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  1. #21
    Sardista po s'Indipendentzia
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    La polemica con i DS non è che mi appassioni particolarmente.
    Volevo solo ricordare (anche al signor G. Scroccu) che il PCI prima ed i DS poi si sono dimostrati in diverse circostanze sostanzialmente antisardisti e sempre in ritardo rispetto alle intuizioni politiche del PSd’Az.
    Il PCI, e non Gramsci, non era né autonomista men che meno federalista.
    Vogliamo ricordare la “scomunica” dell’esperienza del Partito comunista di Sardegna?
    E che dire della campagna condotta sul finire degli anni ’70 dall’allora segretario nuorese (A.E.) che emanò un comunicato per boicottare la raccolta di firme sulla proposta di legge popolare sul bilinguismo?
    Per non parlare del concetto di nazione o nazionalità sarda, negato e deriso fino a tempi recenti, forse tutt’ora.
    E dell’impallinamento della legge sulla lingua e cultura sarda al termine della legislatura guidata da Mario Melis nel 1989?
    Oppure ultimamente in ordine di tempo le indebite intromissioni di A. Cabras in casa sardista?
    Ma rischio di andare OT.

    Per chi volesse leggersi l’intervento di Gianluca Scroccu e relativi commenti:
    http://www.aprileonline.info/1096/ne...on-lo-vogliono

  2. #22
    w i punkillonis
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    provo ad aggiungere:
    la sostanza è che sono sicuro che chiameranno per questa celebrazione qualche politico italiano, forse napolitano stesso, mortificando sia la ricorrenza de sa die, che, pur con i suoi limiti potrebbe far riflettere sul periodo della sarda rivoluzione (e magari portare alla luce i martiri Sanna-Corda, Cilocco e tanti altri), che Gramsci stesso.
    Ho assistito a una conferenza a Ghialrza dove un giovane antropologo (non certo di tradizione marxista o post) diceva che gramsci era un patrimonio di tutta la sardegna facendo scandalizzare la platea diessina con mugugni e commenti di varia natura.
    Questa è la triste realtà.

  3. #23
    Meda sabios paris
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    Citazione Originariamente Scritto da Lutzianu Visualizza Messaggio
    provo ad aggiungere:
    la sostanza è che sono sicuro che chiameranno per questa celebrazione qualche politico italiano, forse napolitano stesso, mortificando sia la ricorrenza de sa die, che, pur con i suoi limiti potrebbe far riflettere sul periodo della sarda rivoluzione (e magari portare alla luce i martiri Sanna-Corda, Cilocco e tanti altri), che Gramsci stesso.
    Ho assistito a una conferenza a Ghialrza dove un giovane antropologo (non certo di tradizione marxista o post) diceva che gramsci era un patrimonio di tutta la sardegna facendo scandalizzare la platea diessina con mugugni e commenti di varia natura.
    Questa è la triste realtà.
    Sos politicos italianistas jughen culpas mannas, est beru.... Ma culpa pius manna jughen cussos Indipendentistas ki po Sa Die si ndè sun semper samunados sas manos, regalendela a sos italianos......

    Sos Bascos, cando b'at de custas festas no ispettan sos politicos, calan in piatta e las zelebran a sa manera issoro, cun cuntzertos, kistionos, banderas, etc.
    Deo naro ki organizzendela bene una manifestada de 20.000 pessonas in Casteddu po Sa Die est possibile! E a cussu puntu sos traittores poden cumbidare sos ki keren......

    Troppu facile est a narrer ki s'est oltada a festa regionale: semus nois ki no l'amos iskida sfruttare!

  4. #24
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito L’UNIONE SARDA, 02 febbraio 2007

    Quel giorno dedicato alla Sardegna


    DI SALVATORE CUBEDDU

    Qualche settimana fa si è riproposta la polemica a proposito di “sa die de sa Sardigna”.
    Questo giorno - che evoca “il giorno” in cui questa nostra patria sarda potrà essere vissuta dai cittadini che la abitano come luogo e tempo di speranza, di lavoro e di felicità – è stato contestato da taluni.
    Nel passato c’erano state discussioni sull’adeguatezza della data. Critiche sull’entità o
    sulla distribuzione dei finanziamenti (seppur minimi). Diffidenza per i pericoli “politici” che una festa nazionale sarda rappresenterebbe. E forse in questo è individuabile la chiave di lettura dell’ultimo confronto tra un consigliere regionale sardista e un importante intellettuale della sinistra.

