...i guai del premier
Roma. Forse è un assaggio di crisi nera, o forse è l’aria del rimpastino che qualcuno già prefigura nel centrosinistra.
In ogni caso il tonfo prodiano si avverte ed è proporzionato alle aspettative di serietà suscitate dal presidente del Consiglio. Eccellente disegnatore di programmi economici domestici – “riformare il capitalismo” è il motto della merchant bank di Palazzo Chigi – Romano Prodi è stato capace di smentire Piero Fassino sulla necessità di aprire un nuovo corso nell’azione di governo (“Non parliamo di cambiamenti di direzione e fasi due”), per farsi infliggere subito dopo da Francesco Rutelli la stessa richiesta fassiniana: “Non chiamiamola fase due, chiamiamola pure Topolino, però è evidente che da adesso dobbiamo imboccare la strada di una fortissima azione”.
Coperto da Rutelli, Fassino ha poi scelto di passare al contrattacco. Sullo sfondo c’è la sgangheratezza di una Finanziaria fischiata in piazza, sbertucciata dai giornali di establishment – ieri un nuovo attacco di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera –che rende sempre più periclitante la figura di Tommaso Padoa-Schioppa e il suo posto di guida al ministero dell’Economia.
Non per caso il premier è tornato a difenderlo con parole elementari e un tono livido che evocano una comunanza di destino tra i due: “Padoa-Schioppa è un gran ministro. La manovra l’ho condivisa in pieno”.
La cronaca dice che Fassino si è arrabbiato moltissimo, quando si è visto malamente rimbrottato da Prodi e con il caratteristico sussiego del tecnocrate indispettito dai “soliti politici”. Il segretario dei Ds ha voluto rinviare di un’ora la registrazione di un’intervista politica per la televisione, e lo ha fatto anche per non tradire oltremisura il proprio nervosismo. A quel punto stava intervenendo Rutelli, per riconfermarsi sulle posizioni di Fassino. Soave e conciliante nei modi – “Sono d’accordo con il presidente del Consiglio, quello che abbiamo fatto fin qui non si butta”– e tuttavia durissimo nella sostanza del messaggio – “ma lo si prosegue e lo si migliora” – e nella scelta dei tempi.
Del resto il presidente della Margherita condivide con il collega dei Ds il comune destino di dover rimpannucciare l’azione dell’esecutivo e guidare al contempo la diluizione dei rispettivi partiti nel progetto democrat.
Davanti ai suoi dirigenti riuniti nel consiglio nazionale dei Ds, Fassino avea un po’ provocato Prodi tentando pure di addossargli parte della responsabilità sullo stallo del Partito democratico. Ieri sono giunte in fila la risposta e le controrisposte.
La penultima parola di Fassino, affidata al capo della sua segreteria, era al limite del fraintendimento calcolato e ribadiva la tesi inoculandola a forza nella mente prodiana: “Ci rassicura che Prodi abbia detto che è pronto ad accelerare, significa che c’è consapevolezza della necessità di uno scatto in avanti”.
Dopodiché il segretario dei Ds ha continuato: “Nella sostanza con Prodi non c’è diversità di valutazione. Scatto, cambio di passo, accelerazione sono tutti sinonimi di una stessa cosa”. Nel caso di Fassino, la vigilanza sull’esecutivo concertata con Rutelli si sta esasperando, ma non c’è nessuna velleità ministeriale da parte sua. Nel caso di Prodi si può inferire il dubbio di una psicosi antipolitica che va acutizzandosi.
Peggio dei cattivi sondaggi o dei fischi subìti, è il suo modo di reagire: nell’immediato livido e negazionista (“Gazzarre organizzate”), da ieri consapevole ma autoassolutorio: “C’è una situazione di malessere nel paese, c’era anche dieci anni fa quando per la prima volta presi in mano il governo”.
Il premier dà comunque l’impressione di non voler concedere nulla. Sa che Fassino e Rutelli premono nel momento più delicato per prenotarsi la regia politica dei prossimi mesi. Ma piuttosto che concedere spazio, o meno che mai una verifica a soli otto mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi, il premier è disposto a farsi cannoneggiare. E’ convinto di poter attutire il tonfo e uscire senza danno dal girone della manovra. Una volta recuperato il consenso, immagina che potrà perfino vendicarsi alla prima occasione utile.
Ci sono però ulteriori ragioni per le quali il presidente del Consiglio sta vivendo ore agitate. La verifica elettorale stabilita ieri dalla giunta competente di Montecitorio (un controllo sul 10 per cento dei seggi, in caso d’irregolarità significative si ricontano tutte le schede) impensierisce parechio. C’è tempo fino a luglio, e c’è un Cav. che si segnala per spirito collaborativo e sicurezza sovrana.
Dopo aver espresso “dispiacere” per i fischi contro Prodi, ieri ha promesso:
“Dovessimo risultare vincenti, rifaremmo alla sinistra la stessa offerta: sedersi a un tavolo per trovare una soluzione comune ai problemi più urgenti. Non siamo irresponsabili”. Sempre che Prodi superi prima un altro problema: Rutelli ha perso il controllo sui popolari e sui teodem che si preparano a sabotare la legge sui Pacs firmata da Barbara Pollastrini (Pari opportunità).
Come dice uno di loro: “La Margherita non esiste più, così com’è quel ddl in Senato non passerà. Dovesse pure cadere Prodi”.
Da il Foglio del 15 dicembre
saluti




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