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Non solo retrivo capo sanfedista: una discussione
sul cardinale Ruffo
In una biografia del celebre cardinale-condottiero, Mario Casaburi
mette in evidenza episodi finora trascurati dagli storici, ricostruendone
la complessa figura, impegnata nelle riforme economiche e politiche. Vincenzo Villella ne espone i contenuti, sottolineandone l’originalità


Nel 1983 Peter Nichols, inviato del «Times» di Londra a Roma, pubblicava con Editori Riuniti il romanzo «Rosso Cardinale». Oggetto del romanzo era la marcia della Santa Fede del 1799, di cui fu protagonista il cardinale Fabrizio Ruffo (San Lucido [Cosenza] - Napoli, 1827). Attraverso lo sguardo febbricitante di un testimone compromesso con l’impresa del cardinale, Nichols ricostruiva, tra storia reale e fantasia, l’impresa sanfedista che liberava il regno di Napoli dall’occupazione francese e ristabiliva l’ordine secolare sconvolto dalle truppe napoleoniche d’occupazione.
Succube? Traditore? Giustiziere mancato? Fra incubi e memorie, tra sogno e inquietudine morale, la figura di Ruffo, anche se vista come ambiguo fantasma e demone della storia, suscitava per la prima volta, grazie a questo romanzo, l’interesse di migliaia di lettori, determinando la grande affermazione editoriale dell’opera di Nichols.
L’anno successivo, sull’onda di tale successo, nella natia San Lucido, fu organizzato un interessante convegno sul romanzo dal titolo «Fabrizio Ruffo tra storia e immaginario» e fu proposta anche la realizzazione di un film sull’impresa del cardinale. Gli atti furono pubblicati nel 1985 col titolo «La notte comincia ancora una volta» (Effesette).

Tra patriottismo e oscurantismo
Sono seguite tante altre pubblicazioni sulla complessa personalità di Ruffo, fino ad arrivare al 1999, anno del bicentenario della Repubblica napoletana (1799). La ricorrenza ha dato vita a dibattiti, convegni, saggi storici ed articoli su tutti i giornali, per fare il punto su quel periodo storico travagliato e sui personaggi che ne furono protagonisti. Al centro dell’attenzione sono stati però soprattutto la figura del cardinale Ruffo e la sua impresa, su cui il giudizio degli storici è rimasto diviso tra chi esalta quell’evento storico come epopea patriottica e chi lo condanna, bollandolo come espressione di oscurantismo.
La spia di questa dicotomia di giudizio critico è nel significato del termine “sanfedismo” che, da quello originario di reazione armata delle popolazioni meridionali (raccolte nell’esercito della “Santa Fede”) contro l’influenza francese, ha finito per indicare ogni forma di ideologia clericale, conservatrice e reazionaria. Dalla storiografia liberal-progressista e marxista a quella filoborbonica e nazionalista, la critica sul fenomeno del sanfedismo e sulla controversa figura di Ruffo ha oscillato e continua ad oscillare tra storia e ideologia.
Nel dibattito sempre più serrato si sono inseriti di recente importanti tasselli interpretativi tra cui «Il Cardinale rosso» di Giovanni Ruffo (Calabria Letteraria Editrice, pp. 242, € 15,49), «Il cardinale Fabrizio Ruffo tra psicologia e storia» dello stesso Giovanni Ruffo e di Domenico De Maio (Rubbettino, pp. 118, € 9,30), e tanti altri saggi e resoconti di convegni. In tutte queste pubblicazioni sono qua e là presenti importanti ed inediti contributi alla ricostruzione della discussa figura di Ruffo, ma molti interrogativi continuano a rimanere senza risposta.
Chi era il cardinale prima del 1799? Quale era stata la sua formazione? Quale il suo pensiero politico? Quale il vero ideale che aveva fatto nascere e aveva sostenuto la controrivoluzione sanfedista? Come mai il condottiero vittorioso, che il re Ferdinando fuggiasco in Sicilia aveva nominato suo “alter ego”, definito reazionario e sanguinario, concesse ai ribelli vinti il patto di resa? Perché, nonostante avesse loro recuperato il Regno, il cardinale non fu gratificato dal re e fu inviso ai suoi ministri? Perché, invece, fu stimato da Napoleone, che lo insignì della Legion d’onore nel 1813?
A questi interrogativi ha dato alcune risposte Giovanni Ruffo nei suoi saggi, con l’ausilio dell’importante documentazione da lui reperita. Egli ha soprattutto messo in discussione i giudizi negativi espressi sulla figura di Ruffo dalla storiografia in due lunghi secoli, evidenziando come molti abbiano scritto sul cardinale e sulla sua impresa pur avendo una scarsa o nessuna conoscenza del personaggio sul quale esprimevano giudizi.

