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    a.k.a. tolomeo
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    Il Cav. ha fatto scuola


    REGOLE PER RIVOLGERSI ALLA GENTE, VOTI INTERCETTATI, EMPATIA. DA ROYAL AOBAMA, PASSANDO DALL’EX MAOISTA D’OLANDA*


    Roma. Il Cavaliere ha contagiato il
    mondo. I più sinistri presagi della più sinistra
    informazione si sono realizzati. Se
    non ti muovi come il Cavaliere, se non ti
    poni come il Cavaliere, se non sei empatico
    come il Cavaliere, ti conviene non darti
    alla politica, perché lì fa scuola il metodo
    Cav. E, guarda caso, la dottrina ha fatto
    proseliti là da dove nascevano le tante
    critiche stizzite. A sinistra.
    Basta guardare PubliFrance, ovvero
    madame Ségolène Royal. Il suo programma
    per la “democrazia partecipativa”
    prevede, come regola numero uno, sorridere
    sempre. Ricorda qualcosa? Già. Per
    scovare e valorizzare le “pepite” che stanno
    nascoste tra i francesi, “bando ai blablabla,
    bando alle formule involute, bisogna
    parlare in modo semplice”. Andare
    dritti ai cuori degli elettori. Ricorda qualcosa?
    Già. E ancora, conta lo stile: Ségolène
    vuole “cultura e poesia, fervore, allegria,
    voglia di vincere, bellezza, luoghi
    che ispirano simpatia”. Vuole che, nei dibattiti,
    non ci siano frontiere tra la sala e
    gli oratori, e che, dopo ogni intervento, si
    ringrazi “per iscritto” tutti coloro che partecipano,
    si distribuisca un rendiconto
    dettagliato di quel che è successo, “si sappia
    maneggiare l’ironia” e si consegnino i
    gadget, dalle bottiglie di vino della cuvée
    Ségolène alle mollettine per i capelli alle
    bambine. Ricorda qualcosa? Già.
    In più, come vuole la tradizione stabilita
    dal Cavaliere, a ogni uscita di Royal corrisponde
    un’ondata di parodie da parte degli
    oppositori. C’è un blog che si chiama
    “Désert d’avenir”, che motteggia il sito di
    Ségolène “Désirs d’avenir”, che ha una sezione
    perennemente vuota dal titolo: “Quel
    che lei dice per certo”. In più il blog ha appena
    lanciato un concorso per capire “a
    che cosa servirà François Hollande”, compagno
    e segretario del Partito socialista. Di
    siti così, che colpiscono la signora e i suoi
    metodi comunicativi, ne stanno nascendo a
    pacchi. Mentre ormai i detrattori la chiamano
    “principessa dell’ambiguità” – come
    ha fatto Serge Moati su France 5 rivolgendosi
    direttamente a lei – Ségolène risponde
    serafica, senza sgarrare dalla sua democrazia
    partecipativa: “Io sono fatta a immagine
    della Francia, che è un paese complesso”.
    La complessità del reale va forte nei sondaggi,
    gli avversari sono in affanno, Ségolène
    si muove scaltra tra immagine e smozzichi
    di programma, trasforma quel che appare
    come una gaffe in una linea strategica,
    si smarca da chi vuole imbrigliarla nell’ortodossia
    della politica codificata e contribuisce
    a far accadere l’imprevedibile. Tipo:
    secondo le tendenze, metà di coloro che
    voteranno per Jean-Marie Le Pen alle presidenziali
    (dal 13 al 20 per cento dei francesi,
    secondo una media dei sondaggi) se il
    loro candidato non dovesse arrivare al secondo
    turno – ipotesi a oggi per nulla da
    scartare – voterebbe per Ségolène. Cioè l’estrema
    destra voterebbe per la candidata
    dei socialisti. Incredibile? Mica tanto.
    Il contagio è contagio. In Olanda, per
    esempio, dove alle ultime elezioni si è imposto
    il leader della Rifondazione comunista
    locale, Jan Marijnissen, un ex metalmeccanico
    maoista che si è messo la giacca,
    è diventato un onorevole realista, si è
    trovato ad arringare le folle in campagna
    elettorale come se fosse un leader di vecchia
    data e ha conquistato 27 seggi in Parlamento,
    diciassette in più rispetto a quelli
