“Gli inviati della Rai o di importanti quotidiani italiani soggiornano in alberghi a cinque stelle, girano con macchine private e non si mescolano con le persone normali”.
Pubblichiamo di seguito un'intervista rilasciataci dal giornalista Cristiano Tinazzi. Cogliamo l'occasione per ringraziarlo pubblicamente per la sua disponibilità nei nostri confronti.
Sei stato in Libano nel mese d'agosto, vivendo in prima persona le tragiche vicissitudini del Paese.Hai avuto modo d’incontrare i miliziani di Hezbollah e di sentire le opinioni della gente del posto.Quale sentimento traspare in seguito al ritiro delle truppe sioniste? Prevale l’orgoglio per la seconda vittoria libanese ai danni di Israele oppure la desolazione nel vedere un Paese completamente da ricostruire?
Se per Hezbollah si tratta di una ‘vittoria divina’, come si legge su migliaia di cartelloni pubblicitari pagati dal ‘partito di Dio’ e affissi sulle strade di tutto il Paese, per altri la domanda è una sola, ovvero se valeva la pena avere una seconda ‘vittoria’ su Israele al prezzo di un Libano distrutto. Oltre mille morti, migliaia di feriti, l’85% per cento degli agricoltori che ha perduto tutto, il settore turistico in ginocchio e di riflesso una disoccupazione che sale all’80%. Il sentimento cambia a seconda di chi si intervista, chiaramente. Qui nessuno da ragione a Israele. Neanche Jumblatt. Ma differenti sono le valutazioni sul comportamento tenuto da Hezbollah prima e dopo il conflitto e sulle responsabilità politiche che hanno permesso lo scatenarsi di questa criminale aggressione. Lo stesso sayyed Hassan Nasrallah ha dichiarato pochi giorni fa: “se avessimo saputo che le conseguenze del rapimento dei due soldati israeliani sarebbero state così disastrose, non avremmo compiuto questa azione militare".Chi paga, come sempre, sono i civili. E’ evidente che gli sciiti di Haret-Hreik, il quartiere a sud di Beirut duramente colpito dalle bombe sioniste e roccaforte di Hezbollah, la pensino diversamente dai cristiani di Sin-El-fil. La responsabilità è anche del governo libanese, che ha sempre lasciato il sud a se stesso, privilegiando altre regioni del Paese. Una ultima considerazione è sull’influenza di Hezbollah sulla realtà musulmana libanese. Non tutti gli sciiti votano per Hezbollah o ne condividono le posizioni politiche. Altra cosa è l’ala militare del partito, che gode simpatie in tutte le confessioni e comunità libanesi, per il patriottismo dimostrato nella lotta di liberazione dall’occupante sionista e dai suoi accoliti. Ora però i libanesi vogliono avere pace e tranquillità, come dimostra un recente sondaggio effettuato all’interno della comunità sciita e che rivela che il 51% degli intervistati è favorevole al disarmo di Hezbollah. Disarmare Hezbollah, tuttavia non significa diminuirne la sua capacità militare, ma ‘normalizzare’ la sua ala militare inserendo parte di essa nell’esercito libanese. C’è anche da tenere conto che la quasi totalità di sottufficiali e soldati è di osservanza sciita, mentre gli ufficiali sono in maggioranza cristiano maronita. La cosa quindi non provocherebbe nessun attrito nell’esercito libanese.
Allo scopo di traslare su binari occulti il proseguo della guerra sionista, la ricostruzione del Libano non rischia di finire nelle mani di imprese occidentali?
