L’UNIONE SARDA, 02 febbraio 2007
Quel giorno dedicato alla Sardegna
DI SALVATORE CUBEDDU
Qualche settimana fa si è riproposta la polemica a proposito di “sa die de sa Sardigna”.
Questo giorno - che evoca “il giorno” in cui questa nostra patria sarda potrà essere vissuta dai cittadini che la abitano come luogo e tempo di speranza, di lavoro e di felicità – è stato contestato da taluni.
Nel passato c’erano state discussioni sull’adeguatezza della data. Critiche sull’entità o
sulla distribuzione dei finanziamenti (seppur minimi). Diffidenza per i pericoli “politici” che una festa nazionale sarda rappresenterebbe. E forse in questo è individuabile la chiave di lettura dell’ultimo confronto tra un consigliere regionale sardista e un importante intellettuale della sinistra.
L’oggetto del contendere è la dedica ad Antonio Gramsci della rievocazione di “sa die” del 2007. Con una serie di convegni, conferenze e discussioni. Come è successo lo scorso anno per il tema dello statuto sardo. E l’altro anno per Eleonora d’Arborea. E, prima ancora, per la Brigata Sassari.
Tutti temi meritevoli, perché interpretano momenti importanti della nostra storia.
Eppure l’interrogativo vale per tutte queste importanti tematiche e viene da solo: sa die de sa Sardigna non trova già in se stessa il suo referente storico ed una propria motivazione nel risvegliare la nostra coscienza storica di popolo?
Non è stata forse già sperimentata la sua capacità di coinvolgere, oggi come allora, i sentimenti più profondi della nostra gente? La possibilità, sempre attuale, di richiamarci al bisogno di unità ed al dovere dell’impegno?
Non è, quindi, necessario sovrapporgli altri temi, che pure devono trovare spazio ed attenzione. Anzi, oggi più che mai, abbiamo bisogno di un giorno in cui sentirci uniti da un comune destino invece che divisi da troppi conflitti.
In quel 28 aprile 1794, con la cacciata dei piemontesi, si dava avvio alla lotta per l’abolizione del feudalesimo. Può correttamente venire considerata la data di inizio del lungo processo della modernità della Sardegna.
Non è lo stesso per i francesi, con il loro 14 luglio? Lo era per lo stesso giovanissimo Gramsci, che più tardi ricorderà la passione con cui gridava e scriveva, memore appunto di quei lontani eventi, “ a fora sos Continentales!”.
Gramsci, uscito dal carcere fascista, pensava di tornare in Sardegna per guarire e ricominciare a vivere in una relativa libertà.
Il rapporto di Gramsci con la Sardegna è sempre stato fortissimo. Forse è per questo che la Giunta regionale ha deciso di dedicare a un anniversario dell'intellettuale e politico di Ghilarza le celebrazioni del 2007.
Ma qualcosa fa pensare che i motivi non siano solo questi. Lo rivelano i toni dell'attacco rivolti al consigliere sardista ed al Partito sardo.
Gramsci ebbe grande attenzione e rispetto per i sardisti, così come Renzo Laconi. Ma non è forse vero che, come ci hanno raccontato degli storici inequivocabilmente di sinistra, i comunisti si proponevano di rivolgere le loro attenzioni ai sardisti per distruggere il loro gruppo di- rigente e conquistarne la base? Come chi corteggia una ragazza per rubarle il portafogli.
Nel partito sardo si ha il sospetto che la scelta di celebrare oggi Gramsci, e prima altri personaggi, serva soprattutto a mettere in ombra e a togliere tonalità emotiva all'idea stessa di una giornata di celebrazione della memoria storica del popolo sardo.
Com’è che, ad esempio, non si è mai dedicato un anno di Sa die de Sa Sardigna alla memoria dei martiri, arrestati, sottoposti a processo sommario, impiccati in piazza negli anni in cui i Savoia vivevano in Sardegna esuli dalla rivoluzione europea, nutriti da un popolo sardo che moriva di fame? Basta confrontare le serie demografiche sarde tra il 1790 ed il 1820 per vedere che furono anni terribili.
Gramsci, che ha subito l’oppressione e cercato la libertà pagandone i prezzi più amari, sarebbe ben rappresentato, come tutti i Sardi, da una giornata in cui si celebra proprio l’istanza di libertà del popolo a cui lui appartiene. Le realtà più profonde non hanno bisogno di appoggiarsi ad altro per essere rappresentate, ma sono esse stesse che, appunto, con la loro forza possono essere espressione di tutto e di tutti noi.