Una figura poliedrica
Nonostante la pubblicazione, in questi ultimi anni, di tanti contributi su questo personaggio, la sua biografia restava incompleta e piena di vuoti. I diversi aspetti della sua complessa personalità non erano stati messi tutti nella giusta luce. Oltre che la figura del cardinale condottiero, che ha suscitato sempre interesse e curiosità, c’era da mettere a fuoco l’uomo, l’economista, il politico.
A colmare questa lacuna ha pensato ora Mario Casaburi, con il saggio «Fabrizio Ruffo» (Rubbettino, pp. 290, € 15,00), un’accurata ricerca di fonti inedite in vari archivi tra cui quelli di Stato di Napoli, Roma, Palermo, Parma, nelle biblioteche nazionali di Napoli, Roma e Cosenza, nella “De Nobili” di Catanzaro, nella Casanatense. Inoltre l’autore del saggio, sfatando miti e cliché che si sono ripetuti nel corso degli anni, ha fatto emergere elementi nuovi e ricchi di interesse sulla figura di Ruffo ricorrendo opportunamente anche ai pochi scritti dello stesso, tra cui il carteggio di Ruffo con Acton e con la regina Carolina, oltre a quello tra la regina e Lady Hamilton, nonché il diario di Ferdinando IV.
Il saggio si apre con un capitolo molto interessante ed originale sul Ruffo giovane, allorché, essendo destinato per tradizione di famiglia ad intraprendere la carriera ecclesiastica, a soli 4 anni d’età, venne condotto a Roma presso lo zio cardinale Tommaso e affidato alle cure del suo segretario Giovanni Braschi, futuro papa Pio VI. Entrava poi nel Pontificio Collegio Clementino dove studiavano i figli delle più illustri famiglie sia italiane che straniere. Uscito dal Clementino, in tempi brevissimi Fabrizio «diventò uno dei più importanti protagonisti della vita economica dello Stato Pontificio». Infatti, egli, anche se era un semplice diacono, fu nominato “referendario delle due Segnature” da Braschi, designato tesoriere da Clemente XIII nel 1766.

Ascesa e caduta quale tesoriere
Casaburi, nel capitolo dedicato a Ruffo “tesoriere della Reverenda Camera Apostolica”, fa risaltare come Fabrizio «che aveva sempre decisamente rifiutato di prendere gli ordini sacerdotali ebbe modo di accumulare esperienze tanto nel campo economico-amministrativo quanto in quello politico e diplomatico».
La grande svolta nella sua vita si ebbe con l’elezione di Braschi al pontificato, col nome di Pio VI. Il nuovo papa, già suo precettore, come abbiamo visto, lo collocò tra i prelati detti “Chierici della Camera Apostolica”. Ruffo dedicò quegli anni agli studi di economia e finanza e lo studioso ne sottolinea le capacità manageriali ed organizzative, fino a quando, il 16 febbraio 1785, il papa nominò «il chierico di camera Fabrizio Ruffo tesoriere generale della Camera Apostolica, carica di grande prestigio e notevolissimo potere nello Stato pontificio». Aveva, infatti, gli stessi compiti e le stesse responsabilità che negli altri regni erano divisi tra ministri delle Finanze, Interno, Guerra e Marina.
Dopo aver descritto le riforme avviate da Ruffo come l’istituzione delle dogane, la politica monetaria e i provvedimenti intesi a stimolare la produzione agricola e industriale e a potenziare l’attività commerciale, il saggista dimostra come tutte le sue iniziative avessero sconvolto vecchi e consolidati assetti economico-sociali, provocando grandissimo scontento in tutte le classi sociali, comprese quelle popolari, alle quali erano dirette alcune misure. Dovette, quindi, ridimensionare i programmi. E così l’aria romana finì per diventare per lui giorno dopo giorno irrespirabile. Temeva sempre più di perdere la fiducia del pontefice. E, in effetti, furono il potente ceto aristocratico pontificio con i suoi privilegi e i suoi inveterati abusi, un’amministrazione «infida e corrotta» ed una parte del ceto commerciale a segnare la fine del tesorierato di Ruffo.
Numerose furono le accuse lanciate contro di lui. La più grave fu quella di «usura a favore della Camera Apostolica nelle operazioni relative alla minorazione delle carte monetarie». Crebbe anche sempre più l’opposizione delle classi popolari. Pio VI a malincuore dovette aderire alle pressioni rivoltegli per licenziarlo. Era il 1791.

