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benfy
LAICITÀ E CULTURE CATTOLICHE. UNICO PRINCIPIO È L’UGUAGLIANZA DEI CITTADINI
Perché parlare di compromessi è un passo indietro
Un merito, forse involontario, l’intervista di Anna Serafini sul Riformista di giovedì lo ha avuto.
Siamo stati assillati in tutti questi anni dal tema della morte delle vecchie culture politiche. La Serafini ne riporta in vita due, contrapposte, cattolicesimo e laicismo.
Non ho mai creduto alla morte delle culture politiche che si ripresentano spietatamente sulla scena politica del Paese quando meno te lo aspetti. Dopo tanto parlare di nuovismo e di cultura nuova ci troviamo a parlare di differenze e di compromessi fra cultura cattolica
e cultura laica. La storia intellettuale del nostro Paese è stata contrassegnata da un lato dalla questione vaticana e dalla questione cattolica, e dall’altro dalla cultura laica. Il movimento socialista, che è nato anche con una forte impronta cristiana, si è Contrassegnato sin dal principio da una importante separazione fra la fede e il pensiero politico laico.
La cultura comunista e in particolare i dirigenti del Pci, soprattutto nel dopoguerra, hanno tenuto ferma la distinzione fra cultura laica e culture cattoliche ma al contempo hanno costantemente operato un tentativo di comprensione e mediazione politica. Ho parlato di culture cattoliche perché l’esperienza politicoculturale ci dice che non è mai esistita
un’unica cultura cattolica anche quando il partito cattolico esprimeva il massimo
della sua egemonia. C’è stato un cattolicesimo sociale, c’è stato un cattolicesimo
integralista e moralista: in una frase si può dire che il mondo cattolico, unificato politicamente, era percorso da stimoli culturali talvolta contrapposti. I papi che sono venuti dopo Pio XII hanno rappresentato bene questo straordinario travaglio.
Un grande papa, Giovanni XXIII, ha proposto quella distinzione fra errore ed errante che è stato l’avvio di un dialogo senza precedenti. La sofferenza intellettuale di un papa Dubbioso come Paolo VI ha espresso il massimo di tensione fra riaffermazione religiosa e pluralità di pensiero. Giovanni Paolo I è stato una straordinaria meteora che ha avuto nella
sua breve vita il preannuncio di un rapporto con la società moderna che purtroppo
non ha avuto il tempo di realizzarsi. Giovanni Paolo II, pontefice dal carisma ineguagliabile, si è fatto apostolo di Dio e della libertà spingendosi fin dove la storia sembrava fermarsi. Dobbiamo a lui sia un carattere integralista della moderna Chiesa cattolica sia una riaffermazione del tema della libertà attraverso cui è riuscito, come nel caso della Polonia, a contribuire in modo determinante al crollo del comunismo di marca sovietica.
Nella sinistra il tema del rapporto con il mondo cattolico ha conosciuto una importante evoluzione. Siamo passati dal Togliatti che di fronte al pericolo atomico e al dispiegarsi della guerra fredda faceva appello alla «sofferta coscienza cattolica» al dialogo impostato
da Enrico Berlinguer, il cui pensiero politico, tramite Franco Rodano, si rivolgeva al mondo cattolico in quanto tale, rinunciando a quella definizione della coscienza cattolica come «sofferta» per dialogare ad ampio raggio. Negli anni di Moro, Berlinguer e Craxi il tema del
rapporto tra cattolicesimo politico e sinistra politica ha conosciuto una innovazione senza precedenti. Il cattolico Moro e il comunista Berlinguer ragionavano sul destino politico del Paese senza proporre pregiudiziali di fede. Il socialista Craxi aprì il suo partito a esponenti del mondo cattolico e ha avuto fra gli altri suoi meriti anche quello di un nuovo Concordato. La cultura laica ha mantenuto da La Malfa a Pannella una distinzione senza mai trascendere in una demonizzazione del mondo cattolico.
Oggi alla vigilia della nascita del Partito democratico assistiamo al paradosso di una riaffermazione puntigliosa di differenze etiche che la precedente società politica considerava superate. In mezzo c’è una grande novità, che è il papato di Ratzinger. Questo papa è il massimo della modernità del cattolicesimo ed è il massimo del dogma. È un papa moderno quando dichiara a Ratisbona un rapporto strettissimo tra ragione e fede, rifiutando una concezione puramente spirituale del cattolicesimo e mettendolo in concorrenza aperta con il pensiero scientifico. Sull’altro versante, però, proclama una trasformazione strutturale del cattolicesimo politico immaginandosi un popolo di Dio non separato politicamente attraverso ipartiti ma unificato e reso militante attraverso un apostolato diffuso.
Il militante cattolico del nuovo papa non si ispira né al cattolicesimo sociale né al Cattolicesimo tradizionale ma chiede al proprio popolo di farsi singolarmente e collettivamente protagonista di una rivoluzione etica conformata al dogma della Chiesa. Non è e non sarà un’operazione semplice. Questo papa che come cardinale si era iscritto a una associazione di donatori di organi, guida una chiesa che ha rifiutato i sacramenti a
Piergiorgio Welby. Una parte della politica italiana ha creduto di interpretare il nuovo papato come cattedra etica permanente. Sia nel centrodestra sia nel centrosinistra
stanno emergendo posizioni che nella vecchia Democrazia cristiana sembravano antichità. Cioè l’idea, che non sarebbe piaciuta a De Gasperi, che la legislazione di un Stato debba
subire il vincolo di fede. In una parte della sinistra che sostiene il Partito democratico
invece di venire allo scoperto i lineamenti di una nuova idea laica viene proposta una linea di scontro con quello che viene definito il «laicismo». È questa la tesi di Anna Serafini, è questa la tesi di Rosy Bindi che recentemente ha parlato di un risorgente fondamentalismo
laico. Il tema moderno invece è quello della lettura di un laicismo come affermazione della parità dei cittadini indipendentemente dalla fede religiosa, dalla scelta politica. Chi oggi propone alla sinistra un nuovo compromesso tra pensiero laico e pensiero cattolico ci propone in effetti un terribile passo indietro.
Vorrei solo ricordare che nella cultura del laburismo di Tony Blair il punto centrale è sempre stato la tutela dell’individuo dalle ingiustizie del mercato e dalle ingerenze dello Stato. Oggi il massimo dell’intrusione dello Stato sarebbe una legislazione sui diritti civili che fosse dipendente da una cattedra etica rappresentata da politici cattolici che hanno
dimenticato l’esperienza laica del miglior pensiero cattolico. Non capisco quale sia e dove sia il compromesso che propone Anna Serafini.