esempio, potrebbe essere risolto anche in termini qualitativamente rivoluzionari.
Gli “antagonisti”
E qui veniamo al microcosmo degli “antagonisti”. In questo anno di grazia 2006 le maschere sono cadute tutte e il re è apparso nudo. Dapprima, con l’occasione delle politiche, si è scoperto che l’antagonismo duro e puro, fatto di recita di sé e di rimborsi elettorali, non aveva costrutto: che era solo autoreferenziale e che, al massimo, un partito “antagonista” avrebbe potuto assumere una funzione alternativa e di pungolo in un contenitore liberale.
Per non inginocchiarsi di fronte alla realtà, per non sputarsi in faccia di fronte alla prova dei fatti che di colpo sconfessava tutte le professioni di fede pre-elettorali, anziché fischiettare e fingere che nulla fosse accaduto, si sarebbe dovuto prendere atto della lezione e comprendere che si doveva assumere un ruolo del tutto diverso da quello che ci si era cuciti addosso: ovvero costituire un’élite, acquisire mezzi e metodi, innovare il linguaggio, stabilire degli obiettivi precisi e, soprattutto, intraprendere delle relazioni trasversali per realizzare delle convergenze oggettive.
Perché sono proprio delle convergenze trasversali che oppongono, ad esempio, partitari della Turchia in UE e suoi oppositori, fanatici dell’immigrazione e critici radicali della medesima.
Si tratta di trasversalità a 360° e non inter/area; perché la nuova morfologia sociopolitica ha mischiato le carte e lascia possibilità d’incidenza esclusivamente trasversali.
Ma questo significa abbandonare le chimere, le costruzioni astratte, l’affidamento ad altri dei nostri problemi, l’illusione che altri si apprestino a fare quello che pretendiamo noi (ad esempio che il papa si accinga a fare una crociata in difesa della cristianità).
Altrimenti, fino a quando si reciterà la parte degli “antagonisti” nei termini voluti dalla cultura dominante (e dalle sue propaggini estreme), non si farà che strumentalizzare se stessi, svalutare un patrimonio ideale e storico e, soprattutto, fornire armi solo ed esclusivamente agli avversari.
Perché, per esempio, è possibile far tornare indietro per via referendaria le leggi anti-cittadinanza del governo Proni, ma per vincere questa battaglia decisiva non si deve recitare il gioco degli ottusi chierichetti del KKK bensì realizzare convergenze ad ampio raggio, anche da sinistra, verso fasce intere che giustamente sfuggono l’esibizionismo pseudomuscolare e l’analfabetismo politico mascherato da slogan psicorigidi. Vieppiù perdenti perché non hanno alle spalle nessun referente forte, neanche il papato che chiamano in causa.
In attesa del “protagonismo”
Certo, sto auspicando una cambiamento radicale, una presa di coscienza, un far perno su di sé, quando oggi, proprio dopo la messa a nudo della primavera elettorale, la tendenza che prevale è invece quella dello struzzo che mette la testa sotto la sabbia, o quella del vinto imprigionato che strilla ai quattro venti di essere pericolosissimo. In effetti lo è: per se stesso e per chi gli dà retta.
Qui si deve abbandonare un intero modo di pensare e di recitare, un’attitudine a delegare a forze inesistenti e a contrapposizioni fantastiche la soluzione di problemi che possiamo affrontare soltanto da soli.
Qui si tratta di passare dall’ “antagonismo” al protagonismo: un protagonismo provocatorio, fantasioso, innovativo e radicale. Il tempo è questo ma non vi sono segni perché la trasformazione indispensabile avvenga ora. Probabilmente ci vorranno le prevedibili delusioni totali del prossimo triennio per far sì che qualcosa nel senso giusto maturi, cosa che potrà accadere più o meno verso il 2011.
E intanto proviamo a gettare le basi, sia pure con un basso profilo, sperando, almeno, che l’alienazione sulla quale si fonda il collante attuale rechi meno danni possibile a chi milita e che con le sue distorsioni ottuse e ineleganti, non serva a mettere il suggello alla fine della cittadinanza tale quale la intende Proni.
Insomma, sperando che nella logica “antagonista” si facciano danni in qualche modo ancora riparabili.




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