Al direttore – Non concordo sulla sua analisi incentrata sulla “malattia mortale dell’occidente, la scomparsa della guerra e la sua sostituzione con operazioni umanitarie di polizia sorvegliate dai media”.
Il problema non è il buonismo, né la “sconfitta di Winston Churchill”.
Il problema sono le motivazioni per cui si fa una guerra e la cecità nei confronti dei totalitarismi.
Non sono problemi dell’oggi: già nel 1870, sul fare o no la guerra, Parlamento e media condizionavano la Prussia di Bismarck non meno di oggi. Per ottenere il voto sul budget militare e marciare su Parigi, il cancelliere di ferro dovette usare un trucco: modificò il “telegramma di Ems”, così che apparisse che Napoleone III aveva insultato la dignità prussiana.
In confronto Colin Powell con le sue fiale all’Onu è stato un’educanda.
Da allora in poi, il rapporto tra consenso popolare e guerra è stato inscindibile e drammatico è stato il riconoscimento tardivo del nemico. Le democrazie stentano a comprendere che i sistemi totalitari le minacciano e reagiscono un attimo prima che sia troppo tardi.
Churchill diventò primo ministro solo dopo un anno di guerra, il 10 maggio 1940, poco prima di Dunkerque, quando gli inglesi sentirono il freddo acciaio dei mitra nazisti sulle proprie nuche. Fu poi deposto da elezioni vinte dal laburista Clement Attlee, il 10 luglio 1945, con la guerra in pieno svolgimento nel Pacifico. Gli fu preferito un mediocre politico perché quel che premeva di più agli inglesi erano sanità gratuita, pensioni e welfare.
Oggi il problema centrale è che non si sa chi è l’alleato delle democrazie nel mondo islamico.
Le guerre dopo il 1945 hanno visto spesso le democrazie naufragare non sulla “voglia di fare la guerra”, ma sulla certezza di farla per alleati indegni. Gli Stati Uniti vinsero la guerra del Vietnam sul piano militare, ma la persero politicamente perché Kennedy e Johnson appoggiarono governi di corrotti cattolici fondamentalisti, scollati dal paese. La vietnamizzazione fallì, crollò il fronte interno americano: i marine non potevano più morire per Van Thieu e Kao Ky.
A passi da gigante verso Monaco
Oggi, in Iraq, Rumsfeld paga la scelta dei suoi alleati iracheni, dopo un contrasto di anni col dipartimento di stato sul “cavallo vincente” su cui imperniare il “nation building”.
Washington ha puntato per due anni su due “laici”, Iyyad Allawi e Ahmed Chalabi, che però non avevano seguito popolare. Dopo un anno gli Stati Uniti hanno compreso che il leader decisivo era l’ayatollah Ali al Sistani e che la periferia sciita di Baghdad è dominata dalle bande di Moqtada al Sadr.
Oggi l’Iraq fa perdere le elezioni non perché c’è la guerra – fin quando era vincente i consensi erano in salita – ma perché Maliki non sa governare le sue forze di sicurezza.
La domanda irrisolta riguarda le forze con cui le democrazie si possono alleare nelle società islamiche. Su questo, non sulla disponibilità di fare guerre, si gioca la partita. Dal 1979 a oggi gli Stati Uniti non sono riusciti a mettere a fuoco una strategia decente contro l’avanguardia marciante del totalitarismo islamico: l’Iran degli ayatollah.
Rumsfeld non è stato colpito da un rifiuto della guerra, ma dalle conseguenze di una visione laicista del mondo che non sa contrastare una religione rivoluzionaria che è politica e messianica assieme, un laicismo che pretende di fare politica senza religione.
Nel 2006 nessuno sa ancora chi potrà guidare la fine del regime iraniano. Prevarrà forse chi vuole trattare con Iran e Siria, anche se l’unico modo per farlo è costringere Israele a riconsegnare il Golan. L’una e l’altra trattativa andranno in una sola direzione: rafforzeranno la pressione islamica su Israele, premieranno i padrini siro-iraniani del terrorismo di Hezbollah e di Hamas.
Andiamo a passi da gigante verso Monaco, in attesa che europei e americani sentano sulle loro nuche il freddo delle scimitarre islamiche.
Nella speranza che reagiscano, come fecero, ma solo all’ultimo minuto, dopo Dunkerque e Pearl Harbor.
Carlo Panella su il Foglio
saluti




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