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    Predefinito I professionisti dell'Antimafia

    L'Italia ha quattro regioni in mano alla mafia. Secondo la sentenza della Cassazione su Andreotti, è stata governata da un mafioso fino al 1980. Nel '93, secondo il Tribunale di Palermo, Marcello Dell'Utri fece un patto con Provenzano e la mafia confluì su Forza Italia. Da allora Silvio Berlusconi, che aveva scambiato un mafioso per uno stalliere, fa il bello e il brutto tempo in politica. Dice che la mafia ormai è una robetta di pochi disperati e i giudici antimafia sono «matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana». Per il senatore Dell'Utri la mafia è «uno stato d'animo». Per un (ex) ministro, Pietro Lunardi, invece la mafia «c'è sempre stata e bisogna conviverci». Il governatore di Sicilia è imputato di favoreggiamento alla mafia e se ne va in tv con la coppola in testa a dire che «bisogna smitizzare la mafia». Il generale Mori, che nel '93 riuscì a non perquisire il covo di Runa lasciandolo perquisire alla mafia, ora che finalmente è andato in pensione dal Sismi, è stato promosso dal governo Prodi a commissario straordinario per gli appalti a Gioia Tauro. In Parlamento siedono otto fra indagati e imputati per reati di mafia, mentre due pregiudicati per corruzione sono entrati nella commissione Antimafia. La mafia ha ricominciato a sparare in Sicilia e ha continuato a farlo in Calabria e in Campania. I mandanti esterni delle stragi di mafia del 1992-'93 restano ignoti. Così come quelli del delitto Fortugno. E con chi se la prendono i giornali? Con i «professionisti dell'antimafia», che dovrebbero scusarsi di esistere.
    Il ventennale dell'articolo di Leonardo Sciascia, pubblicato dal Corriere di Piero Ostellino il 10.1.1987 sotto lo sciagurato titolo «I professionisti dell'antimafia», vanta commemorazioni che fanno impallidire quelle per i 60 anni della Repubblica e della Costituente e per i 210 del Tricolore. Da una ventina di giorni, non ne passa uno senza che qualcuno salti su a chiedere a chi giustamente criticò Sciascia per quell'infelice articolo di scusarsi con lo scrittore, peraltro scomparso. I fatti, come al solito, non contano. Spariti.
    Si sorvola persino sul bersaglio numero uno dell'articolo di Sciascia: Paolo Borsellino, dipinto come un «esempio attuale ed effettuale» di un giudice che fa disinvoltamente carriera per meriti antimafia perché il Csm l'aveva preferito come capo della Procura di Marsala a un concorrente più anziano ma meno esperto in processi di mafia. Il grande scrittore ironizzò: «Nulla vale più, in Sicilia, per far carriera in magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». Osservazione piuttosto curiosa, salvo pensare con Johnny Stecchino che le vere piaghe della Sicilia sono lo scirocco e il traffico.
    L'articolo fu poi usato con successo da chi voleva delegittimare il maxi-processo a Cosa Nostra, istruito da Falcone e Borsellino. E da chi, qualche tempo dopo, sbarrò a Falcone la strada dell'Ufficio istruzione, sventolando il principio dell'anzianità
    contro quello dell'esperienza antimafia. Oggi si leggono cose grottesche: tipo che «Sciascia aveva ragione, a parte quell'accenno a Borsellino», come se l'articolo riguardasse il collezionismo di farfalle o il gioco del cricket; o tipo che, in fondo, Borsellino condivideva la tesi di Sciascia (falso: nel suo testamento spirituale dopo la strage di Capaci, dichiarò: «Tutto cominciò con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia»). Non manca il contributo del senatore forzista Lino Jannuzzi, che racconta sul Giornale un suo incontro con Sciascia nel 1989. Sciascia aveva appena ricevuto la visita di Leoluca Orlando e confidò inorridito a Jannuzzi: «Mi ha parlato male dei magistrati di Palermo». Poi non resse allo choc, e morì. Per la verità, anche Falcone parlava male di molti suoi colleghi, che gli rendevano la vita impossibile (tant'è che emigrò a Roma). In compenso, Jannuzzi parlava male di Falcone. Il 29 ottobre 1991, in un articolo sul Giornale di Napoli intitolato «Cosa Nostra uno e due», definì Falcone «maggiore responsabile della débàcle dello Stato di fronte alla mafia» e la sua possibile nomina a procuratore nazionale antimafia «un affare pericoloso per noi tutti»: «Dovremo guardarci da due Cosa Nostra: quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma. E sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto». Nessuno, naturalmente, ha mai chiesto a Jannuzzi di scusarsi con Falcone. Mica è un professionista dell'antimafia, lui.
    (Uliwood Party - Marco Travaglio - 10/01/2007)

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