La ricostruzione del Paese si baserà su un dato molto semplice, ovvero su quanti soldi si riusciranno a raccogliere attraverso la comunità internazionale e le organizzazioni governative e non impegnate nel Paese. Gli stati arabi si sono già mossi. La Siria ad esempio si è offerta per ricostruire interamente un paese, mentre l’Arabia saudita ha già versato un miliardo e mezzo di dollari. La fondazione Gheddafi ha inviato una nave carica di aiuti umanitari e mezzi di soccorso. Questi sono solo alcuni esempi, ma molti altri stati arabi hanno già contribuito finanziariamente o attraverso concreti aiuti in loco alla ricostruzione del Paese. Sicuramente nessuna impresa israeliana potrà prendere appalti sul territorio libanese. Per quanto riguarda altre realtà, chi può dirlo? Il Libano è un Paese fortemente influenzato dall’Occidente e centinaia di imprese già lavorano in loco e investono nel Paese. Beirut è l’esempio più lampante di questa occidentalizzazione. Il centro è completamente nuovo, spariti souq e vicoli arabeggianti per fare posto a linde strade, alberghi a cinque stelle, McDonalds e a centinaia di banche.
L’invio delle truppe Onu nel sud del Libano, è accettato di buon grado dai miliziani o temono che sia un semplice avvicendamento di soldati appartenenti alla “stessa fazione” degli invasori?
Sai, una cosa che dicono anche qui gli stessi abitanti del sud é che “nessuno sa dove stanno i miliziani di Hezbollah, ma stai sicuro che sono accanto a te”. Il guerrigliero col basco verde e lanciarazzi a tracolla non lo vedi in giro, ma molti hanno un kalashnikov sul sedile della macchina. Le persone con cui abbiamo parlato a Tiro, Sidone, a Cana, Aitaroun, Bent Jbeal e molti altri dicono più o meno le stesse cose. Tutti sono contenti dell’invio delle truppe italiane e francesi. La Finul I non era servita a nulla. Ora molti sperano che la Finul II possa effettivamente fare qualche cosa, anche se lo scetticismo è forte. E in ogni caso non si parla di disarmo di Hezbollah nei compiti dei soldati dell’ONU. No, nemici no. L’Italia nel Paese è vista di buon occhio.
Abbiamo appurato che il nuovo governo italiano, gode di maggiori simpatie nel Vicino Oriente rispetto al precedente. Questa sensazione ha trovato ulteriori conferme nell'intervista al giornalista giordano Talal Khrais.Secondo te, a cosa è dovuta questa fiducia? Ha qualche fondamento razionale?
In effetti il governo Prodi è visto con favore rispetto al precedente governo. Le stesse affermazioni di simpatia verso Prodi e i suoi alleati mi vennero fatte in Libia da diversi esponenti dei comitati popolari. In effetti vi è un ritorno ad una maggiore centralità dell’Italia nella gestione del Mediterraneo e si sta cercando di rilanciare il Paese in un ruolo di media potenza che da sempre, grazie alla posizione centrale, permette all’Italia di poter svolgere una funzione di cerniera tra le due sponde del Mediterraneo. Una politica non proprio filoaraba, ma che ha maggiore attenzione verso il mondo arabo e i suoi bisogni rispetto al governo Berlusconi, sfacciatamente a acriticamente schierato con gli Stati Uniti.
Siria ed Iran non sono scesi in campo durante il conflitto. I libanesi ed Hezbollah s'attendevano un intervento militare da parte di Paesi ritenuti “amici”? Se sì, è mutata la loro opinione nei confronti dei due Stati?
Iran e Siria non potevano intervenire, pena una estensione a livello regionale del conflitto che avrebbe portato ad esiti catastrofici sia per gli aggrediti che per gli aggressori. Hezbollah non si aspettava una escalation militare del genere da Israele, ma in ogni caso sapeva che avrebbe dovuto fare affidamento sulle sole proprie forze. Il rapporto con la Siria è conflittuale e controverso. La Siria sta cercando recuperare l’influenza politica sul Paese dopo il ritiro delle sue truppe. L’Iran ha invece ancora una influenza diretta per il suo tramite con Hezbollah. Tutti e due gli stati sono stati comunque accusati di aver fornito armi e aver formato militarmente Hezbollah. La realtà dei fatti è molto più complessa: esiste una rivalità tra Siria e Iran sul controllo del Libano. Paradossalmente, penso che un attacco ad uno di questi due Paesi lascerebbe indifferente l’altro. Il caso palestinese deve essere da insegnamento. Il mondo arabo è diviso e probabilmente reagirebbe solo a parole in caso di una nuova aggressione. Altra cosa è il sostegno popolare. In Siria, pur essendo la maggioranza di osservanza sunnita, non c’è una macchina, negozio o casa che non esponga il simbolo di Hezbollah o metta bene in vista Nasrallah, spesso accompagnato dal presidente siriano. Le bancarelle vendono cassette, cd, video spillette e magliette con la faccia di Nasrallah. Nell’immaginario collettivo, nella mitologia rivoluzionaria, il leader Hezbollah nel mondo arabo ha soppiantato Che Guevara. Nasrallah è il Che Guevara arabo. Per quanto riguarda l’opinione sui due stati, io penso che per i libanesi la cosa più importante sia l’indipendenza e la sovranità del Paese. Molti possono avere simpatie per la Siria o per l’Iran, molti no. Ma tutti non tollerano più che altri Paesi si intromettano nelle questioni interne del Libano.
