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    Predefinito Perché la sinistra da noi è….

    …catto-post-comunista?

    L’influenza di Giuseppe Dossetti nella vita della democrazia italiana è legata alla sua influenza sulla Democrazia cristiana e sui modi dell’impegno politico dei cattolici. Il fatto che egli ritenesse la chiesa come lo spazio della sua azione e sacrificasse ad essa le sue doti di leader politico non toglie che egli abbia esercitato sulla concezione politica dei cattolici in Italia un’influenza maggiore di quella esercitata nella chiesa italiana. Egli ebbe una grande occasione politica perché divenne un portavoce nella Dc rinata dopo il fascismo, rivestì il ruolo di rappresentante della generazione che si era formata durante gli anni 20, 30 e 40 vivendo la crisi della democrazia e del capitalismo.
    Nel periodo fascista ci furono centri di influenza intellettuale nel mondo cattolico che erano legittimati ad agire dalla politica concordataria del fascismo. Il luogo privilegiato era l’università e soprattutto l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
    Padre Agostino Gemelli, fondatore dell’università, si era opposto nel ’19 alla fondazione e all’azione del “partito fra cattolici” voluto da don Luigi Sturzo con la fondazione del Partito popolare Italiano, con l’accettazione di Papa Benedetto XV e del cardinale, segretario di stato, Pietro Gasparri.
    La tesi di Gemelli era che i cattolici dovessero agire sulla cultura e non sulla politica; e fu questa operazione che rese possibile il fiorire dell’Università Cattolica durante il fascismo.
    Giuseppe Dossetti, professore di Diritto canonico all’Università milanese, entra nella direzione democristiana nel rimpasto successivo alla liberazione del nord dall’occupazione tedesca e diviene vice segretario della Dc senza averlo scelto.
    Egli riunisce intorno a sé professori dell’Università Cattolica: Amintore Fanfani, Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira. Si trova di fronte Alcide De Gasperi che vuole fare della Dc un partito “nazionale”, capace di assorbire la destra.
    La tesi di De Gasperi è che i cattolici devono diventare custodi della democrazia italiana, superando il carattere di “partito tra cattolici” che era stato il Partito popolare di Sturzo. L’identità cattolica diveniva così funzionale alla democrazia liberale.
    Dossetti partiva dal principio di padre Gemelli, cioè che i cattolici dovessero esprimersi in riferimento alla cultura contemporanea e che la loro identità cattolica era il bene maggiore. La cultura contemporanea era allora espressa in politica dal Pci e il rapporto tra cattolici e comunisti italiani fu la chiave dell’intuizione politica di Dossetti.
    L’obbedienza ecclesiastica gli comandava con l’intervento nel ’46 del vescovo di Reggio, Beniamino Socche, e poi nel ’48 con il mandato di Pio XII, di candidarsi alle elezioni politiche, mentre egli non credeva che l’impegno immediato in politica fosse la strategia giusta per la presenza dei cattolici nel mondo nato dalla Seconda guerra mondiale.
    Al tempo stesso egli era un leader carismatico che esprimeva un comune sentire della generazione cattolica che aveva vissuto il fascismo e che vedeva nel Pci non solo l’avversario ma anche il portatore della cultura politica con cui fare i conti.
    La Costituente fu l’occasione offerta a Dossetti di tentare un dialogo sui fini della società con i comunisti.
    Mentre i degasperiani si dedicavano al governo, Dossetti, Fanfani, Lazzati e La Pira si dedicarono alla Costituzione. E ad essi si unì l’esponente dei laureati cattolici, Aldo Moro, diverso dal gruppo dell’Università Cattolica, legato ai laureati cattolici di Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI.
    La Costituzione fu concepita dal gruppo dell’Università Cattolica come una grande occasione per determinare una traccia comune tra i cattolici e il Pci, comprendendo il significato che la politica di Togliatti aveva per il mondo cattolico italiano. Dossetti ottiene qui il suo maggior successo. Ha un ruolo determinante per consentire a Togliatti, che lo desidera, il modo di far votare il riconoscimento costituzionale dei Patti Lateranensi.
    Dossetti spiega a Togliatti che i Patti non divenivano parte della Costituzione dello stato ma che l’articolo 7 era una norma sulla produzione giuridica. Indicava che la riforma consensuale dei Patti Lateranensi non avrebbe comportato revisione della Costituzione. Proprio la politica di intesa con il Pci per l’articolo 7 della Costituzione diede a Dossetti il massimo di autorevolezza nel mondo cattolico italiano.
    Il Pci era un grande fatto culturale e politico e con esso Dossetti voleva tentare una visione di fini comuni come fondamento della Repubblica italiana.
