Chi ha paura della Mitrokhin
di FRANCESCO PERFETTI
Chi ha paura della Mitrokhin? E perché? Sono domande che sorgono spontanee di fronte a quello che sta accadendo in questi giorni. Un fatto davvero singolare salta subito agli occhi in questa vicenda della Commissione parlamentare d'inchiesta che prende il nome da Mitrokhin. Una strana, sgangherata, grottesca vicenda, che si inserisce a pieno titolo nel gusto, tutto italiano, per la dietrologia, per i retropensieri, per le trame oscure, per i misteri (più o meno buffi, ma spesso tragici) delle faccende italiane più recenti, per la storia segreta o sotterranea, di ogni tipo e ogni risma. Si parla, e si straparla, di complotti, di oscure manovre ricattatorie, di losche operazioni volte a screditare taluni esponenti politici della maggioranza. Si fa (come sempre) un disinvolto ricorso alle intercettazioni telefoniche: quelle intercettazioni che - autorizzate o non autorizzate, legali o non legali - sono diventate, ormai, il condimento pepato di quel sempre più scipito, malato e malsano giornalismo, che sotto una facciata perbenista e moralistica cela troppo spesso una assoluta mancanza di etica professionale e qualche volta una pronta disponibilità a porsi al servizio (poco pulito) di servizi, controservizi, pezzi di servizi. Si annunciano, in questo clima, querele e controquerele.
Ma si tace su un punto essenziale: la necessità elementare della trasparenza, la necessità di conoscere le cose prima di trinciare giudizi liquidatori, di lanciare accuse e formulare minacce. Si solleva ad arte, in altre parole, un grosso polverone allo scopo di confondere le carte in tavola e distogliere l'attenzione dai contenuti dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta e dalle legittime sollecitazioni della comunità scientifica a renderli pubblici. E, soprattutto (diciamolo pure, senza tema di smentita), allo scopo di screditare agli occhi della pubblica opinione la Commissione stessa e, alla fin fine, lo stesso dossier Mitrokhin. È una classica tattica di guerra psicologica, una tattica diversiva, che consiste nello spostare l'attenzione verso altri obiettivi per celare quello principale. La si applica, tale tattica, alzando il tiro, in questo caso, contro il presidente della Commissione Mitrokhin, per colpire la stessa Commissione e, ribadiamolo, il dossier che ne è all'origine. Verrebbe voglia di ricordare, a Paolo Guzzanti, a scopo consolatorio e di scongiuro, un aforisma assai profetico (e molto saggio) di quell'incredibile personaggio, Oscar Wilde, che sprizzava arguzia da ogni poro: «Coloro che vogliono frugare al di sotto della superficie delle cose lo fanno a loro rischio e pericolo». Guzzanti la verità dell'aforisma la sta scoprendo da solo.Pubblichiamo le carte
Ma il punto vero, quello che conta al di là delle polemiche personali, non sono i rischi e i pericoli (anche se, probabilmente, non metaforici) che corre o può correre un Guzzanti sottoposto al
linciaggio del neomaccartismo di sinistra e al fuoco incrociato di cecchini giornalistici e politici, di giocolieri della verità e di pseudostorici al servizio (permanente effettivo) della disinformazione e della disonestà intellettuale. Il punto è un altro. Il punto è che nessuno, oggi, più alza la voce per richiamare l'attenzione sulla elementare necessità di
rendere pubbliche le carte della Commissione Mitrokhin (oltre a quelle di commissioni analoghe) e tutto quello che concerne il dossier Mitrokhin. Il polverone mediatico sollevato dalla stampa benpensante (ma con l'occhio
strabico sempre rivolto a sinistra) e dalle indignate accuse di voler fare un "uso politico" dello strumento delle Commissioni parlamentari d'inchiesta sembra aver raggiunto i suoi scopi. Che sono quelli tipici di un vero e proprio "complotto", di una "congiura del silenzio", per capirci, sostenuta e protetta da anatemi, condanne, messe al bando. Un "complotto" al quale il tragico (ma efficace) contributo del polonio di provenienza russa in salsa sushi ha conferito il carattere drammatico di un thriller di spionaggio e il sapore grottesco di un Codice da Vinci no strano in salsa amatriciana.
Migliaia e migliaia di documenti raccolti dai commissari e dai consulenti di quell'organismo parlamentare sono, allo stato, secretati e non consultabili. Questo è il dato di fatto. Questo è il risultato che vuole cristallizzare il "complotto" - chiamiamolo pure così, con il suo nome - ordito dai mestatori professionali della verità e da chi ha paura di scheletri negli armadi. È un assurdo. Un assurdo logico, prima che politico. L'assurdo appare tanto più evidente, nella sua assurdità, quando si consideri il fatto che la Commissione Mitrokhin era stata creata
proprio per fare un poco di luce chiarificatrice sulle attività spionistiche del Kgb in Italia e sulla infiltrazione comunista all'interno della società italiana. Attività e infiltrazione che erano già state oggetto di polemiche scomposte e di speculazioni dopo la diffusione (parziale) del famoso rapporto Mitrokhin. Gli obiettivi dei consulenti
La Commissione, con l'ausilio di consulenti ed esperti di
vario orientamento politico, avrebbe dovuto, di fatto, raggiungere due obiettivi: rendere, in primo luogo, un servizio alla politica individuando (ove esistessero) responsabilità eventuali ed eliminando sospetti e insinuazioni ingiuste e offrire, in secondo luogo, un contributo alla ricerca storica fornendo i materiali necessari per una ricostruzione degli avvenimenti. Consulenti ed esperti hanno lavorato, e molto, raccogliendo e ordinando materiali e documenti. La mancata apertura degli archivi
vanifica questo lavoro, lo rende una inutile fatica di Ercole e fa sì che nessuno dei due obiettivi sia stato raggiunto. Anzi, il risultato (probabilmente voluto) è esattamente l'opposto. Non è stato diradato il fumo dei sospetti che avvolge, a torto o a ragione, taluni politici, ed è stata innalzata la temperatura delle tensioni sociali e politiche del Paese. Lo sfruttamento mediatico (con i risvolti scandalistici) della vicenda è sotto gli occhi di tutti.
Si ha l'impressione che non si voglia affatto uscire dall'ambiguità, e si voglia, anzi, contribuire a rafforzare questa stessa ambiguità nell'interesse di chi non vuole, per motivi politici o di altra natura, che si giunga a una conoscenza storica dei fatti. L'apertura agli studiosi degli archivi della Commissione Mitrokhin (e, naturalmente, di altre commissioni parlamentari di inchiesta) costituirebbe un servizio non soltanto per la storia ai fini dell'accertamento di come andarono effettivamente le cose in certi frangenti, ma anche un contributo alla crescita civile del Paese con la possibile (e auspicabile) eliminazione di sospetti e insinuazioni e con il ridimensionamento delle teorie più fantasiose e del gioco al massacro che avvelena la vita politica e culturale del nostro Paese.
Sarebbe una operazione doverosa per un paese maturo. E allora torniamo a domandarci - parafrasando il titolo della celebre commedia dell'inizio degli anni sessanta di
Edward Albee sulla pruriginosa società americana incarnata da un frustrato professore di storia in un college di provincia - chi ha paura, non già di Virginia Woolf, ma della Commissione Mitrokhin e del dossier?
La risposta è aperta.