Il pensiero economico e politico
Ruffo, che dal papa era stato creato da tempo cardinale “in pectore”, ebbe, come una sorta di compensazione, la effettiva nomina cardinalizia nel 1794. Poté così passare alla Corte di Napoli. E fu nominato dal re Intendente di Caserta e dei Reali Siti, Sovrintendente della Reale Colonia di S. Leucio e Commendatario dell’Abbazia di Santa Sofia. Con questi incarichi e le rendite relative poteva ora vivere dal punto di vista economico una vita tranquilla, lontana dagli intrighi di corte e dall’invidia dei cortigiani. Questa fase durerà fino al 1798.
In particolare, negli anni di residenza a Caserta, Ruffo seguì gli imponenti lavori della costruenda reggia ed intrattenne una fitta corrispondenza con l’architetto Luigi Vanvitelli su problemi di grande e piccola importanza, facendo anche da intermediario tra l’architetto e il re.
Casaburi ricostruisce poi, con nuovi elementi documentari, la marcia della Santa Fede del 1799, sottolineando spesso il suo disegno di pacificazione e di costruzione di un diverso stato. Riporta anche i ripetuti atti di clemenza e di perdono del cardinale (con l’evidente obiettivo di sedare gli animi) «a tutti coloro che, accortisi del loro traviamento, dopo un breve intervallo, ritorneranno al buon partito, dandone non equivoci segni, e si ricrederanno dell’errore a cui sono stati trasportati da’ seduttori e perturbatori della subordinazione e della pubblica tranquillità».
Per quanto riguarda il pensiero economico e politico di Ruffo, Casaburi, sulla base di tre opere del cardinale e di quanto si sa sulla sua attività nella colonia di San Leucio, sostiene che suo principale ispiratore fu Pietro Verri, dal quale riprendeva la proposta di abolizione della precettazione, aprendo «la strada ampia e libera a chiunque di esercitar la sua industria dove più vuole». Dal milanese riprendeva anche la lotta contro il latifondo e contro le organizzazioni corporative dei mercanti e degli artigiani.
Inoltre, non era alieno a Ruffo il concetto di libertà economica elaborato da Antonio Genovesi e dai suoi allievi. Non gli erano estranei nemmeno altri pensatori napoletani come Filangieri e, soprattutto, Galanti, con il quale fu in stretti rapporti. Entrambi i pensatori illuministi sono citati dal cardinale nei suoi brevi scritti di economia. A Ruffo poi fu dedicata l’opera dello spagnolo Ustàriz intitolata «Teoria e politica di commercio e di marina». Anche lo scozzese Adam Smith potrebbe, secondo l’autore, aver ispirato le sue scelte politico-economiche.

Coraggiosi tentativi di riforma
«È prevalente nel Ruffo», scrive Casaburi, «il carattere praticistico, aspetto peraltro dominante di tutta la letteratura economica del periodo, che costituisce uno dei segni distintivi più importanti del suo pensiero e del suo modo di agire. Sono anche da evidenziare una consistente conoscenza, nelle linee essenziali, del contemporaneo dibattito economico e una precisa volontà riformatrice, capace di rinnovare e in parte laicizzare lo stato della Chiesa, liberarlo da consolidati privilegi di natura ecclesiastica e nobiliare, da vecchie logiche di potere e da strutture paralizzanti».
Comunque, sostenitore di una regolata libertà di commercio interno e del protezionismo doganale, Ruffo si mostrava nemico deciso della illimitata libertà.
Per quanto riguarda il suo pensiero politico, il saggista sostiene che lo studio e l’analisi dei provvedimenti emanati durante il tesorierato, ma soprattutto l’esame delle misure di natura politica, economica e sociale emesse durante la marcia sanfedista, consentono la formulazione, abbastanza attendibile e non priva di interesse, dell’ideale politico di Fabrizio: la nascita di un nuovo stato, più solido, più laico e più equo, con un nuovo re, il primogenito di Ferdinando, un valido primo ministro, un forte ed efficace apparato burocratico, una magistratura, un governo e un esercito efficienti.
I numerosi, e senza dubbio più interessanti provvedimenti emanati durante la marcia sanfedista possono essere interpretati, secondo Casaburi, come la fase successiva, certamente la più importante, che non ebbe positiva conclusione per la forte opposizione dei reali napoletani e, soprattutto, per il decisivo intervento, nel giugno del ’99, di Nelson contro Ruffo, che si preparava ad instaurare un nuovo ordine politico.

Ulteriori episodi di una vita attivissima
La biografia del personaggio continua, nel saggio, con la descrizione di altri momenti, finora scarsamente o per niente messi in luce dagli storici, come la partecipazione al conclave di Venezia dopo la morte del papa Pio VI. Il cardinale Ruffo, sostiene l’autore, certamente affiancò e favorì le iniziative per l’elezione a papa di Consalvi, col quale stabilì profondi e duraturi legami di amicizia. Vengono ricostruiti poi gli anni in cui egli fu a Roma prima come membro della Sacra Congregazione Economica e poi come ministro plenipotenziario del re di Napoli presso la Santa Sede.
Ma le pagine certamente più interessanti sono quelle in cui Casaburi, con grande meticolosità, documenta il ruolo di Ruffo e la sua attività diplomatica negli anni dell’occupazione francese del Regno di Napoli a partire dal 1806. Ecco, allora, il suo soggiorno a Parigi, la sua azione di mediazione tra Napoleone e il papa, il suo ruolo nella firma del concordato di Fontainebleau e nel conclave del 1823 e, infine, dopo il tramonto di Napoleone, il suo ritorno a Napoli e gli incarichi presso la corte con l’avvento al trono di Francesco I.

La morte lo colse il 13 dicembre 1827. Il suo corpo imbalsamato fu tumulato nella VII cappella della navata sinistra della chiesa di San Domenico Maggiore, dove tuttora è conservato.


Vincenzo Villella