Una intervista a Giuseppe Maj
Intervista
Perché il (nuovo)Partito comunista italiano è
perseguitato dalle Autorità Italiane?
Di fatto, da più di 25 anni le Autorità Italiane si
accaniscono contro la “carovana” del (n)PCI. Con questa
espressione noi indichiamo sia l’insieme di organismi e
individui che dalla fine degli anni ’70 hanno contribuito
con il loro lavoro almeno in qualche modo alla costruzione
del (n)PCI fondato nel 2004, sia l’insieme di organismi e
individui che oggi nella loro attività si ispirano almeno in
qualche misura alla concezione e alla linea propagandate
dal (n)PCI. Le AI hanno ostacolato l’attività di questi
organismi e di questi individui in mille modi. In
particolare con ripetuti procedimenti giudiziari basati tutti
sull’accusa di terrorismo: l’accusa classica con cui la
borghesia cerca di infangare i propri nemici e che le serve
per giustificare che nella lotta contro di loro essa viola
ogni legge e ogni limite, come oggi gli israeliani in
Palestina e in Libano o gli americani in Iraq.
Attualmente in Italia siamo all’ottavo procedimento
giudiziario, anch’esso basato sull’accusa di terrorismo e
condotto dalla Procura di Bologna. Inoltre nel 2003 le AI
hanno anche indotto le Autorità Francesi ad aprire
anch’esse un procedimento giudiziario per terrorismo
contro membri e simpatizzanti del (n)PCI residenti in
Francia: un procedimento che è ancora in corso e per il
quale il compagno Giuseppe Czeppel e io abbiamo già
subito un anno e mezzo e il compagno Angelo
D’Arcangeli 4 mesi di prigione e ancora subiamo le
restrizioni del controllo giudiziario.
Questi sono i fatti, ma perché questa persecuzione,
perché tanto accanimento proprio contro di voi?
In primo luogo in Italia come in tutti gli altri paesi
imperialisti le Autorità da vari anni a questa parte
restringono continuamente, di fatto ancora prima che per
legge, le libertà e i diritti democratici che le masse
popolari avevano conquistato durante la prima ondata della
rivoluzione proletaria. La borghesia elimina, rosicchia o
stravolge le conquiste di civiltà e di benessere che le masse
popolari avevano strappato alla borghesia. Di conseguenza
e in parallelo le sue Autorità reprimono quelli che
resistono e ancora più quelli che sono, o esse credono
possano diventare centri che promuovono, mobilitano,
organizzano e dirigono la resistenza delle masse popolari
alla liquidazione delle conquiste. La persecuzione della
“carovana” del (n)PCI rientra pienamente in questo
contesto. Siamo perseguitati come lo sono molti lavoratori
avanzati, sindacalisti onesti e combattivi, giovani ribelli,
donne non rassegnate, immigrati combattivi, ecc.
Certamente però c’è un accanimento particolare contro
la “carovana” del (n)PCI quale non c’è stato contro
nessuna altra organizzazione o area politica negli ultimi
trent’anni, neanche contro quelle che si dicono anch’esse
comuniste. Questo è a causa della concezione e della linea
che fin dall’inizio degli anni ’80 ha caratterizzato la
“carovana” del (n)PCI. Detto in breve, si tratta della nostra
concezione e della nostra linea di assoluta indipendenza
organizzativa dalla borghesia e di non accettazione delle
condizioni ideologiche e politiche che essa di fase in fase
pone come discriminanti per accettare che una
organizzazione partecipi alla “vita politica” del suo
regime. La magistratura per perseguitarci ha usato l’accusa
di terrorismo, cioè di compiere o progettare attentati o
attività affini: queste accuse non hanno mai retto alla prova
di un processo. Per sette volte i compagni incriminati sono
stati assolti o l’accusa è stata archiviata. Beninteso, i danni
che la borghesia ci ha inflitto (perquisizioni, sequestri,
arresti, detenzione, processi, intimidazioni, oscuramento di
ben due siti) sono stati comunque rilevanti. Questo spiega
perché continui a sollevare quest’accusa, siamo infatti
all’ottavo procedimento giudiziario in 25 anni, ma non è la
causa della persecuzione e dell’accanimento. Non si tratta
neanche della clandestinità del (n)PCI: la persecuzione è
incominciata all’inizio degli anni ’80, molto prima che la
Commissione Preparatoria del congresso di fondazione del
(n)PCI si costituisse nella clandestinità e che adottasse la
linea di “costruire il Partito a partire dalla clandestinità”,
cosa che è avvenuta solo nel 1998. A differenza di quello
che fece il fascismo, che vietò espressamente di essere
comunisti, la borghesia usa un’accusa strumentale per
ostacolare i comunisti. Infatti non esistono le condizioni
politiche per vietare di essere comunisti. Con l’accusa
strumentale e altre misure amministrative la borghesia
rende la vita difficile ai comunisti e ostacola la loro
attività.
