Per la comunità ebraica romana il ministro degli Esteri è «persona non grata»
Dimitri Buffa
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«L’espressione lobby ebraica non piace di certo neanche a me e poi D’Alema sbaglia quando vorrebbe distinguere tra ebrei democratici e non, pretendendo da entrambe le categorie inverosimili pressioni sullo stato di Israele affinchè cambi la propria politica con i palestinesi». Queste parole misurate, ma comunque dure, appartengono all’ex senatore del Pci Amos Luzzatto. Presidente fino a un anno orsono dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.
Chi conosce le dinamiche interne degli ebrei in Italia sa che dietro a espressioni misurate in realtà cova un malcontento che poi, a livello di persone comuni, cioè gli abitanti del ghetto romano, si traduce in piccoli tatzebao in cui l’attuale ministro degli esteri viene dichiarato «persona non grata». Il volantino parla chiaramente di “sit in” contro la visita dell’on. Massimo D’Alema. Visita prevista per martedì alle 19 in occasione della presentazione del libro di Luca Riccardi (Guerini editore) dal titolo che è tutto un programma: “Il problema Israele. Diplomazia italiana e Pci di fronte allo stato ebraico (1948-1973)”.
A volere esser cattivi si potrebbe dire che l’assessore alla cultura della comunità ebraica romana, l’architetto Luca Zevi, ha invitato D’Alema a parlare del proprio albero genealogico e delle tare ereditarie che ne caratterizzano anche oggi l’agire sul fronte della politica internazionale. Ne abbiamo parlato con il portavoce della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici.
Pacifici, martedì prossimo la comunità ebraica romana si spaccherà su D’Alema?
«Non credo, ci sarà una manifestazione che io spero civile e che terrà conto dei nostri doveri di ospitalità e del fatto che il ministro parlerà in una nostra istituzione, la scuola intitolata a Vittorio Polacco. Ciò detto l’assessore Luca Zevi potrebbe non avere compreso che il momento non era adatto. Ed è giustificato solo perchè gli inviti sono stati fatti prima delle ultime dichiarazioni di D’Alema a L’Espresso e a L’Unità. Ora però è chiaro che le persone vivono come un paradossale contro senso che venga chiamato proprio D'Alema a dissertare sui difficilissimi rapporti tra lo stato ebraico e l’ex Pci, quando lui stesso ne è considerato l’ideale continuatore. Sarebbe stato meglio invitare gente come Piero Fassino, Valter Veltroni, Peppino Caldarola o Furio Colombo. D’Alema non era la persona giusta».
L’idea dei volantini di chi è stata?
«Gente della base, noi li abbiamo trovati attaccati sui muri, la mobilitazione è stata spontanea».
Perchè questa base reputa D'Alema “persona non grata”?
«Le persone comuni vedono che quando un microfono si avvicina a D’Alema per chiedergli perchè a suo avviso i palestinesi sono in piena guerra civile o anche perchè hezbollah sta assediando il governo di Siniora, lui risponde in automatico che “è colpa di Israele”. Magari lo farà in buona fede, ma quelli mica sono tanto contenti. La verità è che certe sue dichiarazioni sconfinano nella fantapolitica».
E adesso martedì cosa succederà?
«D’Alema subirà la sua brava contestazione che in realtà coinvolge anche noi rappresentanti eletti della comunità ebraica romana. Invitarlo in questo momento può essere stato un errore politico e anche noi alle prossime elezioni possiamo venire chiamati a risponderne. Ciò detto l’ospitalità e sacra e da noi di certo non ci saranno problemi di sicurezza».
E se fiutata la mala parata fosse lo stesso D’Alema a dare forfait?
«Sarebbe un ulteriore errore, perchè la cosa potrebbe essere interpretata come mancanza di coraggio e desiderio di sottrarsi al confronto e alle contestazioni».
[Data pubblicazione: 21/01/2007]




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