L'ITALIA DI FEDERICO TRA POTERI LOCALI E IMPERO "GLOBALE"
Il professor Cosimo Damiano Fonseca, accademico dei Lincei e docente di Storia Medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Bari, ha tenuto la lezione inaugurale dell'anno accademico 2002-2003.
Stralci di tale relazione pubblicati dalla "Gazzetta del Mezzogiorno" nella pagina della Cultura.
L'ITALIA DI FEDERICO TRA POTERI LOCALI E IMPERO "GLOBALE"
di COSIMO DAMIANO FONSECA
Se volessimo rinvenire l'antecedente storiografico al tema di questa lezione inaugurale amabilmente affidatami dal Magnifico Rettore e dal Senato Accademico della nostra Università, non esiteremmo di far riferimento alla prolusione, ovviamente depurata dalle scorie dell'ideologia imperante, che Pietro Fedele tenne ottantatré anni fa e precisamente il 5 marzo 1915 all'Università di Roma dando inizio alle sue lezioni di storia medievale, incentrata su "La coscienza della nazionalità in Italia nel Medio Evo". In essa lo Storico minturnense si poneva la domanda se "l'idea di nazionalità sconosciuta al mondo antico" si fosse smarrita durante il medioevo schiacciata tra i due poteri universali del Papato e dell'Impero; domanda a cui faceva seguire chiara e netta la risposta e cioè che l'unità morale della Penisola creata da Roma e basata sull'unicità della lingua e del diritto non subì incrinature di sorta; né l'avvento dei longobardi, né il particolarismo feudale, né tantomeno il movimento comunale offuscarono la coscienza della nazionalità italiana o attentarono all'unità morale del suo popolo in quanto permansero i valori della tradizione, della cultura, dell'arte, della poesia, della religione. La coscienza della nazionalità, concludeva Fedele, "è una delle correnti perenni della nostra storia". Una visione ottimistica, se non oleografica, quella di Pietro Fedele, che intravvedeva quale fondamento dell'idea di nazionalità, l'unità morale della penisola basata sull'unicità della lingua e del diritto, anche perché la storiografia degli ultimi anni ha dimostrato con dovizia di argomenti, almeno per buona parte del medioevo, l'esistenza di più Italie, non senza rilevare che proprio per l'età sveva l'Italia aveva ben più angusti limiti territoriali includenti la Padania, parte del Veneto e, talvolta, secondo le contingenze politiche, i domini della Chiesa.
E' pur vero che una tale fondata constatazione sembrerebbe a prima vista contraddetta dal tema stesso di questa lezione che assume onnicomprensivamente l'Italia quale categoria geografica e storica più o meno nell'accezione attuale, ma a ben riflettere si tratta di una apparente contraddizione in quanto ponendo l'accento sulla difficile coesistenza tra potestà universali e poteri locali, emergono immediatamente le varie Italie segnate, volta a volta, dal particolarismo feudale, dal movimento comunale, dalle repubbliche marinare, dallo Stato della Chiesa, dalla monarchia sicula.
E' su questa variegata realtà che questa lezione ha voluto verificare la politica di Federico II operando in una duplice direzione, quella del Papato e dell'Impero e quella dei poteri locali entro cioè quei due nodi che continuamente si intersecano nella nostra storia nazionale.
E cominciamo dall'altra potestà universale e concorrente nella politica federiciana costituita dal Papato con la sua eredità temporale incentrata sul patrimonio di San Pietro e con la sua eredità spirituale e culturale innervata su Roma esaltata, non a caso, come sedes Imperii. Non è certo questa la sede per effettuare una ricognizione delle vicende del patrimonio di San Pietro tra Impero e Regno: un patrimonio dalla costituzione molto complesso entro cui convivono città che aspirano all'autonomia e formazioni feudali che mirano a realizzare un potere forte sui singoli territori.
Nell'arco occupato dalla presenza federiciana il governo papale sul patrimonio di San Pietro opera tenendo conto di tale situazione: con Innocenzo III si assiste a un consolidamento del patrimonio in forme statuali sempre più nette e precise: basti pensare al riconoscimento del patrimonio nella sua estensione
da Radicofani a Ceprano effettuata da Ottone IV di Brunswick nel 1201, alle campagne condotte da Innocenzo III per piegare comuni e nobiltà nel Lazio settentrionale, all'opera di pacificazione compiuta dallo stesso pontefice nella Sabina e nella Campania tra nobiltà e città in conflitto. Vengono così riconosciuti al Papa poteri quasi statali (riconoscimento del supremo tribunale pontificio, obblighi militari dei comuni e dei baroni, obblighi finanziari, approvazione delle nomine di podestà forestieri). Insomma con Innocenzo III si assiste a una ristrutturazione dello Stato della Chiesa e vengono potenziati i Rettorati con la nomina di due per il Lazio e di uno per rispettivamente per la Marca di Ancona e per Spoleto con il compito di mantenere la pace, di presiedere le cause in primo e secondo appello, di amministrare i castelli.
(...)
Continua.............
http://www.stupormundi.it/documenti/fonseca.htm




Rispondi Citando