Cosa intendi per “assoluta indipendenza organizzativa
dalla borghesia”? In che senso la “carovana” del (n)PCI
sarebbe più indipendente dalla borghesia di altre
organizzazioni che pur si dicono comuniste o
rivoluzionarie ma che la borghesia non perseguita o
almeno non perseguita con l’accanimento che mostra
nei vostri confronti?
Legalmente in Italia come in quasi tutti i paesi
imperialisti la Costituzione e le leggi consentono l’attività
politica, come consentono l’attività sindacale e come
riconoscono altri diritti. Anzi le leggi affermano e tutelano
il diritto di svolgere attività politica, come diritto di ogni
cittadino, salvo restrizioni ben circoscritte. In questo la
Costituzione e le leggi risentono ancora dei risultati delle
lotte condotte nel passato, in particolare della Resistenza
vittoriosa contro il nazifascismo. Di fatto, in nome della
difesa dell’ordine pubblico o della “sicurezza nazionale” o
della prevenzione dei reati, la borghesia, tramite organi
del suo Stato e agenzie private, tiene sotto controllo
(scheda, spia, registra, ecc.) chiunque svolge attività
politica, sindacale e altre attività che comportano la
possibilità di mobilitare le masse. In particolare di ogni
organizzazione comunista la borghesia vuole che le sue
agenzie conoscano composizione e struttura, fonti di
finanziamento, relazioni interne ed esterne. Il piano Solo
che il gen. De Lorenzo voleva mettere in atto nel 1964 e le
schedature SISMI emerse in questi giorni (estate 2006)
sono solo due tra i mille fatti che confermano quello che
ho detto. Noi non ci siamo mai prestati a questa “libertà
vigilata”, abbiamo cercato di sfuggire a questo controllo.
Non solo. Quello che ho detto è solo l’aspetto
organizzativo, mentre vi è anche un aspetto politico e
ideologico. Di fase in fase la borghesia pone determinati
limiti all’attività politica, come all’attività sindacale. Ad
esempio quando è nata la carovana, a cavallo tra gli anni
70 e gli anni 80, chi stava al gioco doveva partecipare alla
lotta contro le Brigate Rosse e le altre Organizzazioni
Comuniste Combattenti, doveva contribuire a
criminalizzarle e isolarle e doveva fornire informazioni.
Noi al contrario abbiamo addirittura assicurato (con Il
Bollettino del Coordinamento Nazionale dei Comitati
contro la Repressione) ai detenuti delle BR e delle altre
OCC l’esercizio del diritto alla parola che la legge
riconosceva ma che di fatto veniva loro tolto: erano anche
loro perseguitati politici, quali che fossero i reati di diritto
comune a ragione o a torto addebitati ad alcuni di loro.
Altro esempio: la concertazione e la compatibilità sono
diventate negli anni ’90 obblighi a cui doveva sottostare
ogni movimento rivendicativo dei lavoratori. Noi abbiamo
al contrario sostenuto ogni lotta rivendicativa e fatto
quanto le nostre forze consentivano, con determinazione e
onestà, perché arrivasse alla vittoria.
Insomma, fin dall’inizio siamo stati una variabile
incontrollabile, una “cellula impazzita” che la borghesia
non controllava e tanto meno guidava, un organismo che
non rispettava le regole del gioco che la borghesia dettava.
