Nel 1944 A. K. Coomaraswamy scrisse per la rivista "Motive" l'articolo "Molti sentieri per un'unica vetta". Una traduzione italiana di L. Fenoglio apparve nel volume "Sapienza orientale e cultura occidentale" Rusconi Editore, 1975.
Divido, per coloro che non conoscono lo scritto di Ananda Kentish Coomaraswamy, in tre parti per facilitarne o meglio invogliarne la lettura, che spero possa aiutare un sano confronto che esuli, sia da facili neosincretismi sia da problematici neofondamentalismi.
KD
MOLTI SENTIERI PER UN'UNICA VETTA
DI A. K. COOMARASWAMY
L'intensificarsi dei contatti tra i cristiani e gli altri popoli che appartengono alla grande maggioranza dei non cristiani, ha acuito e reso più che mai urgente la necessità di capire la fede secondo cui gli altri vivono. Questa comprensione, oltre che desiderabile in sé, è indispensabile per risolvere di comune accordo i problemi politici ed economici dai quali i popoli del mondo sono oggi più divisi che uniti. Non è possibile instaurare relazioni umane con gli altri popoli finché il cristiano è convinto della sua superiorità o della sua maggiore saggezza e finché cerca soltanto di trarli al suo modo di pensare. Il cristiano moderno, che crede il mondo sua parrocchia, si trova di fronte alla dura necessità di farsi egli stesso cittadino del mondo; egli è invitato a partecipare a un symposium e a un convivium, non come presidente -già c'è un Altro che vi presiede, invisibile- ma come ospite fra molti altri.
Ormai a studiare le religioni diverse dalla propria sono tenuti tutti, non soltanto i missionari di professione. Questo saggio, per esempio, riassume una conferenza tenuta a un numeroso gruppo di insegnanti nell'ambito di un corso di studi intitolato "Che cosa insegnare sugli altri popoli", promosso dal Comitato scolastico di New York e dall'Associazione "East-West". Qualcuno ha anche proposto di promuovere in tutte le scuole e università l'insegnamento dei principi basilari delle grandi religioni del mondo, come mezzo per favorire la comprensione internazionale e sviluppare il concetto della cittadinanza mondiale.
Ma sorge subito una domanda: "Chi è più adatto a impartire questo insegnamento?". È chiaro che non può capire una religione, né quindi essere qualificato per insegnarla, chi è contrario a qualsiasi forma di religione; sono pertanto esclusi i razionalisti, gli umanisti scientisti e in definitiva tutti coloro che della religione non hanno un concetto teologico ma puramente etico. È ovvio che l'ideale sarebbe di affidare l'insegnamento delle grandi religioni soltanto a individui che le professano; ma un ideale di questo genere oggi è realizzabile soltanto nelle grandi università, per esempio a Oxford, ove è stato proposto. In effetti, attualmente le religioni diverse da quella cristiana sono insegnate soltanto nei seminari teologici e negli istituti missionari, da individui che credono che il cristianesimo sia l'unica vera fede, che approvano le missioni estere e intendono preparare missionari a questo scopo specifico. In queste condizioni, lo studio comparato delle religioni assume inevitabilmente una colorazione del tutto diversa da quella delle altre discipline scolastiche e non può non essere tendenzioso. È ovvio che se ci si prefigge di insegnare qualcosa, questo qualcosa non può essere che la verità: ma quando un insegnamento ha come presupposto che l'argomento allo studio è intrinsecamente di minore importanza, e quando questo argomento viene insegnato non con amore1 ma soltanto per preparare il futuro maestro ai problemi che dovrà affrontare, non si può non sospettare che una parte almeno della verità sarà trascurata, se non volontariamente almeno inconsciamente.
Se la scienza comparata delle religioni deve essere insegnata con gli stessi criteri delle altre scienze, l'insegnante deve come minimo riconoscere che la sua religione è soltanto una delle religioni da "comparare"; egli non ha diritto di esporre una "teoria preferita", ma deve, nei limiti del possibile, presentare la verità imparzialmente. In altre parole: sarà "necessario ammettere che le istituzioni che partono dalle stesse premesse, cioè le istituzioni soprannaturali, devono essere considerate globalmente, e la cristiana fra le altre"; invece "oggi, se parliamo di imperialismo, o di pregiudizi razziali o se paragoniamo il cristianesimo al paganesimo, rimaniamo tuttora ancorati all'unicità... delle nostre istituzioni, dei nostri successi, della nostra civiltà"2. È inevitabile domandarsi a questo punto se un cristiano irremovibilmente convinto che la sua fede è l'unica vera possa in coscienza permettersi di illustrare una religione diversa dalla sua, sapendo di non poterlo fare con onestà.
Quando decidiamo di insegnare qualcosa sugli altri popoli, ci troviamo di fronte al problema della tolleranza. La parola non è piacevole: tollerare è sopportare, accettare in continuità l'esistenza di quelle che sono o sembrano essere forme di pensiero diverse dalla nostra; e non è affatto piacevole anche solo "sopportare" i nostri vicini, i nostri colleghi, così come non è neppure piacevole sentire che le nostre più radicate istituzioni e credenze sono pazientemente "tollerate". Inoltre, se oggi il mondo occidentale è più tollerante di quanto non fosse alcuni secoli fa o di quanto non sia mai stato dalla caduta di Roma, ciò è dovuto in larga parte al fatto che gli uomini non sono più sicuri che esista una verità di cui si possa essere certi, e sono piuttosto inclini all'idea "democratica" che l'opinione di un individuo sia altrettanto valida di quella di un altro, specialmente nei campi della politica, dell'arte e della religione. La tolleranza è una virtù puramente negativa, che non esige alcun sacrificio dell'orgoglio spirituale e non include alcun rifiuto del nostro senso di superiorità; può essere raccomandata soltanto se significa astenersi dall'odiare o perseguitare quelli che hanno o sembrano avere abitudini o fedi religiose diverse dalle nostre. La tolleranza così intesa ci permette addirittura di avere compassione di coloro che non essendo come noi meritano per ciò stesso la nostra compassione!
