Mi scuso se offenderà la sensibilità religiosa di alcuni, se ritenete che critiche al vostro culto o alla vostra intima fede possano offendervi non leggetelo.
La diatriba sollevata da alcuni esponenti islamici è perfettamente strumentale, purtroppo lo è anche la rilevanza che i nostri mezzi di comunicazione hanno dato alla faccenda. Il muro contro muro non gioverà a nessuno, ne sono persuaso da tempo. Questo non significa cedere ad ogni richiesta ma semplicemente evitare di fomentare nell’opinione pubblica il mito del nemico stigmatizzando ogni attrito. Finchè si giudicherà e valuterà unicamente in base alla propria scala di valori i contatti con filosofie differenti risulteranno conflittuali poiché entrambe tenteranno di imporsi come universali. Svincolarsi da queste logiche e adottare un sistema che entrambe comprenda è l’obbiettivo per una convivenza pacifica, purtroppo il carattere esclusivo delle tre confessioni monoteistiche complica non poco questo processo frammentando la percezione in un sistema noi-altri che implicitamente riconosce a se stessi l’essere nel giusto. Bisogna inoltre accettare il fatto che le culture mutano, impossibile impedire le naturali evoluzioni ed anche se ai nostri occhi appaiono regressioni si configurano come movimenti e flussi storici endemici in un’ottica secolare o millenaria.
Il discorso papale contiene buoni spunti storici, soffrendo però al contempo di un “cultocentrismo” che lo rende inafferrabile ai fedeli di altre religioni che non hanno vissuto le nostre evoluzioni filosofiche.
Sul piano prettamente teologico mi lascia perplesso proprio il punto centrale del discorso. La frase “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio” nel tentativo di avvicinare l’uomo a Dio compie anche il percorso inverso umanizzando la divinità in un modo molto sospetto e, concedetemelo, grossolano visto che pericolosamente vicino a civiltà arcaiche. Il fulmine adorato come divinità poiché al di là del nostro dominio e della nostra comprensione è uguale ad attribuire caratteristiche analoghe al mistero dell’anima o del destino o di tutte le domande prive di risposta. E la cosa non è molto sensata a meno che non troviate logico adorare l’Enel.
La necessità di rimanere vincolata a testi e considerazioni prodotte duemila anni fa integrandole con le recenti evoluzioni del pensiero e della morale è un handicap non indifferente per la Chiesa essendo molto pericoloso sconfessare le proprie origini minando le fondamenta teoretiche. In questo modo però non rimane al passo con le recenti intuizioni e si allontana fatalmente dai pensatori più moderni che giudicano insufficienti risposte tanto datate.
Polemicamente aggiungo che la fortuna dei culti è che il loro “segmento di clientela” non sono certo i fini pensatori e che la domanda dei loro “servizi” (intesi come risposte e come caparra sull’aldilà) certo non manca.
Questo vezzo cristiano di elevare l’uomo (fino a divinizzarlo nel cristo),che risulta aberrante alle culture altrui, mi rimane duro da accettare ma non rimango soddisfatto nemmeno dalla interpretazione trascendentale dello stesso come creatore esterno e svincolato dal mondo. Personalmente attribuisco a ciò che volgarmente viene chiamato dio caratteristiche immanenti l’intero “creato” completamente svincolate dal logos umano. La rappresentazione a questo punto diventa difficile perché non posso aggrapparmi a nulla di concreto per cui è difficile esemplificare il concetto. Banalizzando molto lo si può descrivere metaforicamente come luce attraverso il vetro oppure una armonia, il movimento che lega materia e tempo e le comprende nel divenire.
Perché la ragione debba essere manifestazione di dio e l’irrazionale no quando siamo dotati di entrambi ed entrambi possono assumere qualsiasi valutazione morale mi risulta dunque assurdo. Faccio un esempio che si rifà a valutazioni morali condivise: forse che il razionalissimo e sistematico genocidio degli ebrei è manifestazione del pensiero divino mentre una madre che si getta istintivamente fra le fiamme per salvare il figlio è contrario alla natura di dio…? Che una simile frase abbia valore assoluto sta in piedi come un serpente per restare in ambito biblico.
In realtà tutto è concesso nei limiti dell’esperibile, tutto è lecito e tutto è ugualmente “divino” e la morale null’altro è che un sistema di orientamento per meglio convivere e definir[si]. Le parentesi indicano il mio dubbio su chi sia in realtà il soggetto dell’azione, il noi assomiglia molto alla dolce illusione del libero arbitrio.
Del resto definire cosa sia la “natura di dio” in modo infallibile è un esercizio che lascio volentieri al Papa. Una analisi attenta della psiche umana suggerisce in modo inequivocabile che il termine comprendere è errato nell’uso comune. La mente umana rappresenta, descrive e ordina ma non possiede la capacità di far correttamente proprio un concetto svincolato dall’esperienza e dal suo manifestarsi. Ogni volta che si crede di dare risposta al perché si risponde invece al come. Se vi chiedo lumi sulla forza di gravità tutti siete in grado di descriverne gli effetti, alcuni ricorreranno alla dimostrazione, altri saranno riporteranno formule in grado di spiegarla matematicamente ma il mio voler comprendere il perché rimarrà deluso perché verrà sempre e solo descritta nel suo manifestarsi.
L’onniscienza è un mito anelato inconsciamente ma irraggiungibile fisicamente, il volume di informazioni per descrivere minuziosamente anche il più piccolo dettaglio è incontenibile dal nostro cervello che ha un numero finito di pensieri, per tempo e struttura. Ciononostante la metafisica esercita costantemente una forza di attrazione spesso irresistibile per la nostra curiosità.
Il perché esistiamo risulta così essere una domanda posta al di là del nostro orizzonte degli eventi semplicemente per spronare al movimento. Se avesse ancora senso e potessi permettermi il lusso di rischiare di istituzionalizzare una idea chiamerei, senza molta originalità, dio proprio questo movimento.




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