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Discussione: Putin

  1. #21
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    Kein neuer kalter Krieg

    Von Klaus-Dieter Frankenberger


    „Ein kalter Krieg war wirklich genug”: Russlands Präsident Putin und der amerikanische Verteidigungsminister Gates

    Die Frage, ob es einen neuen kalten Krieg mit Russland geben werde, lässt sich relativ leicht beantworten: Es wird ihn nicht geben. An einer Neuauflage des politischen, ideologischen und militärischen Systemgegensatzes, der - Gott sei Dank - Geschichte ist, haben die Hauptprotagonisten keinerlei Interesse. Die Zeitläufte sind darüber hinweggegangen. Aber damit ist die Frage nicht beantwortet, welcher Natur die Beziehungen Russlands zum „Westen“, zu Europa und zu den Vereinigten Staaten, heute und in Zukunft sein werden.

    Nach dem Auftritt des russischen Präsidenten Putin bei der Sicherheitskonferenz in München, bei dem er Attacke an Attacke gegen Amerika reihte und in das alte Moskauer Klagelied über die Nato-Erweiterung ausbrach, ist jedenfalls klar, dass Moskau nicht der freundlich-verlässliche, unkomplizierte Partner sein wird, für den es hierzulande viele halten. In der gelenkten „Demokratie“ des Wladimir Putin ist die machtpolitische Rauflust mindestens so ausgeprägt wie der Bedarf an Zusammenarbeit. Vermutlich ist sie angesichts der allgemeinen Entwicklung der vergangenen Jahre im Moment sogar etwas größer - als Signal des Kremls, dass Russland „wieder da“ ist.

    Amerikas relative Schwäche

    "Ein kalter Krieg war wirklich genug": Russlands Präsident Putin und der amerikanische Verteidigungsminister Gates

    Ein Grund, warum Putin so auftritt, wie er es in München getan hat, und warum Russland weltpolitisch „wieder da“ ist, liegt offen zutage: Es ist die Petromacht, die sein Selbstbewusstsein wiederaufgerichtet hat.
    (Questo è un segno della debolezza intrinseca di Putin, che invece di sviluppare un' industria ed un' agricoltura eficienti in Russia, continua a basare tutto sulle risorse fossili, chiudendo gli occhi di fronte al fatto, che ormai, da Hillary Clinton a Ségolène Royal, ci si sta accorgendo della necessità di disporre di energie rinnovabili)
    Dazu kommen das Wissen, dass Amerika und seine europäischen Verbündeten Russland bei der Regelung von Konflikten - zum Beispiel der Atomkonflikt mit Iran - an ihrer Seite haben wollen, und die zutreffende Einschätzung, dass sich die Regierung Bush gegenwärtig in einer alles andere als kommoden Lage befindet.

    Es ist Amerikas relative Schwäche, die Putin meint ausnutzen zu können. Mit der Rückkehr zu autoritären Herrschaftsformen und seiner wenig zimperlichen Außen- und Energiepolitik steht Putins Russland sich dabei jedoch selbst im Weg. Wenn Putin ein fester Partner des Westens werden will, dann war seine Münchner Vorstellung eine merkwürdige Bewerbung. Sie war ein geradezu „sowjetischer“ Kommentar zur Hoffnung der Bundeskanzlerin, dass an die Stelle der Großmachtrivalitäten gemeinsames Handeln treten möge.

  2. #22
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    La NATO forse non s’allarga più
    Maurizio Blondet
    09/07/2006
    L’ambasciatrice americana presso la NATO, Victoria Nuland.Victoria Nuland, l’ambasciatrice americana presso la NATO, si è data molto da fare per accelerare l’entrata della Georgia nell’alleanza atlantica.
    Aveva molta fretta.
    Perché?, gli ha chiesto qualche delegato europeo.
    «Per rompere le palle a Putin prima del G8» che sta per riunirsi a Mosca, ha risposto lei, testuale.
    Il che non stupisce quando si apprende che la signora Nuland è moglie di Robert Kagan, il teorico dei neocon dopo la morte di Leo Strauss di cui è stato allievo, ovviamente ebreo, co-fondatore con Bill Kristol (ebreo come sopra) del PNAC, il Project for a new american century, il gruppo dei cervelli che promosse e auspicò «la nuova Pearl Harbor» un anno prima dell’11 settembre. Comandano loro, questo è il loro stile diplomatico.
    Ma la Nuland non ha avuto molto successo.
    «La Georgia è europea in termini di civiltà, ma lo è in termini strategici?», ha domandato un altro ambasciatore europeo, esprimendo dubbi sull’opportunità di estendere l’alleanza oltre il Caucaso meridionale.
    Tanto più che la nuova nomenklatura georgiana (ex membri KGB sdoganati come «democratici» dai neocon), troppo sicura dell’appoggio americano, sì è data ad atteggiamenti da galletto con Mosca, con cui è in aspra tensione per due regioni contestate, sostenute dalla Russia e con forte minoranza russa.
    La NATO rischia di trovarsi in guerra grazie all’ultimo dei suoi membri.