La guerra ha creato inevitabilmente nuovi profughi. Come si stanno muovendo governo e Paesi arabi per ovviare a questa drammatica situazione?
Moltissimi profughi sono scappati in Siria, rifugiandosi presso parenti o amici. I Paesi arabi hanno da subito cercato di fornire aiuti alla popolazione, ma come ben tutti sappiamo, anche i corridoi umanitari sono stati impietosamente bombardati dagli aerei e dagli Apache con la stella di Davide. L’emergenza umanitaria e il timore della diffusione di epidemie sono lentamente rientrati mano a mano che i soldati di Tsahal lasciavano il suolo libanese rientrando nei propri confini. L’odore forte della morte si sente ancora però, nelle zone devastate dai bombardamenti terroristici di Tel Aviv. E’ un odore che non si dimentica. Ci vorrà molto tempo prima di tornare alla normalità.
L'immagine di Nasrallah è uscita molto rafforzata al termine del conflitto. Può essere una figura di riferimento per tutto il popolo libanese o le differenze religiose non consentono ancora un giudizio univoco sul personaggio? Più in generale, come sono i rapporti tra le diverse comunità presenti nel Paese?
Hassan Nasrallah è diventato l’icona degli oppressi del mondo arabo, indipendentemente se siano sciiti o sunniti. Ma altre figure sono estremamente importanti se non più importanti di Nasrallah in Libano. Pensiamo alla figura dell’Imam Moussa Sadr, uomo di pace capace di farsi ascoltare da tutte le comunità religiose, cristiane comprese, scomparso misteriosamente nel 1978 mentre era in Libia e ricordato pochi giorni fa da Amal, il partito del ministro Nabih Berri, a Tiro. Nasrallah è comunque rispettato anche dalla comunità cristiana e viene considerato un patriota, anche se vengono criticati spesso i metodi di Hezbollah. I rapporti tra le diverse comunità non sono ancora del tutto distesi, anche se ormai un processo di integrazione reale delle differenti componenti nel Paese è ormai avviato da anni. Nessuno vuole ritornare più alla guerra civile e gli incontri tra i rappresentanti religiosi delle varie comunità sono all’ordine del giorno.
L’Asse antimperialista che si sta delineando dal Venezuela alla Corea del Nord, passando per Iran e Siria, secondo te, ha qualche possibilità di successo? Chávez, per esempio, ha un buon gradimento nel Paese?
L’asse antimperialista che si sta raccogliendo sotto la bandiera del bolivarismo latinoamericano e sotto i Paesi non allineati può rappresentare un secondo polo antagonista a quello unilaterale americano, ma i Paesi che compongono questa non ufficializzata e disomogenea alternativa multipolare non hanno una strategia comune. L’unico che ha le idee chiare al momento è solo il presidente venezuelano, ma non credo che questo fronte antimperialista possa concretizzarsi in qualche cosa di strutturato. Credo invece che ci potranno essere una serie di alleanze intercambiabili tra questi Paesi volte al sostegno di determinate richieste fatte dall’uno o dall’altro Paese. Il sostegno al Venezuela nella sua richiesta di un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu sarà un banco di prova di questa ‘alleanza’, così come le posizioni prese sulla questione nucleare iraniana sempre in sede Onu. Se il Venezuela entrerà nel Consiglio, sarà una vittoria importante per tutti questi Paesi.
