Don Eugenio, cioè Scalfari, ha attinto il sublime domenica scorsa, spiegando per filo e per segno ai lettori di Repubblica, ai quali parla in alternanza con l’editorialista dell’Obra Joaquín Navarro-Valls, non già il dictum crociano
“perché non possiamo non dirci cristiani” bensì il più ambizioso e saporoso
“come si diventa buoni cristiani”.
Don Eugenio crede di sapere che la chiave di tutto è l’amore evangelico nella sua personale vulgata, testimoniabile in un solo modo: autorizzando per via legale i diritti paramatrimoniali di chiunque, senza discriminazioni di sesso o altro, decida di costituire o abbia costituito una cellula affettiva fuori del matrimonio.
Il che sembrerebbe uno scherzo, con il giornalone laico che si trasforma in pulpito parrocchiale o in sapienza cristiana universale, Largo Fochetti al posto di Piazza San Pietro, una Loggia laica che sostituisce il Loggiato del Bernini.
Invece non è uno scherzo, perché il sapere cristianeggiante di don Eugenio assomiglia molto al sapere cristiano che s’insegna prevalentemente in parrocchia.
E anche per questo non piace (non sembri un paradosso) a noi libertini, però devoti alla sede petrina.
Nei prossimi mesi, in regime di libertà di parola e interlocuzione per tutti, come si conviene a un giornale che non voglia affogare nella noia del consenso preventivo, cercheremo di argomentare la nostra posizione editoriale sul tema della famiglia e delle unioni di fatto. E’ una battaglia di retroguardia, quella a difesa del matrimonio, perché si cerca di chiudere la stalla o la stella della famiglia quando i buoi o gli dèi sono fuggiti già da tempo immemorabile.
Se puoi divorziare, anche in breve se del caso; se puoi abortire nella solidarietà generale e nell’incoraggiamento solidale anche per capriccio (“Vorrei tanto abortire, ma non riesco a restare incinta”, dice la comica Sara Silberman); se puoi programmare le nascite, come si dice, per progetto di vita, la tua vita incurante della sua vita; se puoi praticare ogni forma di fecondazione artificiale, evitando il nobile civile e parziale interdetto della italiana legge 40, staccando un biglietto low cost di Ryanair e volando a Londra o a Madrid in un paio d’ore; se puoi scegliere il diritto di aver figli e quali figli (Carlo Flamigni) al posto dell’attesa di un bambino o di una bambina, che ormai nel mondo che ha uso di mondo sa tanto di favola della Natività, è un privilegio riservato alla Madonna partoriente; se tutto ciò è possibile, e perfino con il pretesto demoniaco della salute e della libertà delle donne, figuriamoci, ovvio che la battaglia sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto è una battaglia perduta prima ancora di essere data.
Però non darla sarebbe un gesto di viltà e di sottomissione culturale privo di decenza intellettuale e di senso comune morale. Almeno per chi pensi che il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, come complemento simbolico al legittimo riconoscimento di ovvii diritti civili particolari, è solo un’altra contraddizione in termini, come il divorzio, una contraddizione il cui unico significato è logorare, per poi demolirlo, l’istituto sociale e giuridico e sacramentale del matrimonio tra uomo e donna, civile o religioso.
Solo che, non essendo noi banali fiancheggiatori della gerarchia vaticana, come quelli che i giornali chiamano teocon, il nostro primo interlocutore polemico sono per l’appunto i cristiani di confessione cattolica.
Ai quali diciamo senza tanti indugi, mentre ci apprestiamo come possiamo, cioè a modo nostro, a fiancheggiare la loro iniziativa laica per ridurre i danni del submatrimonio laicista: siete stati coinvolti in una truffa, la truffa dell’amore.
L’omelia domenicale di don Eugenio lo dimostra in modo sovrabbondante. Gli illuminati ora vi fanno la predica in nome dei vostri principi socialmente più diffusi e autorevoli. Per dirvi quanto siete oscurantisti se non vi piegate alle loro idee, vi spiegano loro il vangelo e le parabole.
Certo non parliamo della caritas teologica e pastorale di Benedetto XVI o di Giovanni Paolo II, e forse nemmeno dell’amorevole carisma neo-pentecostale dei decreti e delle costituzioni del Vaticano II, che hanno espresso come segno dei tempi una nuova discesa dello spirito sul mondo: parliamo dell’amore sentimentale, dell’amore libero, del desiderio liberato e liberante che realizza l’utopia moderna di don Giovanni nella forma messianica “da ciascuno secondo la sua libido, a ciascuno la sua famiglia”.
La truffa dell’amore, questa è la verità, ha gabbato l’intera cultura occidentale contemporanea con il decisivo aiuto del cristianesimo portatile.
E’ stato semplice. Bastava mantenere i sacrosanti precetti dell’accoglienza dell’altro, del rispetto premuroso e soccorrevole per il volto dell’altro, del diverso da te, del socialmente differente, e su questa “differenza cristiana” innestare attraverso la libertà di coscienza credente la cancellazione del peccato originale, una visione irenica e pacificata della condizione umana, una omologazione di amore e desiderio, una diluizione del diritto alla vita nel mito del figlio sano e della perfetta padronanza femminile del corpo o del dovere di morire come diritto alla buona morte.
Intendiamoci, questi sono valori, sbagliato disprezzarli. Sono ideologia. Sono identità.
Sono anche, a forzare parecchio le cose, conseguenze delle parabole del vangelo, e non soltanto di quello di don Eugenio.
Magari è un po’ difficile che l’Apostolo Paolo, quel grande convertito che non si tacque, faccia da assistente alla truffa dell’amore, con l’asprigna dolcezza delle sue lettere di dannazione e di gioia, con la gaudente severità delle sue idee sulla legge e sulla giustificazione per fede.
Sta di fatto che la maggioranza degli uomini e delle donne moderni non saprebbe più vivere, continuando a rispettarsi e anche a coccolarsi con la nota indulgenza, in un mondo che non sacrificasse a queste idee, realizzandole giuridicamente e legislativamente.
E il mondo non si disfa e non si rovescia a piacimento. Ci si vive dicendo quel che si è con i comportamenti, facendo quel che si può con le opinioni libere. Esercitando magari il relativismo del minor danno, che impone di accettare diritti parafamiliari già praticamente tutti esistenti nel codice civile, ma in una formulazione che faccia assomigliare ogni unione affettiva comunque generata al matrimonio classico biparentale, che è per l’appunto quel segno simbolico che la cultura gay friendly per adesso chiede, soprattutto se l’alternativa sia la completa equiparazione via codice civile del matrimonio a ogni altra forma di unione.
Insomma, c’è posto anche per Dolce & Gabbana, la cui fervorosa storia di libero amore, esemplificata perfettamente dagli stilemi supermacho e sadomaso della loro sexy-pubblicità, fu raccontata con cortesia multimorale e multiculturale nello stesso giornale che pubblicava l’omelia di don Eugenio.
Ci sarà posto anche per noi?
Ferrara su il Foglio di martedì 12 dicembre.
saluti




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