Enzo Piffer è immobile a letto da 18 anni ma è paralizzato da 39 anni e mezzo. Da quando, il 27 luglio del 1967, nella piscina comunale di Rovereto si stava preparando ad un tuffo particolare dalla piattaforma di 5 metri e qualcuno gli pestò con violenza la mano. Precipitò su un blocco di partenza. In carrozzina per 20 anni, gli si è poi bloccata l'anca sinistra e non ha più potuto rimanere seduto. Era il 1988. Da allora Enzo vive a letto, immobile. Nel 1991, per apnee notturne, fu ricoverato all'ospedale di Rovereto, tracheotomizzato e per 50 giorni sottoposto alla stessa apparecchiatura che oggi tiene in vita Piergiorgio Welby, il ventilatore volumetrico. Oggi lui ad un respiratore ci è attaccato «solo» 10 ore al giorno. Piffer, che è nato e vive a Besenello, ha 58 anni. Prima di farsi male lavorava nell'edilizia. «Dopo? C'è Anna, mia moglie. È entrata nella mia vita il 4 febbraio del 1978». Enzo era presso il Centro Promozione Handicappati di don Antonio Mazzi, in attesa di una operazione. Mazzi era amico di Anna e la chiamò al telefono. Enzo è agnostico e uomo di sinistra. Molti hanno visto il suo letto alle manifestazioni di piazza, con una coperta con la raffigurazione di «Quarto stato» di Pellizza da Volpedo o altra che riproduce la bandiera della pace.
«Non staccatemi mai la spina»
Enzo Piffer: la nostra vita è più forte di tutti i dolori
«Per favorire la morte di Piergiorgio Welby debbono praticargli l'anestesia. Perché la morte per soffocamento è una delle peggiori modalità di mettere fine alla vita. Ma allora, perché non usare la stessa anestesia per lasciarlo vivere, senza dolore?».
Enzo ci attende, e non potrebbe essere altrimenti, sul suo lettino. La moglie Anna è di là in cucina. Lui ha sul viso delle stringhe e delle cannule che portano aria nelle sue narici. Parla, si affatica, respira. Parla ancora. La sala è luminosa, tutto qui ricorda la presenza di una donna straordinaria. Anche quest'uomo straordinario.
Enzo, perché non sei d'accordo con la battaglia di Piergiorgio Welby?
Non credo che Welby abbia scritto la seconda lettera divulgata dalla stampa. Suona falsa. Non credo che lui, americano, conosca così bene la storia di Aldo Moro e quella frase, «l'infame prigione». La lettera l'ha scritta qualcun altro e poi data alla stampa.
Welby è usato per una campagna ideologico-politica?
Credo ci sia un'area politica che sta strumentalizzando la sua sofferenza.
Tu non ritieni che una persona che soffre e la cui prospettiva è solo quella di soffrire e, poi, morire, debba avere la possibilità di decidere di smettere?
Dovremo parlare di eutanasia e di testamento biologico. E di accanimento terapeutico. Il testamento biologico si ha quando la morte la chiede una persona in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Ma queste facoltà mentali sono tali al momento della firma del testamento. Non è detto che chi ha firmato poi la pensi così sino alla fine. Ho almeno cinque esempi personali che ti potrei fare.
Vuoi dire che hai sperato, o forse cercato, di morire molte volte?
So cosa vuol dire desiderare fortemente la morte. Avevo 19 anni e sentivo il corpo dilaniato da continue e dolorose punzecchiature. Ero lacerato, dolente, totalmente paralizzato, 24 ore su 24 il dolore. I medici non capivano, in quanto io avrei dovuto essere insensibile. Volevo fortissimamente morire. È durato giorni e giorni. Un'altra volta mi misero due chiodi nel cranio per sostenere un archetto che doveva tenere in trazione la spina dorsale. Quando ti mettono l'archetto pare che ti infilino la testa in una morsa e stringano per farti scoppiare il cranio.
Accanimento terapeutico?
Ma potrei raccontarti di peggio. Essendo entrato nell'abisso del dolore continuo, senza apparente speranza di uscirci, in varie occasioni avrei firmato per staccare la spina. L'ho anche chiesto a qualcuno...
Ma Welby morrà fra poco, non ha nessuna speranza. Avverte solo il dolore.
Lasciami andare avanti! Dopo 17 giorni e 16 notti di laceranti punzecchiature che mi devastavano anche la mente, oltre al corpo, mi sono addormentato per un paio d'ore, un pomeriggio. E mi sono svegliato senza più quei dolori. Ho pianto. E con l'archetto fissato alla testa la cosa è pure durata più giorni. Welby, dicono i medici, può vivere ancora 3-4 mesi. Mi chiedo: perché anticipare la sua morte? Perché staccare la spina? La morfina, ad esempio, può dargli quel sollievo fisico che può avvicinarlo all'ora della morte senza farlo soffrire tanto. Perché volere invece farlo morire 60 o 90 giorni prima?
