"Si al matrimonio per gay, lesbiche e sacerdoti ma no al divorzio!"
una lettera al direttore di il Foglio


"Si al matrimonio per gay, lesbiche e sacerdoti ma no al divorzio!"
una lettera al direttore di il Foglio


Non male


Un genio... Chiunque sia stato è un autentico genio.


Uno degli aspetti che più mi turba, nell’infinita querela sulle coppie di fatto e sulle unioni omosessuali, è l’ansia fondamentalista che sottende entrambi gli schieramenti.
Da un lato c’è, evidente, una sorta di ansia di rifacimento del mondo, di risarcimento di vecchie ingiustizie, di approdo a un potere rimodellatore, di adeguamento della società e delle sue regole a quelle che sono state, a lungo, parole d’ordine e pratiche non conformi, antagoniste, fuorilegge.
Dall’altra, per reazione, c’è un richiamo ai principi, e alla loro sacrale tradizione.
Ciò che induce entrambi gli schieramenti a misurarsi su come dev’essere il mondo, prima di passare a ricrearlo, piuttosto che a considerare il mondo com’è, e a provarsi a riformarlo un po’, a renderlo un po’ migliore, a rabberciarne le ingiustizie, e in ultima analisi a fare i conti con la realtà, e non con la declamazione di principi.
Per quel che mi riguarda, non ho grandi principi.
Mi sono sposato quando mia figlia aveva nove anni, e l’ho fatto a Las Vegas.
Trovo che ognuno debba fare quel che si sente di fare, e che se due non sono sposati, gli debba pur spettare qualche diritto (ho in mente la triste storia della compagna di quel regista che morì a Nassiriyah: che la signora poi ne abbia fatto quasi una campagna pacifista è affar suo, ma quel vuoto di diritti è qualcosa che riguarda tutti noi).
Prima di sposarmi feci una dichiarazione di convivenza che serviva ad attribuire, agli occhi della cassa mutua giornalisti, i diritti di assistenza anche alla mia convivente. Fatto civile, di cui mi ritenni appagato e soddisfatto.
Non pensavo alla morte, e non avevo proprietà da aggiudicare, e ritenevo remota la possibilità di dover essere visitato in carcere o in ospedale. Avevo quel che mi bastava, senza sapere di essere una coppia di fatto o altro, e mi bastava, mi riconoscevo da me, e non avevo altro da reclamare, neanche un principio, o una categoria esistenziale, o anagrafica.
Dovrei interrogarmi sul perché non mi ero sposato, e perché non lo feci, poi, in chiesa? Sono cose che posso spiegare, almeno a me stesso, ma non cambiano l’esito pubblico, non rendono la mia scelta più giusta o più sbagliata, e meno che mai esemplare, in senso positivo o reprobo, per gli altri.
E le unioni omosessuali? Non mi diverte questa invadenza persino nel presepe parlamentare, questo reclamo imperioso al riconoscimento, quest’ansia omologatrice, questa pretesa di fiori d’arancio e abiti bianchi, riso e confetti, signore e signora.
Di molti amici omosessuali potrei fare una galleria, partendo dai primi due, nella nostra banda di ragazzini.
Uno fu il primo a usare la brillantina, per lisciare i capelli neri e ricci.
L’altro odorava della bottega di pesce dei suoi, e fu il primo a parlarci del fascino dei libri.
Nessuno dei due amava giocare a pallone, e uno insisteva troppo a fare sempre la gara a chi ce l’aveva più lungo o a chi pisciava più lontano, e furono lasciati ai margini, ma senza cattiveria, solo soprannomi politicamente scorretti.
Poi ci fu un professore che mi regalava libri con la dedica in greco, e un prete che aveva le sue domande fisse in confessione. Poi ci fu il pellicciaio che cantava anche fuori dal lavoro, e morì con il fratello e un amico, uno dopo l’altro, per una stufa difettosa.
E poi altri, colleghi o amici, incontrati per caso o no.
Che cos’è, oltre al peso degli anni, che me li fa ricordare con affetto, come figurine non improprie di un segreto presepe personale?
Il fatto che fossero fuori dalla norma, che accettarli non fosse scontato.
Il fatto che le loro vite si muovessero in una zona di penombra, di violazione delle regole, di trasgressione della norma.
Tutto questo ti obbligava non alla pietà verso un malato, o alla finzione di una normalità qualunque, ma al rispetto di qualcosa di diverso da te, almeno fino a quando non pretendeva di omologarti in una norma sua, rovesciata e contraria.
E adesso, ovvio che penso sia giusto riconoscere anche a quelle unioni una dignità di diritti, di garanzie, di precauzioni verso le insidie della burocrazia e della vita.
Ma che debbano entrare, fattesi lobby, invece che farsi in segreto, in questa battaglia della toponomastica degli amori, delle lapidi ufficiali che costituiscano l’alveo forzato delle infinite possibilità e casualità dei sentimenti e dei desideri, questo sì violerà i principi di chi guarda alla famiglia come alla salvezza del genere, alla non diserzione della specie.
Ma ancora di più, per me, tradisce una vecchia passione per le sregolatezze, per le regole che sono fatte per essere violate, per l’anarchia delle pulsioni, per la trasgressione.
Questo bisogno di normalità, di riconoscimento, di approdo al porto quieto delle anagrafi è una delusione.
Un po’ come quando i ragazzi andarono a mettere a ferro e a fuoco Genova, ma con il consenso dei papà.
Toni Capuozzo su il Foglio
saluti