    che aveva. E da che parte sono arrivati
    alcuni di quei voti? Dai sostenitori di Pim
    Fortuyn, il carismatico leader dell’estrema
    destra olandese ucciso da un ambientalista
    nel 2002. Marijnissen è ormai considerato
    il “Pim rosso”.
    La capacità di intercettare voti tra i più
    disparati. Ecco che cosa spaventa del regime
    change impostato dal Cav. Sarà un caso,
    ma per questi leader comincia a farsi
    largo un verbo che risuona familiare: saranno
    in grado di “lead”, di guidare il loro
    paese? Se lo chiede Newsweek per Ségolène
    nel numero in edicola in questi
    giorni e se lo chiedono con insistenza molti
    commentatori per un altro politico molto
    comunicativo: il leader dei conservatori
    inglesi, David Cameron. Il quale ha preso i
    Tory e li ha rivoltati. Nuovo logo, nuova impostazione,
    tanto ambientalismo, tanto sociale
    e infine pure un’uscita più da Lib-
    Dems che dal capo del partito che fu di
    Churchill: la guerra in Iraq ha aumentato
    il terrorismo. Per ora è tutto effetto speciale
    – il contagio si è fermato qui – e c’è
    chi dice che la carta del puro giovanilismo
    rimarrà sul tavolo ancora per un bel pezzo,
    la ciccia arriverà più avanti, tanto ancora
    ieri i sondaggi del Guardian dicevano che
    negli ultimi quattordici anni non s’era mai
    visto un conservatore così amato.
    L’effetto è arrivato anche a casa nostra
    ed è rimbalzato al di là dell’oceano. Due
    leader che si assomigliano parecchio hanno
    imparato alla scuola del Cav., pure se
    mai lo ammetteranno. Sono il sindaco di
    Roma, Walter Veltroni, e il presidenziabilissimo
    democratico Barack Obama. Il primo
    ha detto che contro il dominio dell’immagine
    ci vuole la bella politica e ha organizzato
    un sontuoso evento immagine, con
    tanto di cinque euro di prezzo del biglietto.
    Il secondo gioca sulla sua candidatura
    alla Casa Bianca nel 2008: prima annuncia
    la sua discesa in campo col piglio serio dell’ufficialità
    e poi invece si tratta di un endorsement
    per il campionato di football.
    Subito dopo Obama lancia uno spot che è
    tutto un abbraccio di donne-vecchi-bambini
    e sotto la sua voce che ripete il discorso
    fatto alla convention di Boston, il discorso
    con cui si è confermato l’idolo del partito e
    con cui ha lanciato il suo messaggio di speranza
    e di “american dream”. Poi libri,
    eventi, copertine di Men’s Vogue, molta
    presenza, molto favore dei mass media,
    guai seri per gli avversari.
    Per tutti la domanda resta la stessa, il
    Cav. ha risposto con cinque anni di governo.
    Saranno in grado di “lead” i loro paesi?
    Paola Peduzzi




    *Quel che non riuscirà mai al vecchio democristano cattocomunista blaterante. Per questo è già un perdente dopo pochi mesi.
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  2. #2
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  3. #3
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    I metodi affabulatori (così come il suo innato disprezzo per ogni suo interlocutore, nascosto dal fatto che lui parla solo di se stesso) di B. sono studiati come modello sociologico anche ad Harvard e Princeton.

  4. #4
    a.k.a. tolomeo
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    Citazione Originariamente Scritto da Aeroplanino Visualizza Messaggio
    I metodi affabulatori (così come il suo innato disprezzo per ogni suo interlocutore, nascosto dal fatto che lui parla solo di se stesso) di B. sono studiati come modello sociologico anche ad Harvard e Princeton.
    micojoni !!
    .

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  5. #5
    Nun c'è problema.
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    Grande Silvio!
    ........<>-Max-<>.......

 

 

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