....come la Flm?

Chissà chi ha suggerito a Piero Fassino di indicare, come modello per la fase “pattizia” dell’intesa tra Ds e Margherita che deve portare alla fusione nel Partito democratico, la Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm).
Forse l’idea gli è venuta dalla dichiarazione di Bruno Trentin, che a luglio, parlando di Partito democratico, proponeva di procedere secondo il modello di “una federazione che guardi all’esperienza della Fln”. Quell’esperienza di quasi unità sindacale, costruita sul volontarismo dei gruppi dirigenti, visse sempre più stentatamente, dopo la sua fondazione nel 1973, e non resse alla rottura tra le confederazioni sul patto di San Valentino proposto dal governo di Bettino Craxi e accettato da Cisl e Uil ma combattuto aspramente dalla Cgil.
Paradossalmente fu proprio uno dei più entusiasti promotori della Flm, l’allora segretario della Fim Pierre Carniti, diventato nel frattempo leader della Cisl, a provocare la rottura sindacale che mandò definitivamente in frantumi la Flm.
Alla base di quell’unità c’era un equivoco di fondo. L’egualitarismo dei sindacalisti cattolici di sinistra li spingeva a forme di lotta che oggi definiremmo extralegali, come l’autoriduzione delle tariffe e persino dei biglietti dei trasporti pubblici, in nome di una forte concezione dell’autonomia del sindacato dallo stato, mentre i loro colleghi comunisti si battevano contro i governi dai quali il loro partito era escluso.
Non solo l’esito finale infelice rende la Flm un esempio poco promettente, come hanno notato sia gli ultraulivisti di Gregorio Gitti, sia oppositori del Pd come Cesare Salvi, ma anche alcuni caratteri meno noti della sua vita interna.
Il tesseramento alla Flm era congegnato in modo da consentire ai lavoratori metalmeccanici di iscriversi solo alla sigla unitaria o anche alle singole federazioni, Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm. Però, per definire il peso delle categorie nei congressi confederali e per la suddivisione dei proventi economici del tesseramento, il livello dell’adesione alle singole federazioni aveva una grande rilevanza. Questo portò, almeno per la mia esperienza personale, che si svolse nella Flm milanese, a una serie di “correzioni” dei dati del tesseramento, che aveva lo scopo di far apparire più corposa la consistenza di sindacati, come la Uilm, perché potessero esercitare una funzione più pesante nella loro confederazione, per spingerla verso approdi unitari, allora piuttosto controversi.
Ricordo di aver posto la questione della manomissione dei tabulati del tesseramento al segretario generale della Fiom di allora, Bruno Trentin, che mi suggerì di non sollevare più la questione, anzi di far valere il credito così ottenuto nei confronti della Uilm nella discussione sulle scelte vertenziali.
Credo che non sia un caso che in questo periodo precongressuale per Ds e Margherita si siano in qualche caso aperte discussioni aspre sul tema dell’attendibilità dei dati del tesseramento. Quando si costruisce in termini prevalentemente organizzativi una prospettiva unitaria, il rischio di interferenze degli uni sul tesseramento degli altri è obiettivamente incombente. Un altro aspetto che va considerato è il meccanismo decisionale, che in organismi di questo tipo risponde a un duplice meccanismo, quello interno al singolo contraente e quello che si determina nelle sedi unitarie, solitamente paritetiche.
Se gestito con abilità tattica, questo meccanismo consente di annichilire le posizioni di dissenso, che faticano il doppio a emergere come alternative possibili.
C’è solo da sperare che Fassino non pensi di seguire proprio quella strada.

Sergio Soave su il Foglio

saluti