Sulla seconda domanda in genere i quotidiani nei Paesi arabi non vanno molto, e per la maggior parte i giornali riportano notizie interne e internazionali ma sempre legate alla regione. Quindi non posso dirti che gradimento abbia Chávez nel Paese e quanti lo conoscano. Passeggiando per Sidone sono rimasto stupido da un cartellone col faccione di Chávez, non mi sarei mai aspettato di trovare il suo volto in Libano! Altra cosa invece in Siria, dove Chávez è stato in visita giusto il 30 agosto scorso e insieme a Bashar el-Assad ha rinnovato la sua promessa di lotta all’imperialismo nordamericano.
Sei stato anche nel campo profughi palestinese di Tiro. Puoi raccontarci qualcosa di questa esperienza?
Il campo profughi di Sidone si chiama ‘Mukhaiam ain elwi saida’ che significa qualcosa tipo campo dei begli occhi, o per altri campo della sorgente. All’ingresso del campo, uno stato nello stato, i militari con lo stemma della Palestina sul basco si fronteggiano con i militari libanesi. Per entrare nei campi palestinesi occorre un permesso speciale dell’esercito. La faccia di Arafat campeggia su tutti i muri, insieme a quella dei martiri e dello sheik Yassin. Il responsabile del campo, Mohamed Ali Abeid, è di Fatah. Ritratti di Abu Mazen nel suo ufficio non se ne vedono. Più che un campo profughi, come tutti gli altri campi, dopo tanti anni ognuno qui si è costruito la sua casetta, spesso con materiale di fortuna, dando così nell’insieme l’impressione di attraversare una favelas dei sobborghi di Rio de Janeiro. Le strade strette e sporche spesso terminano in posti di controllo improvvisati con miliziani in canottiera unta e lo sguardo non molto rassicurante. In una zona la nostra guida ci fa cenno di fermarci. Deve parlare con qualcuno. Dopo pochi minuti torna indietro e ci fa capire che non si può proseguire. Ci fa un gesto coi polsi incrociati e spiega ad una giornalista messicana che parla arabo che se non ci fosse stato lui ci avrebbero sequestrato. Il campo di Sidone ha una pessima reputazione e l’ombra di elementi salafiti. Fatah controlla forse una metà del campo. L’altra metà è in mano ad altri, ma non era il caso di andare a chiedere loro chi rappresentassero. La prima cosa che salta agli occhi, comunque, è l’estrema povertà nella quale vive questa gente.
Conosci qualche particolare o notizia che in Italia, con tutta probabilità, non verrà mai divulgata dai mezzi d'informazione ufficiale?
La stampa italiana è lontana da ciò che realmente succede nel Paese. Gli inviati della Rai o di importanti quotidiani italiani soggiornano in alberghi a cinque stelle, girano con macchine private e non si mescolano con le persone normali. Salire su un pullman pubblico o su un microbus insegna più cose che stazionare nei pressi del Ministero dell’informazione libanese, ente che ha di tutto tranne che l’informazione. La verità la si può avere soltanto parlando con la gente comune e vivendo come loro. In Italia non c’è un giornale che riporti la verità su ciò che sta succedendo realmente nel Paese. Essere partigiani dell’una o dell’altra fazione comporta la perdita di obiettività e una manipolazione delle stesse informazioni. Hezbollah non è un gruppo di terroristi, ma non rappresenta neanche tutto il Libano e, diciamolo chiaramente, non ha vinto contro Israele. Ha resistito, questo sì, ma siamo ben lontani dal dire che Israele abbia perso la guerra. Non sarebbe corretto dirlo. Parlare di Hezbollah come terrorista, così come esaltare come vittoria una, seppur valorosa, resistenza, significa in entrambi i casi compiere una manipolazione delle informazioni, spesso fatta per interessi collegati esclusivamente alla politica interna italiana.
12 Settembre 2006
a cura della redazione di "La Verità"




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