(testo tratto da: Les Symboles fondamentaux de l’Art bouddhiste di A.K. Coomaraswamy, pp. 30-31)

«[...] È in tal modo perfettamente evidente che il loto, fiore o foglia (si vedano questi due modi di rappresentazione nelle fig. C e F) – in generale un “fiore” nell’iconografia – che sorge dalle Acque o che riposa su esse, rappresenta il fondamento (prithivî) o il substrato dell’esistenza, ciò su cui o in cui l’esistenza è fermamente fondata nel mezzo del mare della possibilità. E allo stesso modo che è detto del Cavallo cosmico (Varuna), il cui luogo di nascita sono le Acque (samudrî yonih), tenersi stabile sulle acque, e che colui che conosce se stesso resta stabile ovunque egli si trovi, possiamo dire ugualmente che colui che realizza il significato del Loto acquista la stabilità ovunque egli sia.
Il loto del mondo fiorisce naturalmente con il levare del Sole “in principio”; risponde al Sole e riflette la Luce del Cielo che si specchia sulle Acque. La Terra in quanto riflesso del Cielo si estende secondo la sua misura (Taittirîya Samhitâ, IV, 1,3 e 2, 8), questo mondo è la controparte (anurûpam) dell’altro mondo (Aitarêya Brâhmana, VIII, 2); da ciò, senza dubbio, i due loti del Sole nell’iconografia, corrispondono alle Acque superiori ed inferiori, para e apara Prakriti. Tuttavia si può vedere la Luce celeste, non solamente come Sole, ma anche in un senso collettivo come Luce del Cielo; nel Pancavimsha Brâhmana, XVIII, 8, 6 e nella Maitrayanî Samhitâ, IV, 4, 7, e 58, 16, troviamo così un riferimento più generale: «Attraverso il raggio discendente (avakâshê) delle Luci del Cielo (nakshatrânâm), il Loto (pundarîka) è fatto nascere (jâyatê)», questo testo indica ancora più chiaramente che il Loto suggerisce la Terra e le luci, il Cielo. Si dice inoltre (PBr., XVIII, 8, 2 e 9, 6) che la ghirlanda di loto portata dal brahmano che officia nel rituale Râjasûya, rappresenta l’operazione sensibile, la virilità e il potere temporale (indriyam, vîryam, kshatram). [...]»