Così facendo quest’organismo infastidiva e condizionava
tutti quelli che volevano apparire anche loro “amici dei
lavoratori”. È il principio di essere un potere alternativo a
quello della borghesia, seppure per il momento molto
meno potente del suo, molto molto piccolo. Non è che noi
facessimo i “disobbedienti” prima di José Bové o di Luca
Casarini né come lo fanno loro. Non ostentavamo la
disobbedienza a questa o quella legge, ma neanche ci
limitavamo a violare
singole leggi, non ci
limitavamo alla nostra
personale disobbedienza o
violazione. Indicavamo
come obiettivo necessario
la creazione di un nuovo
ordinamento sociale,
dicevamo che per dare
soluzione duratura e
costruttiva ai mali
presenti gli operai e gli
altri lavoratori dovevano
fare dell’Italia un nuovo paese socialista e che il primo
passo era ricostruire il partito comunista. Nella misura
delle nostra comprensione delle cose dicevamo ai
lavoratori la verità, non cedevamo silenziosamente a
nessuna minaccia, non venivamo a patti con la borghesia,
in ogni caso e circostanza indicavamo ai lavoratori quello
che nella misura delle loro forze potevano fare per vincere,
smascheravamo senza pietà e compiacenza i trucchi dei
finti “amici del popolo”, usavamo la lettera e lo spirito
della legge per smascherare la classe dominante che molto
spesso aggira, ignora, viola le leggi che disturbano i suoi
interessi, ecc. Benché le nostre forze fossero ridotte,
essendo un gruppo organizzato, compivamo tutto ciò a un
livello che nessun individuo singolo delle masse popolari
può raggiungere. Insomma eravamo incompatibili con
l’ordine pubblico (cioè con la soggezione e la
rassegnazione delle masse agli interessi della borghesia) e
intollerabili da parte di chi lo doveva tutelare.
Costituivamo nel nostro piccolo un nuovo potere, opposto
a quello della borghesia. Più questo potere si fosse
ingrandito, più avrebbe creato problemi alla borghesia. È il
principio che è alla base della concezione della guerra
popolare rivoluzionaria di lunga durata: creare nel paese
un potere opposto a quello della borghesia e compiere
quanto necessario, le mille operazioni necessarie per
aggregare e mobilitare in misura crescente attorno ad esso
le masse contro la borghesia. Un processo che per forza di
cose avviene gradualmente ma che man mano che si
sviluppa, rafforza il nuovo potere e indebolisce quello
della borghesia. Ad adottare consapevolmente come nostra
strategia la concezione della guerra popolare
rivoluzionaria di lunga durata siamo arrivati solo molto più
tardi. Ma in piccolo, in miniatura eravamo un potere
autonomo dal potere della borghesia e questo
scompaginava i suoi modi di fare, rompevamo le uova nel
paniere. La clandestinità, che adottammo più tardi, era solo
la traduzione organizzativa di quel principio,
un’applicazione dello stesso principio a un livello
superiore. Alcuni operai ci dicevano: “Quello che dite è
giusto, ma se vogliono, con una retata vi cancellano dalla
faccia della terra e tutto ritorna come prima”. E avevano
ragione. Abbiamo tirato le conseguenze pratiche della loro
osservazione. Ora la borghesia non riesce più a far tornare
le cose come prima, qualunque cosa faccia. La
clandestinità del Partito è diventata un punto di forza per
tutto il movimento delle masse popolari, di cui questo si
avvarrà sempre di più. Ma non è la causa della
persecuzione e dell’accanimento della borghesia contro la
“carovana” del (n)PCI.
Tutta la “carovana” del (n)PCI è clandestina?
No, solo il (n)PCI è clandestino. Le altre
organizzazioni della “carovana” si ispirano nella loro
attività in misura più o meno ampia alla concezione e alla
linea del (n)PCI. Alcune sono solo influenzate da quello
che il (n)PCI dice o fa. Immaginate una classe dirigente
che mantiene il suo potere sulla massa della popolazione
facendo paura ad alcuni, ricattando altri, imbrogliando e
menando per il naso altri, mettendo gli uni contro gli altri.
Se si forma un’organizzazione che non sta al gioco ed è
capace di non starci, o il vecchio potere la soffoca o prima
o poi non riuscirà più a stare in piedi alla vecchia maniera.
Tutti quelli che più o meno consapevolmente, con
maggiore o minore determinazione cercano di resistere al
vecchio potere, sono influenzati e catalizzati da questa
organizzazione. Questa organizzazione è come il retroterra
e l’avanguardia di ognuna di loro. Arriva dove loro non
arrivano, dice quello che loro ancora neanche pensano,
vede quello che loro ancora neanche sanno che esiste.
