L'economista ultraliberal Nicola Rossi lascia i Ds accusando il partito di essere "poco riformista", anzi per niente. Accusa che potrebbe essere anche giusta, tutto sta nell'intendersi sul termine "riformista". Se è tale chi fa le riforme, secondo l'accezione socialdemocratica, è legittimo dire che i Ds di riforme "di sinistra" ne fanno e ne propongono davvero pochine, rispetto al regime democristiano prima e ai governi berlusconiani poi. Ma qui si tratta di ben altro: le "riforme" a cui allude Rossi sono quanto richiedono (e oggi l'amico di Rossi, Follini, lo traduce con chiarezza in una intervista al "Messaggero") i potentati economici del paese: confindustria, confcommercio ecc., i quali vogliono "riforme" tipo l'ulteriore innalzamento dell'età pensionabile e ulteriori tagli alla spesa sociale, di fatto con l'abbattimento di quel che resta dello stato sociale. Sono queste le "riforme" che Prodi e Fassino non avrebbero il coraggio di fare, perché sotto il ricatto della "sinistra radicale" (degli elettori no, chiaro, della base Ds un tempo potentissima non frega più niente a nessuno, forse anche perché troppo mansueta rispetto alla politica neocentrista del partito).
Che il riformismo, più in generale, sia diventato un gran pantano, non ci piove; anzi ci piove, visto il fango che c'è. Dice bene oggi Franco Giordano: "La verità è che il riformismo di stampo tradizionale è in difficoltà rispetto alle sfide dell'oggi, oscillando tra ricette liberaldemocratiche classiche e ispirazioni socialdemocratiche antiquate". E io aggiungo: magari ci fossero almeno queste ultime...




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