    La Costituzione italiana divenne, diversamente da quella francese e da quella tedesca, un documento dottrinale.
    Fu un saggio sulla società italiana futura, non rappresentò la restaurazione della democrazia, come pensava soltanto De Gasperi e con lui i popolari sturziani e i laici.
    Fu un manifesto di utopia, premessa di una rivoluzione da compiersi per via democratica, non un testo giuridico ma una dichiarazione di fini.
    Era una utopia che si sarebbe realizzata mediante il diritto perché le sue fondamenta erano già state poste.
    In questo concetto della Costituzione come programma futuro sta una rivoluzione nei fini che si sarebbe attuata come compimento costituzionale. La Costituzione italiana cercava di incorporare allo stato il concetto di rivoluzione.
    Dossetti ebbe coscienza di questa opera che costituiva il rapporto dei cattolici con la cultura politica più forte del paese e rispondeva anche al sentimento che la giovane generazione politica cattolica impegnata nella Dc sentiva: l’inserimento dei cattolici nella democrazia aveva un significato storico e quindi era una forma nuova di rivoluzione. Non a caso i costituenti dossettiani prendono come modello la Costituzione sovietica del ’36 che a loro avviso stabilisce sia i diritti che i mezzi per realizzarli. Il pensiero di Giuseppe Dossetti è così incorporato nella Costituzione italiana: e ciò spiega la sua rilevanza politica perché egli diviene il garante della identità costituzionale. Agli occhi dei democristiani si pone il problema del rapporto con il Pci ad un tempo come avversario politico e come alleato costituzionale. La forma dossettiana diviene la forma della Dc e nel tempo essa determina una omologia tra mondo democristiano e mondo comunista che regola tutta la storia politica italiana.
    Il ruolo storico di Dossetti appare nella Costituente e la storia dell’attuazione della Costituzione come forma e contenuto della politica italiana diverrà gradualmente la realtà della vita politica del paese.
    Ma Dossetti non crede che la Dc sia pronta per attuare tale politica. Egli si trova prigioniero del suo personaggio, ha la fiducia delle giovani generazioni democristiane ma ha di fronte ad un tempo la chiesa di Pio XII e la Dc di Alcide De Gasperi.
    Se egli si impegnasse immediatamente in una azione politica omogenea alla sua opera Costituente, dovrebbe rompere con il Papa e con il governo. Tuttavia non è per lui facile abbandonare il suo ruolo nella Democrazia cristiana. Obbedisce a Pio XII che lo vuole politicamente attivo e sceglie di opporsi a De Gasperi.
    Egli ha tanto successo nel partito da vincere un congresso, ma non può occupare la direzione politica della Dc. Sceglierà allora di usare Amintore Fanfani e Giorgio La Pira come propulsori del keynesismo in politica economica in nome della lotta contro la disoccupazione.
    Limita la sua azione alla politica economica di Einaudi e di Pella, ma anche questa scelta limitata lo conduce all’urto frontale con De Gasperi. Il Vaticano, che vede nel dossettismo un pericolo per l’unità democristiana, acconsente al suo abbandono del partito e al suo ritiro dalla vita politica.
    Ma egli non la abbandona, egli organizza con Fanfani, La Pira e con tutti gli esponenti della generazione postfascista una corrente fatta su misura della Dc degasperiana, la corrente di Iniziativa democratica che compie, con il consenso di De Gasperi, l’eliminazione dei dirigenti democristiani provenienti dal Partito popolare di don Sturzo con un radicale cambio generazionale a cui Fanfani dà forma socialdemocratica: la forma intermedia nei confronti della cultura comunista.
    Il dossettismo nella forma fanfaniana prende il controllo del partito e nelle elezioni del ’58 cancella dalle liste i candidati popolari e inserisce una nuova generazione che vede una “terza via” tra comunismo e capitalismo fondata sull’iniziativa dello stato e sull’impresa pubblica, una forma nuova di società.
    Fanfani ripete la posizione socialdemocratica di critica dei comunisti ma inserendo i socialisti della maggioranza conduce nell’area di governo la Cgil e tutte le delegazioni sociali di sinistra a cui partecipano i comunisti.
    Vi giunge però dopo che nel ’60 il governo Tambroni, che a Genova si è trovato per la prima volta ad affrontare un movimento comunista rivoluzionario esterno al Pci, cade sotto l’accusa di aver attentato la democrazia.
    L’assoluzione della Dc si ottiene anche con il concorso di Togliatti. Si chiude definitivamente il centrismo erede della scelta laica di De Gasperi e si creano le basi dell’arco costituzionale che inserisce il Pci tra i garanti della democrazia italiana nella forma della Costituzione.
    La grande opera di Dossetti, la democrazia e la Costituzione del ’48, divengono una sola cosa.
