Il mitraismo
L'ultima religione di una società di maschere
di Giuseppe Lampis
1. Un mistero con le maschere a Roma
I devoti dei misteri di Mithra erano organizzati secondo una gerarchia di sette gradi: corvo, sposo, soldato, leone, persiano, corriere del sole, padre.
I mosaici del mitreo di Felicissimus a Ostia ci informano sulle corrispondenze dei gradi con i pianeti e sulle insegne che loro rispettivamente competono; gli affreschi di quello di Santa Prisca sui loro costumi e funzioni. Nel mosaico del mitreo ostiense il settenario dei gradi iniziatici viene messo nella seguente corrispondenza con i pianeti: corax , Mercurio; nymphus , Venere; miles , Marte; leo , Giove; Persa , Luna; heliodromus , Sole; pater, Saturno(1). Robert Turcan, che ritiene secondario e posticcio lo strato dottrinale astrologico, considera il settenario dei gradi iniziatici una formazione tarda, istituzionalizzata solo nella seconda metà del II secolo, per far quadrare la serie degli astri con la scala dei gradi; a suo avviso gli unici titoli sicuramente primitivi sono quelli di corvo e di leone(2).
Il primo e il quarto grado, corax e leo , indossavano maschere di animali (come risulta dal bassorilievo di Konjic, presso Sarajevo in Bosnia).
È idea comune generale dei misteri che l'iniziato, nel rinnovare se stesso, rinnovi anche il mondo e la comunità. Certamente si tratta di un'idea presente nel pensiero vedico e iranico, ma anche presso i Latini, gli Egizi, e – più lontano – presso i Cinesi; eppure l'idea che la rinascita degli individui (in particolare la rinascita della classe dei maschi adulti, dei governanti e dei guerrieri, ovvero soltanto del sovrano in cui si riassume la società intera) si ripercuota in una rinascita generale appartiene a un fondo ancora più arcaico, del quale è stato riconosciuto tributario lo stesso pensiero indoiranico. Tale fondo è quello che in sede etnologica si esprime nelle procedure introduttive alla nascita dei veri uomini attraverso i riti di cui sono depositarie le società segrete delle maschere, i Männerbünde , le confraternite maschili iniziatiche.
Nella società e nella cultura persiane tali società segrete di guerrieri godono di grande prestigio e è noto che presso di esse è coltivato in sommo grado il valore della lealtà reciproca, del mantenimento della parola data, della fedeltà al giuramento agli dei. Altrettanto nota è la importanza della mano destra nella cultura indoiranica, come sede della propria potenza e come rappresentante impegnativa della propria persona.
Nella Commagene, regione nella quale sembra potersi rintracciare l'anello intermedio tra il Mithra originale iranico e quello greco-romano, uno dei simboli fondamentali del culto del re era la stretta della mano destra ( dexiosis ) tra lui e Mithra, proprio quella che ritroviamo al centro del rito e dell'immaginario mitraico greco-romano, anche qui con il valore di autentico sacramento con il quale ci si impegna nel rapporto di alleanza con gli dei, essenziale come la romana pax deorum .
Per il mitraismo, l'umanità non è metafisicamente separata dalla divinità e esclusa da un destino divino; al contrario una parte di essa può partecipare al drammatico conflitto che segna la fase cosmica in atto in stretta alleanza con Mithra. L'uomo, che rischia di rimanere inchiodato nell'irrigidimento e precipitato nell'oscurità, deve alzarsi e lottare.
Richiamando i poteri che le maschere suggellano in sé, l'uomo può farcela; può farcela acquistando nature sempre più ricche. Del resto, una volta accertata la presenza qualificante delle maschere nel nucleo primitivo del mitraismo se ne deve dedurre che ciò comporti con sé anche la retrostante ideologia(3).
Il conseguimento dei vari gradi doveva venire interpretato come una trasmutazione in forme speciali demoniche e la assunzione delle maschere corrispondenti confermava l'avvenuta integrazione con stati di esistenza e poteri più intensi.
