(...) nella piazza romana
c'era il popolo della destra
così come, naturalmente,
c'erano i suoi capi. Ma tra
l'uno e gli altri sembrava esserci
il nulla. Sul palco o nelle
sue vicinanze era assente
qualunque rappresentanza
significativa di questo o quel
pezzo di società italiana.
Non solo non c'erano gli attori
e i cantanti o gli intellettuali,
maneppure esponenti della
finanza e dell'industria,
dell'alta burocrazia, del mondo
del lavoro, dell'universo
delle professioni: nulla, nessun
nome».
Continua: «Per governare
è necessario anche ascoltare
i salotti, in certo senso perfino
rappresentarli». Conclude:
«La destra... resta tuttora
condannata ad una vera e
propria solitudine politica
che rimanda direttamente a
una irrisolta solitudine sociale
». Queste parole rivelano
l'adesione alla teoria del neooligarchismo,
la cui catena
logica è la seguente. La democrazia
dà a tutti il potere
di voto e ciò rischia di dequalificare
la politica rendendola
permeabile all'ignoranza
eccitata del popolo bue. Per
tale motivo gli ottimati devono
frapporsi tra gli elettori e
le conseguenze elettorali.
Una democrazia è qualificata
quando l'influenza dei
«Grandi elettori», gli ottimati,
è in grado di bilanciare o
condizionare il voto dei piccoli.
Una forza politica è legittimaquando
ha il sostegno dei
«salotti». Il centrodestra è illegittimo
perché grandi finanza
ed industria, scrittori,
attori, scienziati e alti funzionari
non testimoniano al suo
fianco. Senza di essi il centrodestra
può avere vittorie elettorali,
manon capacità di governo.
Con questi al suo fianco,
invece, la sinistra ha potere
di governo indipendentemente
dalle elezioni. L'analisi
di Galli della Loggia è realistica:
l'Italia è una democrazia
oligarchizzata. Ma nell'
ansia di segnalare l'irrilevanza
politica della manifestazione
dei due milioni di «plebei
», per rassicurare la sinistra
che questa non avrà conseguenze
politiche, ha svelato
il sostegno al modello neoaristocratico.
E se lo ha fatto
sul giornale che rappresenta
il pensiero degli oligarchi italiani
possiamo ipotizzare
che questi segnalino alla sinistra
con cui sono associati:
tranquilli, anche dieci milioni
di plebei in piazza non
cambieranno le cose. Per tale
motivo ho ritenuto significativo
questo editoriale.
Come dovrebbe rispondere
l'opinione pubblica che si
ispira al popolarismo liberale?
Per prima cosa, non irrilevante,
possiamo identificarci
con un nome all'opposto. Loro
sono aristocratici, noi saremo
orgogliosamente «plebei
». Ci dicono, di fatto, «popolo
bue»? Che sia il bue, allora,
il nostro emblema. E il
loro? Scegliete voi. Ma, esaurita
la reazione scherzosa,
emergono l'indignazione e
la preoccupazione. In Italia
la sinistra ed i poteri forti
hanno avuto interesse a siglare
un patto perverso fin
dalla fine del 1994. La prima
era minoritaria, ma poteva
offrire assoluzioni giudiziarie
e strumenti legittimanti
perché aveva occupato i relativi
snodi di potere (magistratura,
giornali e università). I
secondi avevano in mano la
finanza e la grande industria,
ma erano a rischio giudiziario
e senza più una copertura
politica forte. Fecero
il business: assoluzioni e
riverginalizzazione in cambio
dell'accesso al soldo. E
un patto contro Berlusconi
perché alimentava la sua leadership
con il consenso di
gente che voleva la fine delle
oligarchie createsi nei decenni
precedenti. In sintesi, la sinistra
ha riciclato oligarchie
indecenti rinominandole come
«ottimati» ed in cambio
queste hanno dato alla sinistra
stessa il pezzo di potere
che le mancava, ambedue
cercando di condizionare la
democrazia per non far prevalere
la maggioranza di plebei.
Siamo di fronte ad una
degenerazione della democrazia
che rende necessari
atti rivoluzionari per ripristinarla.
Ecco, questa è la risposta
giusta.