Secondo il ministro della Salute, contro la pillola abortiva Ru486 c’è un incomprensibile pregiudizio ideologico.
In un’intervista al Corriere della Sera, Livia Turco, infastidita dalla sequela di interrogazioni parlamentari sul tema, sostiene che chiamare un ministro a rispondere su una questione squisitamente tecnica come quella dell’aborto chimico, “è un’anomalia tutta italiana”. La scelta se interrompere la gravidanza con un’aspirazione o con qualche pillola riguarderebbe solo i medici e le pazienti, non la politica; tanto più che il farmaco è adoperato abitualmente in molti paesi, e potrebbe arrivare in Italia da un momento all’altro.
Sarebbe facile rispondere che avanzare dubbi su un metodo che ha già provocato almeno 14 morti, di cui l’ultima rivelata solo all’interno di un congresso di specialisti che non si sono nemmeno preoccupati di comunicarla alla stampa, è frutto di preoccupazioni poco ideologiche e molto concrete sulla salute delle donne. L’accecamento ideologico traspare, se mai, dal pesante silenzio ufficiale che copre queste morti, mentre dopo un caso di morte per anoressia è bastato a Giovanna Melandri per intervenire con gli stilisti.
Se un’anomalia c’è, riguarda la casa che distribuisce il farmaco, la Exelgyn, che in tanti anni – la pillola è stata autorizzata per la prima volta in Francia nell’89 – non ha mai avviato le procedure per introdurlo sul nostro mercato.
La strategia commerciale dell’azienda è sempre stata molto cauta, e molto intrecciata con la politica dei governi nazionali.
Per esempio, piuttosto che distribuire la Ru486 negli Usa, nonostante le documentate insistenze e pressioni del presidente Clinton, si è preferito regalare il brevetto agli americani (gesto che metteva al riparo la ditta dalle responsabilità legali); e tutta la vivace azione di lobbying dei radicali e della sinistra comunista, non è bastata a far decidere l’azienda a diffondere la pillola in Italia. Meglio aspettare un segno esplicito dal governo: è per questo che la Exelgyn è stata golden sponsor del recente convegno romano della Fiapac, l’organizzazione internazionale degli operatori dell’aborto, a cui hanno portato i saluti sia il ministro Bonino che Maura Cossutta a nome della Turco; ed è per questo che a conclusione del convegno il direttore della Exelgyn ha comunicato alla stampa di essere stato ricevuto al ministero della Salute, dichiarando che la registrazione del prodotto in Italia è questione di mesi.
Quello che la Turco non dice è che l’introduzione della Ru486 aprirebbe una questione tutt’altro che tecnica, cioè la sopravvivenza della legge 194 .
E’ questo il vero, silenzioso braccio di ferro che si sta svolgendo, il conflitto che il ministro vuole tenere lontano dal Parlamento e dal governo, confinandolo in ambito regionale. Il modello da seguire, per le forze politiche che promuovono l’aborto chimico, è quello francese, dove la normativa, assai simile alla nostra, prevedeva che l’intervento avvenisse esclusivamente nelle strutture pubbliche. La diffusione del metodo chimico ha implicato in primo luogo un pronunciamento sulla compatibilità con la legge allora vigente, ottenuto grazie a una ridefinizione dell’interruzione di gravidanza: i francesi hanno stabilito che non si abortisce quando si espelle materialmente l’embrione o quando l’utero si svuota, ma quando si assume il farmaco. Questo però non è bastato, e alla fine è stato necessario modificare la legge per consentire l’aborto a domicilio, annullando nella sostanza le garanzie offerte dall’assistenza pubblica.
Già sette regioni utilizzano la Ru486, sfruttando le pieghe della normativa sull’importazione diretta dei farmaci. Lo scopo è creare una situazione di fatto che consenta di allargare le maglie della legge, e chiedere un’ordinanza ministeriale che faciliti l’acquisizione della pillola da parte dei singoli ospedali.
Ma se, come afferma il ministro, la scelta di un metodo abortivo riguarda solo i medici e le donne, perché mai i consigli regionali e i comitati etici locali si fanno attivi promotori della Ru486?
Perché cercano disperatamente metodi per diffondere un farmaco che non è stato sottoposto al controllo dell’ente di farmacovigilanza, che non ha un protocollo, e che l’azienda non vuole ancora registrare?
Che ne dice, il ministro, di questa anomalia tutta italiana?

Eugenia Rocccella su il Foglio

saluti