    La prima parte della Costituzione italiana ha ottenuto un risultato fondamentale. Dossetti compie il paradosso di promuovere lui, che si era opposto ai comitati civici di Luigi Gedda ed aveva sostenuto l’autonomia del partito, una lista civica a Bologna contro il sindaco comunista Giuseppe Dozza, motivandola come lista non democristiana ma come fondata sul mandato dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Giacomo Lercaro.
    E Lercaro rompe così da destra l’unità dei cattolici intorno alla Dc e Dossetti si qualifica come esponente del mondo cattolico e non della sinistra democristiana.
    Egli sa usare anche la sottigliezza politica rompendo l’unità dei cattolici da destra in obbedienza all’arcivescovo. Queste elezioni sono la premessa dell’inserimento di Dossetti nel clero bolognese e la sua azione di ispiratore del cardinale Lercaro nel Concilio convocato da Giovanni XXIII.
    Il Concilio è certamente una occasione storica per Dossetti ma la sua influenza sul Concilio è stata largamente esagerata e si è limitata a una tecnica di voto.
    Dossetti non è un teologo, e il gruppo che costituisce a Bologna è composto di storici della chiesa il cui compito sarà quello di occupare le cattedre di Storia del cristianesimo nell’università.
    In sostanza vi è qui il ritorno a Gemelli e all’occupazione delle cattedre universitarie.
    Non si può dire che vi sia una teologia particolare alla base dell’azione conciliare di Giuseppe Dossetti né in quella dell’Istituto bolognese.
    Giuseppe Alberigo è un grande organizzatore, farà l’incetta di testi di partecipanti al Concilio, prepara la grande opera che è il vanto della “officina bolognese”, cioè la storia del Concilio Vaticano II. L’intervento di Dossetti al Concilio da canonista esperto di temi parlamentari sta nel fatto che egli organizza un referendum sul tema della collegialità.
    Questo è il suo maggior contributo al Concilio, ma è un contributo pericoloso perché il referendum tende a rendere dialettica una assemblea conciliare che cerca come suo abituale criterio l’unanimità. Sarà questa la ragione per cui Dossetti viene sostituito dalla carica di segretario dei quattro moderatori del Concilio, tra cui il cardinale Lercaro: il Concilio viene riaffidato alla direzione del segretario generale Pericle Felici. Paolo VI comprende che Dossetti vuole introdurre una dialettica formale tra conservatori e progressisti, proprio quello che egli vuole per principio evitare.
    Ciò condurrà dopo il Concilio alla rimozione del cardinale Lercaro dalla direzione della commissione per la Riforma della liturgia e infine poi dall’arcivescovado di Bologna.
    Dossetti, vicario generale di Bologna, non diviene vescovo.
    L’influenza di Dossetti è assente dal dissenso cattolico e dalle conseguenze di esso nella chiesa, è lontano dalla teologia politica e dalla teologia della liberazione, è opposto all’antropologia trascendentale di Karl Rahner, non ha sintonia con i teologi del Concilio da De Lubac a Congar a Schillebeeckx.
    La sua tesi è che la chiesa debba diminuire la sua presenza nella grande storia, il suo ruolo politico e istituzionale, ma diventare come marginale nella storia per rioccupare una linea di influenza culturale.
    La figura di Dossetti diviene allora quella di un profeta del monachesimo, dei mezzi poveri, e raccoglie l’eredità dei Piccoli fratelli di Charles De Foucauld. Ma vede in questo anche la base per cui i cattolici possono acquistare una incidenza sulla politica proprio appoggiandosi sulle linee culturali, anche sul piano della storia del cristianesimo. Si tratta di leggere il Cristianesimo come fatto di diverse posizioni storiche unite da una identità spirituale ma non da una continuità dottrinale.
    L’unità del cristianesimo sta nel suo porsi ai margini delle posizioni dominanti della cultura anche in materia di esegesi e di teologia, per divenire così compatibile con le posizioni scientifiche che maturano nella secolarizzazione della esegesi e della teologia, evitando con la concentrazione monastica, cioè una forma di vita spirituale, tutte le differenze che rimangono sul piano storico. Vi è qui una sottile linea gnostica che era percepibile come il modo in cui Dossetti risolveva il conflitto tra cattolicesimo e modernità.
    E’ la percezione di questa realtà, non presente soltanto in Dossetti, che mi indusse a divenire da fervente dossettiano politico a critico del dossettismo.
    Gli anni 70 vedono la crisi del gruppo dell’Università Cattolica. Lazzati, La Pira e Fanfani cessano di essere politicamente determinanti.
    Comincia la gestione di un uomo alieno alla linea dossettiana come Aldo Moro, che cerca l’intesa con i comunisti “agonicamente”, solo per evitare un urto rivoluzionario in Italia sotto la spinta del terrorismo.