    L’oggetto del contendere è la dedica ad Antonio Gramsci della rievocazione di “sa die” del 2007. Con una serie di convegni, conferenze e discussioni. Come è successo lo scorso anno per il tema dello statuto sardo. E l’altro anno per Eleonora d’Arborea. E, prima ancora, per la Brigata Sassari.
    Tutti temi meritevoli, perché interpretano momenti importanti della nostra storia.

    Eppure l’interrogativo vale per tutte queste importanti tematiche e viene da solo: sa die de sa Sardigna non trova già in se stessa il suo referente storico ed una propria motivazione nel risvegliare la nostra coscienza storica di popolo?
    Non è stata forse già sperimentata la sua capacità di coinvolgere, oggi come allora, i sentimenti più profondi della nostra gente? La possibilità, sempre attuale, di richiamarci al bisogno di unità ed al dovere dell’impegno?
    Non è, quindi, necessario sovrapporgli altri temi, che pure devono trovare spazio ed attenzione. Anzi, oggi più che mai, abbiamo bisogno di un giorno in cui sentirci uniti da un comune destino invece che divisi da troppi conflitti.

    In quel 28 aprile 1794, con la cacciata dei piemontesi, si dava avvio alla lotta per l’abolizione del feudalesimo. Può correttamente venire considerata la data di inizio del lungo processo della modernità della Sardegna.
    Non è lo stesso per i francesi, con il loro 14 luglio? Lo era per lo stesso giovanissimo Gramsci, che più tardi ricorderà la passione con cui gridava e scriveva, memore appunto di quei lontani eventi, “ a fora sos Continentales!”.

    Gramsci, uscito dal carcere fascista, pensava di tornare in Sardegna per guarire e ricominciare a vivere in una relativa libertà.

    Il rapporto di Gramsci con la Sardegna è sempre stato fortissimo. Forse è per questo che la Giunta regionale ha deciso di dedicare a un anniversario dell'intellettuale e politico di Ghilarza le celebrazioni del 2007.
    Ma qualcosa fa pensare che i motivi non siano solo questi. Lo rivelano i toni dell'attacco rivolti al consigliere sardista ed al Partito sardo.
    Gramsci ebbe grande attenzione e rispetto per i sardisti, così come Renzo Laconi. Ma non è forse vero che, come ci hanno raccontato degli storici inequivocabilmente di sinistra, i comunisti si proponevano di rivolgere le loro attenzioni ai sardisti per distruggere il loro gruppo di- rigente e conquistarne la base? Come chi corteggia una ragazza per rubarle il portafogli.

    Nel partito sardo si ha il sospetto che la scelta di celebrare oggi Gramsci, e prima altri personaggi, serva soprattutto a mettere in ombra e a togliere tonalità emotiva all'idea stessa di una giornata di celebrazione della memoria storica del popolo sardo.

    Com’è che, ad esempio, non si è mai dedicato un anno di Sa die de Sa Sardigna alla memoria dei martiri, arrestati, sottoposti a processo sommario, impiccati in piazza negli anni in cui i Savoia vivevano in Sardegna esuli dalla rivoluzione europea, nutriti da un popolo sardo che moriva di fame? Basta confrontare le serie demografiche sarde tra il 1790 ed il 1820 per vedere che furono anni terribili.

    Gramsci, che ha subito l’oppressione e cercato la libertà pagandone i prezzi più amari, sarebbe ben rappresentato, come tutti i Sardi, da una giornata in cui si celebra proprio l’istanza di libertà del popolo a cui lui appartiene. Le realtà più profonde non hanno bisogno di appoggiarsi ad altro per essere rappresentate, ma sono esse stesse che, appunto, con la loro forza possono essere espressione di tutto e di tutti noi.

 

 
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