Si configura così un fenomeno religioso relativamente recente in cui la metafisica della maschera si presenta ancora in primo piano.
2. Una religione filosofica?
I l primo e il quarto grado degli iniziati mitraici, corvo e leone, corax e leo , indossavano le maschere degli animali corrispondenti e ne imitavano il verso gracchiando e ruggendo.
Anche i Traci si mascheravano in occasione del sacrificio del toro (4).
Il corvo è un messaggero del sole, il cui tentativo di trovare il toro fuggito non raggiunge il risultato. Il leone è un simbolo solare e dato che tutti i simboli contengono una doppia valenza esso potrebbe anche rappresentare un demone negativo e contrario. L'arcangelo Michael e l'evangelista Marco hanno la testa di leone, come peraltro l'arconte malvagio Ialdabaoth.
Un grande eroe liberatore – dal profilo strutturale arcaicissimo –, Herakles, indossa abitualmente uno strano elmo formato dalla testa a fauci aperte di un leone. Nello strato più primitivo del suo mito affiorano i caratteri di un Signore degli animali(5), ovvero di una arcaica divinità che ha la forza di trarre gli animali dal mondo dell'invisibile.
Fino dal Paleolitico gli animali – come tutto ciò che viene alla vita e la alimenta – vengono dal regno dell'oscuro, dalle viscere del mondo, dalle caverne. Hermes, il trickster , ruba i buoi del fratello Apollon trascinandoli a ritroso, come conviene fare liberando le ricchezze di cui l'aldilà – che costituisce il rovescio dell'aldiqua – è sempre dovizioso. La sua procedura contiene tuttavia un'aura di ambiguità, perché il cammino a ritroso potrebbe anche e meglio indicare che l'armento sta così tornando nel luogo suo proprio; e con ciò si mostrerebbe anche la ambiguità di Apollon-Helios il quale, dato che riesce a scoprire ciò che è stato ricondotto nell'aldilà, deve di conseguenza essere dotato del potere di estendere la sua influenza sia sul chiaro sia sullo scuro.
Anche per il grado di heliodromos è stata avanzata l'ipotesi(6) che sia stato usato il nome di un animale. Si tratterebbe di un uccello indiano la cui vita imita il sole, infatti fino dalla nascita si alza verso oriente e scende verso occidente e la sua vita dura esattamente un anno. Così, nel suo comportamento starebbe racchiusa e la corsa diurna e la corsa annuale del sole.
Che i Misteri prevedessero la presenza di animali, almeno per i gradi che occupavano i sedili, risulta a Gordon anche dal fatto che proprio i sedili possono venire chiamati praesepia (Ostia, Aldobrandini)(7). Queste argomentazioni sollevano una questione più generale; se si prende atto che la nuova e fresca metafora locale del gruppo di Ostia rinvia a un pre-existing complex of established Mithraic metaphors wich speak of human beings in terms of animals , allora bisognerà anche decifrare il codice secondo cui sono stati organizzati e trasvalutati in tale modo specifico uomini negli animali e animali negli dei e nelle stelle.
Roger Beck(8), riconoscendo che la linea interpretativa astrologica introduce in un campo altamente simbolico, attribuisce particolare importanza ai testi del neoplatonico Porfirio ( de antro nympharum e de abstinentia ) in quanto rappresentante di una filosofia a forte caratterizzazione simbolica. Per la stessa ragione Porfirio viene considerato inattendibile da Turcan, che lo prende piuttosto per un interprete filosoficheggiante dei misteri in genere invece che per un testimone ravvicinato del mitraismo.
Comunque, gli studiosi che propendono per la tesi interpretativa astrologica debbono fare i conti con le testimonianze neoplatoniche. In proposito, Gordon taglia corto: Plutarco e Porfirio portano al caos(9) perché non distinguono più tra esegesi e mito, mentre Origene ( c. Cels. 1, 12) almeno si lascia sfuggire che «fra i Persiani (= i mitraisti) ci sono riti di iniziazione che vengono interpretati loghikôs dagli eruditi ma messi direttamente in atto da gente di livello popolare.»