    Don Giuseppe Dossetti dà alla sua figura monastica una figura politica, trasferisce il suo monastero da Monteveglio vicino a Bologna a Marzobotto dove crea un centro di preghiera e di ricordo per i 1.800 caduti per mano delle truppe naziste in quel paese: il monastero di Montesole. Con la morte di Aldo Moro l’influenza dossettiana sulla Dc diminuisce, nella sinistra democristiana prevale una persona molto diversa da don Dossetti, Carlo Donat Cattin, che genera uno dei maggiori atti anticomunisti nella storia della Dc, il preambolo anticomunista che unisce tutte le correnti della Dc nel rigetto di ogni accordo di governo con il Partito comunista e crea la possibilità storica del lungo governo di Bettino Craxi.
    Nella Dc non c’è più alcuna figura che abbia densità culturale sufficiente per interpretare questa linea e la Dc perde forma e smalto politico sino ad aprire, con il referendum Segni, la sua stessa crisi.
    Ma l’“officina bolognese” ha scoperto un altro notevole leader politico, il dossettiano Beniamino Andreatta, che cerca allora di costruire attorno a Ciriaco De Mita una sinistra democristiana che si opponga al preambolo anticomunista.
    Andreatta ha i numeri per dare forma a una sinistra democristiana opposta al “preambolo”, cioè all’anticomunismo, e trova un punto di riferimento nella finanza laica in Carlo De Benedetti nella Repubblica di Eugenio Scalfari.
    Andreatta diviene perciò l’esponente dell’“officina bolognese”, quella in cui si pensa che il rapporto con il Pci sia essenziale per la democrazia italiana. La Dc si biforca tra il partito del preambolo e quello di Andreatta, espresso da Ciriaco de Mita. E la linea dell’intesa con i comunisti è ancora determinata dall’influenza di Dossetti; e questa linea dossettiana risulterà vincitrice contro il suo reale avversario Bettino Craxi, che rappresenta il primo degli “atei devoti” anche se ateo non fu mai: cioè la linea atlantica e occidentale, la linea anticomunista.
    I rapporti tra il partito di Occhetto e la sinistra democristiana si fanno più stretti dopo l’89. Il golpe giudiziario del ’92 distrugge interamente la linea del preambolo, eliminando dalla scena politica Craxi, Andreotti e Forlani. Le elezioni del ’94 si combattono con Achille Occhetto candidato a presidente del Consiglio appoggiato da Mino Martinazzoli, che spezza formalmente l’unità e continuità democristiana.
    La Dc è stata sconfitta proprio sulla linea che Dossetti ha voluto, si scioglie accettando l’alleanza con un comunista riformato.
    Il riferimento alla Costituzione è stato il punto di intesa della nuova alleanza. E quando dopo le elezioni del ’94 nasce il centrodestra italiano, il monaco Dossetti ritorna a capo della sua opera politica.
    Afferma che Berlusconi, Bossi e Fini sono un pericolo per la Costituzione e torna al grande fondamento della predicazione e attività politica. Promuove in tutta Italia i comitati per la difesa della Costituzione. Nella chiesa è stato sconfitto ma nella politica italiana è un vincitore e può piantare simbolicamente un albero dell’Ulivo.
    Romano Prodi è una sua antica creatura e Beniamino Andreatta conduce Romano Prodi alla presidenza del Consiglio con l’alleanza dei poteri finanziari.
    L’utopia costituzionale ha perso smalto, ma infine l’elettorato italiano boccia la riforma del centrodestra e riconferma la Costituzione.
    E i dc e i comunisti cercano di unirsi nel Partito democratico sotto la guida del dossettiano Romano Prodi.
    Nella chiesa di Dossetti rimangono Alberigo e la sua fondazione prestigiosa e una versione popolare di Dossetti, il monastero di Bose con Enzo Bianchi.

    Gianni Baget Bozzo su il Foglio del 15 dicembre

    saluti

  2. #2
    Forumista assiduo
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    Bisogna leggerlo con attenzione....

    per superare una certa forma di ideologia, bisogna riuscire a confutare quanto ha detto e fatto Dossetti...

  3. #3
    Quo usque tandem???
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    Molto interessante!!!

  4. #4
    Super Troll
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    La sinistra europea è un problema. Fosse come in America...

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Mr. E Visualizza Messaggio
    La sinistra europea è un problema. Fosse come in America...
    Perchè in America esiste Destra e Sinistra? E sopratutto che ha a che fare la destra italiana con i Repubblicani Americani?? Ti ricordo che quelli odiano i fascisti quanto i comunisti...

  6. #6
    Quo usque tandem???
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    In America Marx non ha attecchito, la differenza è tutta lì...

 

 

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