Roma. Il libro è frutto del meglio della storiografia anglosassone: potenza stilistica e sintesi paziente delle fonti storiche.
“God’s war: A new history of the crusades”, pubblicato dalla Harvard University Press, è l’ultimo libro di uno studioso di Oxford, Christopher Tyerman.
L’obiettivo di Tyerman, che ha spinto il londinese Times e il New York Sun a parlare di un nuovo capitolo negli studi sulle crociate, è decostruire miti nefasti e generalizzazioni ingannatorie sulle crociate, soprattutto denunciare la coscienza infelice che soggiace all’interpretazione che si è fatta vulgata.
“Penso che la storiografia sulle crociate risenta del pregiudizio contenuto nell’idea che quelle imprese fossero una forma di colonialismo e di suprematismo – spiega Tyerman al Foglio –. Così il nostro passato starebbe oscurando il nostro presente e il nostro futuro.
Le crociate sono state interpretate come una forma di imperialismo occidentale e di odio antislamico. Oppure come una funzione dello scontro di civiltà, un fenomeno puramente distruttivo, come l’assalto di una cristianità aggressiva verso un islam pacifico, tollerante e sofisticato, infine come il sintomo di una civiltà arretrata e superstiziosa che voleva convertire una società più avanzata e progredita. Questa analisi è del tutto priva di senso”.
Secondo Tyerman la nebulosa culturale che avvolge quegli avvenimenti e quel periodo storico è conseguenza di un modo di pensare post illuministico:
“L’incomprensione che ha fatto seguito all’illuminismo sul ruolo pubblico della religione cristiana ha avuto un peso enorme nel camuffamento delle crociate. Abbiamo dimenticato il ruolo antropologico che la religione cristiana ha ricoperto nella storia, nonché il potere dell’idea religiosa nella politica. Le visioni finora dominanti sono figlie di questo pregiudizio sul ruolo della spiritualità nella storia umana. Le crociate non furono un’eccentrica barbarie, ma un prodotto storico della cristianità e soprattutto una grandissima esperienza di frontiera, un momento rivelativo per la fiducia della civiltà occidentale”.
Non si tratta di esaltarle, ma di riportarle al loro contesto originario.
“E’ in corso da un secolo e mezzo una damnatio memoriae intorno alle crociate, una memoria che chiamerei oscurantista e ha disprezzato il coraggio di quei principi crociati, questa idea che il medioevo fosse un periodo totalmente negativo o barbaro.
E’ necessario tornare a valorizzare la dimensione religiosa e spirituale delle crociate senza appiattirle sul fenomeno puramente materiale”.
I due obiettivi delle imprese cristiane erano la “recuperatio” dei luoghi della fede e della patria ideale della visione medievale, quindi la “dilatatio christianitatis”, ovvero l’estensione dei territori di predicazione e di influenza della civiltà cristiana.
Pensiamo a Pietro l’Eremita e Goffredo di Buglione, il venerando Norandino, il mitico Tommaso di Marle e il “re lebbroso” Baldovino IV, che riuscì a sconfiggere Saladino nel 1177.
“Se pensiamo alle crociate palestinesi di Gerusalemme e a quelle sul Baltico, i principi non avevano alcun interesse economico per lanciarsi alla conquista di quelle terre lontane, reclutare truppe, fondi e armi e raggiungere questo obiettivo. Se volevano solo delle terre, i principi non avevano che da scegliere fra quelle vicine alla propria città. Molti dei finanziatori delle crociate persero intere fortune in guerra. Quei soldati e cavalieri non avevano alcun interesse nelle colline della Giudea del XII secolo. Un terzo dei nobili che partì in guerra morì nelle grandi battaglie”.

La fine della schiavitù
Per Tyerman le crociate sono state una dimostrazione di forza della fede medievale.
“E’ qui che si colloca la distinzione capitale fra la ‘guerra santa’ islamica e la teoria cristiana della ‘guerra giusta’. Nell’islam il jihad è parte dei canoni testuali, della storia e della teologia islamica, sia intesa come sforzo spirituale contro il male sia come guerra contro i non musulmani, gli ‘infedeli". I
l jihad è parte del sistema di fede islamico.
Invece nella tradizione cristiana la guerra era concepita come una opzione temporale, spesso persino penitenziale. La violenza come strumento della costruzione di stati e identità.
E’ una visione che proviene da Cicerone e Aristotele, la guerra come categoria legale e secolare. Il latino pace, pax, deriva dal verbo pangere, che significa stipulare un contratto: la causa belli era basata sulle relazioni contrattuali. Sant’Agostino e san Tommaso hanno ripreso questa tradizione classica. E’ qui che si innesta la visione neotestamentaria dei Maccabei della guerra per volere di Dio, mediata da Urbano I, Ambrogio da Milano e Agostino di Ippona.
Le crociate non furono un’aberrazione dell’insegnamento cristiano, ma gli insegnamenti della chiesa sulla guerra erano il risultato di un processo di esegesi. La chiesa medievale dava grande importanza al Vecchio Testamento, alle sue storie morali e profezie, gli eroi della guerra che adornano la geografia delle scritture: Giosuè, Gideone e Davide”.
Siamo indignati e scandalizzati per le crociate e ci dimentichiamo che a Gerusalemme quando arrivarono i musulmani abbatterono le chiese della cristianità, così come fecero nel nord Africa, in Turchia e in quella parte di Spagna che occuparono per ottocento anni. “Il problema del multiculturalismo storiografico è l’alimentazione di questo senso di colpa.
Quando Giovanni Paolo II ha chiesto perdono ai popoli che avevano sofferto nelle crociate, ecco che il mea culpa è diventato pretesto per una fuorviante incomprensione del rapporto tra passato e presente.
L’enfasi sulla colpa ha spinto i cristiani a una atteggiamento remissivo.
Le crociate sono state un movimento di espansione della libertà.
La schiavitù è persistita nel mondo arabo, mentre è gradualmente scomparsa dalle terre cristiane”.

Da il Foglio

saluti