Ora, per Gordon, neanche Origene era più in grado di distinguere loghikôs (= filosoficamente, secondo la sua traduzione) tra il mito e la speculazionesacerdotale non greca che di solito interessa i filosofi(10). Però, paradossalmente, proprio la impossibilità di distinguere ormai più tra misteri veri e filosofia neoplatonica(11) rende imprescindibili le allegorie neoplatoniche. Esse (e il loro complex ) costituiscono a suo avviso ormai un passaggio obbligato per ogni tentativo di raggiungere un nucleo del mistero più genuino e meno sofisticato eventualmente sottostante alle rielaborazioni romane. Di modo che tocca a noi ora di fare ciò che i contemporanei del mitraismo non hanno fatto, cioè di discriminare nell'universo delle allegorie.
Così la tesi origeniana – che i misteri erano interpretati dallo strato più colto mentre i più semplici li applicavano direttamente ( enacted directly ) – stimola Gordon a ricercare le metafore non istituzionalizzate ( established ) presso i lessici locali.
In breve, si affaccia un criterio volto a spiegare la stratificazione delle metafore del mitraismo sulla base della articolazione dei livelli sociali degli adepti, articolazione che si proietterebbe in una sorta di dualismo nel culto e nella dottrina, una religione passiva per il popolino o la truppa ( common, rather shallow, people ) e una filosoficamente sofisticata per le classi colte.
Non è chiaro se Gordon spingerebbe la sua interpretazione del passo di Origene fino a affermare che una traccia intatta del mistero originale potrebbe essersi conservata presso i mitraisti più ingenui, proprio a causa della loro passività; mentre il culto effettivamente affermatosi a Roma sarebbe altra cosa, specificatamente risultando dall'intervento di ambienti culturalmente sofisticati impegnati a valorizzare, adeguare, assimilare una divinità esotica, o le divinità esotiche in genere.
3. Il mito di Mithra
Non abbiamo notizie complete e argomentate sul mito di Mithra, tanto meno dall'interno della confraternita dei mitraisti, salvo nel caso di Tertulliano che pare fosse stato iniziato ai misteri mitraici in Roma prima della conversione al cristianesimo sul finire del II secolo. Le notizie più estese che questo autore ci rimanda sono circoscritte al rituale di consacrazione dei gradi di miles e di leo . Ma la sua attendibilità è oggetto di riflessione preoccupata: nel passo in predicato (de praescr. haer. , 40) compare l'inquietante affermazione che era il diavolo a offrire agli iniziati una rappresentazione della resurrezione (imaginem resurrectionis inducit). E tuttavia accogliamo la notizia (che, fatte salve tutte le doverose riserve, risulterebbe pur sempre provenire dall'interno) che i mitraisti si concentravano su una icona della resurrezione . Il concetto di resurrezione va preso con la massima cautela e però è interessante che esso si trovi in relazione con la uccisione compiuta dall'eroe, padrone della vita – si direbbe – in quanto padrone dell'atto di morte.
Tra gli elementi di un mito che doveva avere una sua complessità spiccano la nascita dalla roccia ( saxigenus ); l'avere provocato con un colpo di freccia sulla roccia lo sgorgare di una copiosa sorgente vitale per gli uomini; una impresa ardua – definita transitus dei – che comprende la cavalcata del toro, il suo trascinamento (tauroforia) nei modi che si è detto fino al trasporto a spalla dentro l'antro; la tauroctonia (il termine taurobolion usato come sinonimo corrisponde effettivamente alla stessa azione?), ampiamente documentata come episodio culminante.
Come si vede già dalle grandi linee, ci troviamo di fronte a prove e imprese particolarmente ardue che si richiamano quasi certamente a uno scenario iniziatico, peraltro tipico dell'eroe.
