Lontano da Gasparri





La Rai che emerge dalle proposte, peraltro «aperte», presentate ieri dal ministro Paolo Gentiloni, è indubbiamente assai più moderna, garantita e insieme però flessibile di quella attuale modellata, nel modo più rozzamente partitocratrico, dalla legge Gasparri. Quindi siamo di fronte a passi avanti significativi. Togliere il controllo della radiotelevisione pubblica dalle mani dell´esecutivo e del Tesoro (qualunque sia la maggioranza di governo) è certamente un punto-chiave.

Farlo con una Fondazione all'inglese, detentrice delle azioni dell´emittente pubblica, è pure corretto e promettente. Personalmente mi lascia più di un dubbio il criterio di nomina dei componenti del CdA della Fondazione e del suo presidente. Gentiloni ha avanzato due ipotesi. La prima prevede che dei sette membri, due siano designati dalle Regioni e gli altri cinque convalidati a maggioranza qualificata dalle Camere.

È un po' il criterio di elezione dei giudici costituzionali e lascia aperta la porta ad un controllo partitico molto premente. Non si nomina il Consiglio di amministrazione della Fondazione che sovrintende alla più grande impresa culturale del Paese sulla base del patteggiamento fra maggioranza e minoranza. E se quel patteggiamento fallisce? Si rimanda alla prossima tornata. Non è così, a mio personale avviso, che si tratta la Rai da azienda, quale essa è e resta. Bisognerebbe inventarsi criteri di nomina che sfuggano alle logiche di partito o di schieramento. Come accade, per esempio, in Francia dove sono i presidenti della Repubblica e delle due Camere a nominare i componenti del Consiglio Superiore dell'Audiovisivo, i quali, a loro volta, votano il presidente-direttore generale della televisione pubblica e una parte del suo CdA. La proposta-Gentiloni ipotizza che il solo presidente possa venire designato dai presidenti di Camera e Senato. I quali, quando c'era l'IRI e prima, comunque, della Gasparri, nominavano l'intero CdA. Con buoni margini potenziali di autonomia.

L'altra ipotesi avanzata da Gentiloni comporterebbe per la Fondazione un Consiglio più largo composto in base alle designazioni di diversi organismi. Un'idea un po' vecchia e di tipo assembleare, difficile da mettere coi piedi per terra.

La Fondazione poi controllerebbe, nel disegno Gentiloni, tre società, ciascuna con un proprio CdA: una finanziata totalmente dal canone, una (alla maniera di Channel4) dalla sola pubblicità ed una per gli impianti. Separazione canone-pubblicità decisamente utile. Ma, francamente, non so quanto potrebbe poi funzionare una società a tre teste. Mentre mi sembrerebbe allora più utile - ma è un parere del tutto personale - gestire in una sola società due reti: una rete commerciale ed una di servizio pubblico arricchita da alcuni canali gratuiti (uno dei quali culturale). Mi convince invece, oggi come oggi, l'idea di dare alla radio l'autonomia di una società, anch'essa però finanziato da quel canone che venne cancellato proprio dal centrosinistra alla fine del 1998 con un tratto di penna (si trattava del canone autoradio di facilissima riscossione), riducendola ad una Cenerentola. A riprova che i meccanismi aziendali spesso non rientrano nella cultura politica. Con tutti i guai che ne conseguono e che è bene non infliggersi un'altra volta.

Problemi urgenti, più urgenti, forse, di quanto non si pensi: difatti, quanto potrà reggere l'attuale CdA, eletto con la pessima legge Gasparri, messo in semi-crisi dalle conseguenze a cascata del caso-Meocci?