Perché la clandestinità non è solo autonomia e libertà
organizzativa: la borghesia non conosce chi intimidire, chi
ricattare, chi arrestare, non riesce più a “spazzarci via basta
che lo decida”. La clandestinità è anche autonomia e
libertà di pensare, di ricerca, di discutere, di elaborare, di
propagandare verità che fanno male alla borghesia. Sia per
elaborare, sia per
propagandare occorrono
condizioni che la borghesia
non consente alle
organizzazioni comuniste e
in generale rivoluzionarie.
Il (n)PCI si è creato queste
condizioni. Ovviamente un
numero crescente di
organizzazioni che non sono clandestine useranno le idee
che noi propagandiamo o si ispireranno liberamente ad
esse, a loro modo. È una cosa che avverrà sempre più
spesso, su scala crescente man mano che noi diventeremo
più capaci di elaborare e di propagandare idee giuste e utili
alla resistenza delle masse popolari contro la borghesia e
man mano che le organizzazioni legali diventeranno più
capaci di usarle e più determinate a usarle. Ovviamente le
nostre idee non le ricaviamo da noi stessi, le ricaviamo
elaborando l’esperienza delle masse popolari, quindi anche
l’esperienza delle organizzazioni legali. Anche loro
aiutano noi, consapevolmente o senza rendersene conto.
Con la loro esperienza, ma anche con la loro attività. I
lavoratori che esse mobilitano, i loro stessi membri
sperimentano i limiti delle loro organizzazioni e le catene
della borghesia, del suo sistema sociale e politico e
sentono la nostra propaganda e vedono la nostra attività.
Per questo, sia detto di passaggio, noi non ci limitiamo a
“essere clandestini”, ma propagandiamo la necessità che le
masse popolari e la classe operaia abbia un partito
comunista clandestino. Perché da lì ci vengono aiuti,
collaborazione, risorse, reclute, appoggio. È lì che il
Partito deve radicarsi e esercitare la sua influenza e
stabilire la sua direzione.
Mi restano due domande a cui vorrei una risposta
precisa: perché oltre che essere clandestini, addirittura
propagandate la cosa? Come valutate voi le altre
organizzazioni che pur si dicono comuniste e che la
borghesia lascia sostanzialmente tranquille?
Bisogna assolutamente propagandare la clandestinità,
in particolare tra gli operai avanzati. Bisogna fare quanto
possiamo per far capire che è necessaria e in cosa consiste,
per creare un clima favorevole che incoraggia il
reclutamento, per creare solidarietà attorno ai clandestini,
per porre premesse favorevoli alla loro difesa nel caso
dovessero cadere nelle mani del nemico. Ma anche per
creare una comprensione giusta e una gestione giusta della
clandestinità, come per ogni altro punto della nostra linea
politica. Il Partito non è una setta segreta. Siamo
clandestini perché la classe operaia ha bisogno di un
partito clandestino per condurre in porto vittoriosamente la
sua lotta. Non è un problema nostro, ma un problema della
classe operaia e delle masse popolari. Noi siamo solo
l’incarnazione della soluzione che esse danno ai loro
problemi. Chi pensa a una clandestinità praticata
nascondendo la cosa alle masse, pensa a una cosa diversa
da quella di cui parliamo noi, ad un “servizio segreto” la
cui esistenza sarebbe noto alla controrivoluzione
preventiva e ignota alle masse o nota solo come la
borghesia gliela vuole presentare.
Quanto alle forze che la borghesia lascia in pace
benché si dicano comuniste, ognuna di esse è in grado di
misurare i suoi limiti, che derivano dal controllo che la
borghesia esercita su di loro e dal fatto che esse accettano
di vivere sotto controllo. Questo non esclude che il
movimento comunista possa tirare dei vantaggi dalla loro
attività. Quindi che in definitiva svolgano una funzione
utile per il movimento comunista. Più questa funzione utile
diventerà grande, meno la borghesia le lascerà in pace.
Insomma, saranno gli avvenimenti e non le nostre opinioni
a farle evolvere in senso positivo o negativo. Noi, la nostra
attività e la nostra propaganda favoriranno una evoluzione
positiva.
Nota di Sandinista:Ognuno tragga da questa intervista le conclusioni che ritiene più opportune.
A luta continua