Il dono delle acque, dissuggellate dalla montagna con la forza magica delle proprie armi, potrebbe riferirsi allo strato più antico della figura di Mithra, a quel ruolo di grande mediatore psicopompo che abita la vetta del mitico monte Hara (il vertice della terra per gli Iranici), sulla quale scende l'arcobaleno che fa da ponte tra la terra e il cielo. Le grandi acque benefiche che si rendono disponibili in terra (Gange, Nilo, e in definitiva tutti i grandi fiumi) provengono da grandi bacini celesti attraverso misteriosi passaggi dall'alto principalmente seguendo l'arcobaleno o la strada aperta da grandi dee (Ishtar) o dei dalla loro sede urania, localizzata spesso sulla luna. Ora, il Mithra antico iranico abita il luogo alto da cui prende slancio questo fondamentale passaggio e il colpo della freccia miracolosa – che somiglia molto da vicino a un atto da sciamanico mago della pioggia – garantisce il collegamento con il cielo. Mithra, lo sappiamo, è infatti il giudice delle anime per delega del Signore Sapiente e constatiamo che anche nel quadro monoteistico non gli si è potuta sottrarre questa sua essenziale funzione.
E' vero che l'arma più nota di Mithra sembra essere il pugnale a lama larga che affonda nella gola del toro, epperò questo non deve impedirci di dare il peso dovuto alla sua freccia, la quale in un certo senso sembra restare consegnata nell'ombra di un episodio secondario mentre invece illustra in modo significativo la figura del dio eroico.
La freccia va lontano e colpisce oltre le distanze. Nello stesso termine di taurobolion (alla lettera, uccisione del toro mediante un colpo lanciato da lontano)(12) si allude a un rituale diverso dallo sgozzamento – che sembra più circoscritto e più da recinto sacro (per una vittima preparata e disciplinata) – del genere più arcaico della cultura dei cacciatori paleolitici proiettati negli spazi aperti delle vaste praterie a inseguire circondare sfiancare i tori selvaggi, in una delle cacce più difficili e selettive(13). Questa considerazione non depone a favore della tesi di Turcan che la tauroctonia sia un sacrificio ordinario.
Il trascinamento a ritroso di animali da armento sembra a prima vista un comportamento furbesco di abigeatari che vogliano ingannare il legittimo proprietario. Hermes, nell'inno omerico a lui dedicato, trafuga in siffatto modo la mandria di suo fratello. Similmente si comporta il gigante Cacus che sottrae a Herakles sette capi di bestiame trascinandoli per la coda nella sua grotta dell'Aventino(14). Mithra viene anche denominato ladro di buoi (sprezzantemente: bouklopos , in Firmico Materno).
Il collegamento con lo scenario dei cacciatori e razziatori arcaici illustra un tratto della figura primitiva di Mithra; in quella ideologia, gli animali selvaggi sono proprietà delle potenze invisibili dell'aldilà e solo un eroe che abbia ottenuto il soccorso di dei potenti può andare a prenderli vincendo i guardiani. Herakles costringe il Sole a aiutarlo, in specie nel percorso oltremondano (e infatti trasborda nell'aldiqua i buoi del triplice Gerione infero sulla coppa del Sole. Il Sole, lo abbiamo già visto più sopra, è ambiguo e ha due facce). Anche Mithra fruisce dell'aiuto del Sole (o lo costringe?).
Tuttavia il percorso dell'impresa faticosa del dio, che si dimostra capace di catturare il toro, sfiancarlo, trascinarlo per le zampe, trasportarlo a spalla nel suo antro, e infine offrirlo in modo esemplare va studiato con attenzione. Infatti qualcosa non quadra completamente. Il sacrificio del toro non avviene all'aria aperta bensì nella caverna, come se fosse stato riportato dal proprietario vero lì indietro, nella sede naturale, dopo una fuga indebita.
Il toro viene fatto rientrare nella caverna, sede appropriata alle mandrie infere. E il rovesciamento forzato del modo di marciare indica piuttosto che si tratta di un ritorno. Inoltre, il dio sta di casa (mito della nascita) nella caverna, cosicché si configura nel tempo stesso come un Signore degli animali e come un Signore del labirinto . Il toro appartiene alla sua giurisdizione, e solo lui dimostra di poterne trarre le potenze intrinseche.