La tolleranza, portata agli, estremi, implica l'indifferenza, e a questo punto diventa inaccettabile. Noi non propugniamo che si tolleri l'eresia ma piuttosto che si arrivi a un accordo sulla verità. La nostra tesi è questa: una retta educazione alla religione comparata deve prefiggersi di dare all'allievo la capacità di discutere con i credenti delle altre fedi la validità di dottrine specifiche3, lasciando sospesa la questione della verità o falsità, superiorità o inferiorità globali dei singoli corpi dottrinari, almeno finché ci sia data l'occasione di verificare sotto quali aspetti essi differiscono realmente l'uno dall'altro e se questi aspetti sono essenziali oppure accidentali. Noi diamo per scontato, ovviamente, che le differenze sono inevitabilmente accidentali, dal momento che "la conoscenza delle cose è relativa al modo soggettivo del conoscere". Un allievo ha il diritto che gli venga insegnato almeno a riconoscere i simboli che fra loro si equivalgono: per esempio la rosa e il fiore di loto (Rosa Mundi e Padmavati); che il soma è l'equivalente del "pane e acqua della vita"; che il creatore di tutte le cose è -non accidentalmente ma necessariamente- un "falegname", dal momento che l'elemento di cui e fatto il mondo è "ilico", cioè "materiale". Questa prospettiva che noi proponiamo ha il vantaggio immediato di non essere in contrasto con l'ortodossia cristiana, anche la più rigida. Nessuno ha mai negato che le credenze pagane contengano verità; anche san Tommaso era convinto di poter trovare nelle opere dei filosofi pagani "prove estrinseche e probabili" delle verità del cristianesimo. Egli, ovviamente, conosceva soltanto i pensatori classici, gli ebrei e qualche arabo, ma non c'è ragione perché oggi un cristiano dotato di una struttura intellettuale adeguata non debba imparare a scoprire e a rallegrarsi di scoprire, per esempio nelle dottrine dei Veda, del sufismo, del taoismo, o degli indiani d'America, prove estrinseche e probabili della verità che egli soggettivamente conosce. Sicuramente, lo studioso cristiano trarrà notevoli vantaggi, nella esegesi e comprensione della dottrina cristiana, dai suoi contatti con credenti di altre fedi. La sua fede, infatti, suo malgrado non può sottrarsi del tutto ai condizionamenti del clima intellettuale nominalistico nel quale egli è nato e cresciuto; mentre l'orientale -per il quale i miracoli attribuiti al Cristo non rappresentano un problema- è ancora un realista, nato e cresciuto in un clima di realismo, per cui è in grado di avvicinarsi a Platone o a san Giovanni, a Dante o a Meister Eckhart più semplicemente e più direttamente che lo studioso occidentale, il quale è inevitabilmente condizionato, almeno in parte, dai dubbi e dalle difficoltà cui vanno soggetti coloro che sono stati educati in un ambiente in massima parte profano.
La prospettiva che abbiamo suggerito ci fornisce immediatamente la base per una comprensione e una cooperazione reciproca. L'obiettivo finale cui tendiamo è una definitiva "riunione delle Chiese", in un senso molto più ampio di quello che ha in genere questa espressione: occorre instaurare alleanze attive -per esempio tra cristianesimo e induismo o islamismo-, sulla base dell'accettazione comune di alcuni principi fondamentali in vista di una loro concorde ed effettiva applicazione ai campi contingenti dell'arte (artigianato) e della prudenza, ponendo fine alla guerra civile in atto fra i membri dell'unica famiglia umana, tra i figli dell'unico e identico Dio "che tutti unanimi concordano nel riconoscere, greci e barbari", come diceva Filone4. Il professor Goodenough si riferisce a questa affermazione quando scrive: "Per quanto mi pare di capire, qui Filone esprime la pura e semplice verità sul paganesimo così come egli lo vedeva e non come è stato sempre travisato dall'apologetica cristiana".
È inutile dissimulare che simili alleanze interconfessionali dovranno segnare la fine di tutte le iniziative missionarie quali esse sono attualmente; conferenze e incontri interconfessionali dovranno sostituire quelle spedizioni di proselitismo che hanno come unico e permanente risultato la secolarizzazione e la distruzione delle culture esistenti e lo sradicamento degli individui. Voi avete già raggiunto il punto in cui cultura e religione, utilità e significato sono stati dissociati e possono perciò venir considerati ognuno a sé: ma questo non si è ancora verificato per quei popoli che vi proponete di convertire, per i quali religione e cultura sono un'unica e identica realtà, per i quali nessuna delle funzioni vitali è necessariamente profana o slegata dai principi. Se anche riuscirete a convincere gli indù che le loro scritture rivelate sono valide esclusivamente "come testi letterari", voi avrete ottenuto semplicemente di ridurli al livello dei vostri studenti universitari, che leggono la Bibbia -quando la leggono- soltanto come testo letterario. In India -ha fatto notare suor Nivedita, l'allieva più illustre di Patrick Geddes e autrice di The Web of Indian Life- il cristianesimo "lascia dopo di sé l'ubriachezza"5, perché se tu insegni a un uomo che quanto ha sempre creduto giusto è sbagliato, sarà dispostissimo in seguito a pensare che quanto ha creduto sbagliato sia giusto.




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