Ma perché vivere se soffri da anni, se la tua malattia è allo stadio terminale, se non hai speranze e soffri tanto? A cosa serve?
Io non ho fede, io sono agnostico, io non sono portatore di una visione sacrale della vita. Ma, ad esempio, so che la scienza conosce scarti improvvisi, scoperte impensabili di giorno in giorno. Il 23 luglio del 1967 io rimasi paralizzato. A quell'epoca, se chiedevi ad un medico cosa succede a toccare il cuore di un paziente, ti rispondeva che era la morte. Quindi, una malformazione cardiaca grave equivaleva alla morte. Nel novembre del 1967 Cristiaan Barnard a Cape Town fece il primo trapianto. La persona visse 17 giorni. Ne valeva la pena? Io dico fermamente di sì.
Ma vale la pena vivere la tua vita, con la qualità che ti è possibile?
Sììììììììììì. E la prima risposta la trovi là in cucina (ndr, la moglie Anna)...
Welby e tanti altri, vivono in condizioni ancora peggiori delle tue, senza nessuna speranza. Dici no alla sua richiesta di lasciarlo morire nell'illusione che in tre mesi la scienza trovi qualcosa per farlo stare meglio, per toglierli il dolore o dargli una speranza, anche una sola, di poterlo sopportare?
Prendi una persona sana che per motivi suoi vuole impiccarsi. Sale su una sedia e si mette la corda al collo. Cosa fai per convincerlo a desistere, tiri via la sedia? Se dipende da lui, fino all'ultimo secondo, la volontà di vivere o morire, io non posso fare niente. Ma se deleghi a qualcun altro l'azione di staccare la spina, chi mi dice che nel tempo che passa tra quella azione e la morte io non cambi idea? A quel punto non c'è possibilità di comunicare. Ma c'è di più, molto di più. Io detesto sentir dire che la qualità della vita è quella che definisce il diritto a farla finita per ognuno di noi. Io dico che attorno a me, o a Welby, c'è una società che può motivare la tua vita, fino all'ultimo istante. Non c'è bisogno di anticipare la morte.
Perché ostinarsi a voler tenere in vita una persona senza speranze, che non vuole vivere?
Perché, anche, puoi fare molto, farmacologicamente, per lenire il dolore e lasciar scorrere la vita fino al suo svolgersi naturale. Io in giardino ho un ciliegio piantato da mio padre. Vecchio e malato, ogni anno io e Anna dobbiamo potarlo un poco di più. Facciamo di tutto per farlo vivere, perché non con l'uomo? Ascolta, per favorire la morte di Welby debbono praticargli l'anestesia, perché la morte per soffocamento è terribile. Ma allora, perché non usare la stessa anestesia per la vita?
Non sei un uomo di fede. In base a cosa, allora, ti ostini a sostenere che una persona non ha il diritto di decidere quando smettere di vivere nella sofferenza e senza speranza?
Il diritto c'è, ma a staccare quella spina devi essere tu e solo tu. Negli Usa un giovane uomo di sport, molto ricco, era attaccato ad un respiratore e chiese all'amico di staccare la spina. L'amico gli disse di no. Ma gli procurò il modo, con un computer , di dare quell'ordine alla macchina. Di darsi lui la morte, semplicemente pronunciando una frase. Quella frase non è mai stata pronunciata. Ascolta. Ero in rianimazione a Rovereto e ho sentito i medici che dicevano: «Basta, l'abbiamo perso». Mi sono detto che volevo andarmene, non avevo più il benché minimo interesse a vivere, nessuna speranza. Poi ho visto entrare Anna. Non è un buon motivo per vivere? Dopo di allora ho basà 3.000 dòne ( trad. ho baciato 3.000 donne ), valeva la pena o no?
Entra la moglie Anna nella stanza. Lo ha sposato che era già paralizzato. E dice: «Io penso che la spina non si deve staccare per evitare di togliere ad un uomo anche un solo attimo di felicità, di serenità». Enzo ha un computer a comandi vocali. Gli parla e ci mostra la sua foto, e di Anna, sotto un ciliegio in fiore. Poi si fa rimettere le cannule al naso e rientra nei suoi pensieri. E nei suoi mali: la lunghissima permanenza a letto gli ha devastato il corpo, dentro. Ma lui guarda Anna e non vuole mollare il sorriso.
Fonte: L'Adige
Data: 14/12/2006




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