Il mito primitivo contempla che il toro era fuggito e che il benefattore lo aveva ripreso per sé in qualità di legittimo proprietario. Del resto nella ideologia dei paleocacciatori la caccia riesce fortunata solo a condizione che la preda venga riconsegnata (anche simbolicamente, p.e. nel modo della pars pro toto ) al terribile proprietario Signore o Signora degli animali, in quanto solo questi può disporre della preda selvaggia.
Ecco, Mithra pare specialmente congiunto con la ambivalenza del Sole. Egli è anche il Sole che sta nella caverna, ovvero anche l'altra faccia del Sole. Versato sulle due regioni che costituiscono l'una il rovescio inscindibile dell'altra, di esse mediatore, il molteplice Mithra(15), mortale e vitale, uccisore e creatore, si colloca nel punto di passaggio e di inversione tra visibile e invisibile. Ciò è caratteristico del signore della maschera.
Mithra viene giustamente accostato al leone, tipica maschera della bipolarità del Sole. Sottolineo di sfuggita che la figura del dio che assalta il toro ricalca fedelmente l'iconografia esemplare del leone che caccia il toro, lo assale sulla groppa e lo azzanna per atterrarlo.
Non a caso, come ho sottolineato, il culto mitraico comprende l'uso delle maschere da parte di una società segreta maschile di guerrieri. È questa una delle ragioni per la quale è connaturato con la religione di Mithra di essere un mistero, infatti al centro dei misteri sta il tema della preparazione a affrontare il terribile e sconvolgente incontro con le potenze dell'invisibile, per appropriarsene a integrazione di sé.
Naturalmente a una entrata a rovescio rispetto alle apparenze e alle regole del mondo sensibile dovrà corrispondere una uscita simmetricamente inversa; di modo che il toro deve entrare a rovescio nella caverna come le anime per liberarsi debbono sciogliere i nodi nell'ordine inverso rispetto a quello con cui sono stati legati dai poteri che dominano il mondo.
4. Il sacrificio del toro
I l sacrificio del toro è l'episodio culminante del mito di Mithra. Nel mitreo di Santa Prisca un verso dipinto recita: et nos seruasti (a)eternali sanguine fuso , e tu ci hai salvato con lo spargimento del sangue eterno. In verità, il rito del taurobolion è fondamentale anche nella religione della Magna Mater Cibele; ma nel caso mitraico non si tratta di un sacrificio al dio sibbene del dio.
Fino dai primordi il toro è stato simbolicamente connesso con il cielo nel suo aspetto uranico, sia come cielo notturno stellato in genere sia come una figura specifica presente nello Zodiaco(16). La figura del toro si specializza come rappresentazione del lato notturno del sole e arriva a essere associato all'astro lunare dalle corna falcate del quale segue le vicende patetiche. La luna è l'astro vagante per eccellenza e viene inoltre considerata sede delle acque e dei semi della vita(17). Nei rilievi mitraici del tipo danubiano ricorre un particolare tipico: il toro seduto nella navicella lunare a forma di falce, scapha lunaris .
Mithra, nel compimento del suo atto supremo, quando affonda il pugnale tra la spalla e il collo del toro, non guarda la vittima a cui pure torce il muso volgendolo a sé. L'espressione che viene fissata sul viso del giovane dio non è di trionfo, come sarebbe naturale in chi avesse prevalso su una forza indomita. Cumont la considera una espressione di tristezza, come se l'atto venisse compiuto malvolentieri, e sulla base di questa interpretazione attribuisce l'archetipo iconografico a uno scultore della scuola di Pergamo, tipica per le espressioni patetiche e drammatiche, scultore che si sarebbe rifatto al modello della Nike bouthutousa (la Vittoria che sacrifica il toro) del tempio di Athena sull'Acropoli.
http://www.atopon.it/index.php?page=il-mitraismo
(da átopon Vol. VI)




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