
Originariamente Scritto da
orpheus
Gianpaolo Pansa ... quanta verità proviene da quest'uomo che è innegabilmente di sinistra . Certo che le sue verità non sono mai ben accette dai sinistrati che vivono di falsità.....che fuoriesce da tutti i pori .
Un nuovo e malvagio 8 settembre
di Giampaolo Pansa
Bisogna augurarsi che la Procura della Repubblica di Firenze abbia visto giusto nell’inchiesta sulla Protezione civile. E non abbia sbagliato nessuna mossa, a cominciare da quelle che hanno incastrato Guido Bertolaso. In caso contrario, dovremo addebitare ai magistrati fiorentini una responsabilità pesante: l’aver provocato un disastro politico e, prima ancora, morale.
Il disastro riguarda non tanto la figura di Bertolaso, quanto la fiducia che milioni di italiani riponevano in lui. Per comprenderne la portata, basta uscire di casa, andare in un bar, salire su un treno, avvicinarsi a uno dei tanti crocchi che si formano in piazza. In questi ultimi mesi, a cominciare dalle tragedie della spazzatura a Napoli e del terremoto all’Aquila, il capo della Protezione civile era diventato un eroe, l’opposto del politico parolaio e inconcludente. Bertolaso non parlava, ma faceva. Era lui, e non Silvio Berlusconi, “l’uomo del fare”.
Quanto fosse grande la fiducia nei suoi confronti lo dimostra il fatto che è alta ancora adesso, con lui sotto indagine e accusato di aver ricevuto tangenti.
Ieri, Sky Tg24 ha lanciato un sondaggio preceduto da una domanda: «Credi a Bertolaso quando dice di non aver mai ingannato gli italiani?». Il 66 per cento ha risposto sì. Soltanto il 34 per cento ha detto no.
Ma oggi Bertolaso è un eroe finito. Scaraventato nel tritatutto dell’inchiesta giudiziaria e dei media, è un uomo senza futuro. Potrà anche sopravvivere al gas velenoso delle intercettazioni a luci rosse, ma sua la vicenda pubblica è conclusa. È lui stesso a dirlo, con schietta semplicità: «Non ho più la serenità giusta per poter lavorare». E aggiunge: «Forse mi sono fidato troppo di qualcuno».
Sono parole coraggiose. Hanno il valore di una sentenza che Bertolaso ha deciso
per se stesso.
Non so come reagirà il Governo. Ma se fossi al posto del Cavaliere, cercherei subito un altro capo della Protezione civile. Sia pure offrendo a Bertolaso tutta la solidarietà politica e l’assistenza che è giusto dargli. Nei confronti di un’accusa tra le più infamanti per un servitore dello Stato che, in circostanze drammatiche, ha tenuto in piedi lo Stato.
Certo, non era l’unico a farlo. Ma l’opinione pubblica si ricorda soprattutto di lui. E oggi urla di rabbia: «Ci hanno tolto pure Bertolaso!». Questo grida la gente.
Senza spendere una parola per gli altri dirigenti pubblici incappati nell’inchiesta. E meno che mai per l’alto magistrato romano finito nella rete della Procura fiorentina.
Il motivo è evidente: forse anche sbagliando, li considera uguali ai costruttori che avrebbero lucrato sulle presunte emergenze. E ai politici che, di sicuro, li hanno coperti.Costoro non sono ancora venuti a galla. Ma esistono, per forza devono esserci. L’opinione pubblica ne è convinta.
In questo gelido febbraio, si respira un’aria antica e malvagia da 8 settembre. I lettori del Riformista sanno che cosa voglio dire. L’8 settembre 1943, con la firma dell’armistizio, lo Stato italiano si dissolse.
I Savoia fuggirono da Roma, con il maresciallo Badoglio e il corteo dei generali. Lasciando che il Paese diventasse il campo di battaglia di due eserciti stranieri: quello tedesco e quello anglo-americano. Gli italiani si ritrovarono soli. Alle prese con una guerra civile spietata e sotto l’inferno dei bombardamenti degli Alleati.
Oggi intravedo nella gente la stessa sensazione di paura, la medesima solitudine.
A torto o a ragione, la casta dei partiti è sputtanata. I due blocchi che si combattono sono screditati dalla loro impotenza a trovare un modus vivendi, una strada per conciliare i contrasti. La casta dei magistrati non è più ritenuta una garanzia sufficiente. Perché è troppo corporativa, troppo divisa, troppo inquinata da una faziosità tutta inclinata a sinistra. Vizi esibiti in pubblico come se fossero virtù. Anche la fiducia nei media stampati e televisivi è ridotta al lumicino per gli stessi motivi. Faccio il giornalista da cinquant’anni e so di che cosa parlo.
Per tutto questo, mi sembra vano immaginare che possa riemergere l’epoca di Mani pulite. D’accordo, la corruzione è diffusa quanto lo era allora, forse di più. Alcuni arresti di questi giorni (un consigliere comunale a Milano e il presidente della Provincia di Vercelli, entrambi del centrodestra) insieme ad altre storiacce che vengono dal centrosinistra in ben sei regioni,
inducono qualcuno a pensare che presto esploderà una nuova Tangentopoli. L’inchiesta sulla Protezione civile non fa che accrescere questa speranza o questo timore.
Ma se Mani pulite tornerà, sarà in grado di fare ben poco. Il terremoto iniziato il 17 febbraio 1992 fu devastante per almeno tre motivi.
Il primo ero lo sfacelo del ceto partitico che imperava in Italia. I partiti vincitori della guerra civile avevano perso la sfida per la buona politica e per il governo del Paese. Il secondo era la fiducia assoluta dei cittadini nell’operato imparziale dei magistrati. Il terzo era il desiderio della gente di voltare pagina e di veder nascere una Seconda Repubblica, più efficiente e più onesta di quella che stava tirando le cuoia.
Esistono oggi queste tre condizioni? Penso di no.
Oggi vedo sull’orizzonte italiano soltanto una notte profonda e buia. Dove non scorgo nessuna luce che possa guidarci verso un traguardo accettabile, verso un equilibrio sereno. Qualche lettore del Bestiario dirà: ma allora non ci resta che toccare ferro! È così: tocchiamo ferro. O affidiamoci a Domineddio, per chi ha la fortuna di crederci.
lunedì, 15 febbraio 2010
Il Riformista