La guerra in Iraq è stata un disastro. Ribadirlo oggi, significa sparare su un morto, giacché l'amministrazione americana è la prima ad essere consapevole del proprio fallimento.
La situazione in quel Paese è di caos totale. Attentati, stragi, distruzioni, rancori, disperazione. La guerra civile tra fazioni, ampiamente prevista dai detrattori dell'intervento, è sotto gli occhi di tutti, così come l'inasprimento e la proliferazione del fondamentalismo politico e religioso. Le perdite americane hanno superato le vittime delle Twin Towers. Inoltre, gli Stati Uniti si sono attirati gli odi del mondo arabo e musulmano, hanno perso l'appoggio morale della maggior parte dell'Europa, hanno gettato al vento fiumi di dollari senza ricavare alcun beneficio concreto.
Nessuno avrebbe potuto far di peggio. Solo la superficialità di un campagnolo texano, unita alla spregiudicatezza di un'amministrazione imbevuta di interessi economici e di ideologie neocon, poteva arrivare a tanto.
Il dramma è che, come ha notato recentemente un editorialista, le milizie americane sono schiave di un circolo perverso. Sanno di essere immerse in un'operazione sbagliata, sanno che proseguire non potrà che peggiorare la situazione, temono di finire come carne da macello, non vedono l'ora di rincasare, ma sanno altrettanto bene che rimanere è il loro destino. Perché, malgrado lo sfacelo, Bush non può ritirarsi, perché non può ammettere di aver sbagliato. Pagherebbe un prezzo politico ancora più alto. E infatti, qualche giorno fa ha annunciato l'invio di nuove truppe e lo stanziamento di altri investimenti.
Il processo a Saddam è un ulteriore capitolo di questa situazione drammatica.
L'ennesima prova della miopia e dell'inadeguatezza dell'amministrazione americana. Se Saddam fosse stato processato dalla Corte internazionale del Tribunale dell'Aia, come succede per chiunque si sia macchiato di crimini contro l'umanità (così è stato per Milosevic), il verdetto sarebbe stato pronunciato da un organo terzo, fuori dalla mischia, alla fine di un processo regolare. Che avrebbe avuto un riflesso molto attenuato nel terreno di scontro. Anche perché, senza una condanna a morte (non più prevista dal codice internazionale) sarebbero venuti meno tutti i motivi di esasperazione.
Ma Saddam era un trofeo. Un boccone da dare in pasto alla vendetta del popolo iracheno, immaginato come osannante verso i liberatori e compatto contro il vecchio regime.
Così ora la morte del raìs sarà l'ennesimo flagello capace di dividere l'Iraq, di radicalizzare gli scontri, di gettare altra benzina sul fuoco. E sarà l'occasione, per il dittatore, di ritagliarsi il ruolo del martire. Dell'eroe che muore in nome del suo popolo, dell'icona da idolatrare, del simbolo della lotta al nemico invasore.
Occorrerebbe una guerra per liberare l'America da un idiota. Ma per fortuna, il resto del mondo occidentale non si chiama "Dablia".




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