    Stessi dubbi gravano sull’altra candidata e neo «democrazia», l’Ucraina.
    Specie dopo le proteste popolari dei russofoni in Crimea (innescate dal tentativo americano di tenere manovre congiunte con Kiev), i membri europei hanno qualche ripensamento, ha scritto lo specialista di difesa della Reuters (1).
    Tanto più che la democrazia arancione affonda nella corruzione e nelle lotte intestine, e gli stessi ucraini, secondo i sondaggi, sono favorevoli ad entrare nella NATO solo nella poco entusiasmante percentuale di 20 su cento.
    L’entrata di tre altri candidati voluti dagli USA, Croazia, Macedonia e Albania, mette i brividi ai grandi Paesi europei, agghiacciati di dover considerare «alleati», e impegnarsi alla difesa, di quei tre corpuscoli balcanici.
    La NATO ha già i suoi guai crescenti in Afghanistan, dove i britannici sono quelli che sopportano il peso maggiore dell’avanzata talebana.
    Sicchè anche i fedelissimi di Londra non si scaldano per accelerare l’allargamento, e gli impegni, dell’alleanza riformata dai neocon.
    Costoro hanno fortemente voluto, nel 2004, l’ampliamento della NATO con l’inclusione di sette Paesi ex satelliti.
    In realtà aveva cominciato Clinton nel ‘94, promettendo l’entrata nella Nato alla Polonia per accontentare il suo elettorato polacco-americano.
    Ma ciò che era stato un espediente elettoralistico, i Kagan, i Wolfowitz e i Rumsfeld avevano trasformato in strategia aggressiva: lo scopo, circondare Mosca di staterelli ostili e legati al cosiddetto Occidente.



    Ma allora Mosca non aveva gli introiti petroliferi, ossia i mezzi per una nuova politica da grande potenza mediatrice, né gli europei s’erano resi conto del loro grado di dipendenza dal gas russo.
    Ora persino David Kramer, che è il vice-segretario di Stato per l’Europa e l’Eurasia, ha dovuto ammettere che «l’atmosfera positiva della NATO è svaporata a causa di vari fattori».
    L’Ucraina, ha lasciato capire, non vi sarà ammessa nel 2008 come sperato dai neocon.
    E gli altri candidati dovranno fare anticamere anche più lunghe.
    Si profila dunque un’altra sconfitta per la diplomazia del bastone, modelloSharon, adottata da Washington e un segnale ulteriore della perdita d’influenza internazionale degli Stati Uniti.
    Invece di una NATO fortissima e temibilissima, avremo una NATO in crisi, indebolita da ambizioni a cui non corrispondono i mezzi.
    Anche il lancio dei missili nord-coreani ha fatto fare all’America truce di Bush e Cheney la figura di tigre di carta.
    E anche il round di Doha è in pericolo di liquidazione.
    L'aggressività e l’unilateralismo stanno accelerando il declino dell’America sulla scena mondiale, anziché frenarlo e rovesciarlo in nuova «global dominance».

    Maurizio Blondet

    Fonte: www.effedieffe.com

  3. #23
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    L’idea del presidente Vladimir Putin di una Opec del gas

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    Giuseppe Croce, 16 febbraio 2007

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    La Federazione Russa potrebbe considerare l’idea di creare una organizzazione internazionale per il coordinamento della vendita del gas naturale, sul modello dell’Opec per il petrolio, accettando le reiterate lusinghe dell’Iran, che da parecchi anni vorrebbe realizzare un progetto del genere. “Una Opec del gas è un’idea interessante”, queste le parole pronunciate da Vladimir Putin ai primi di febbraio durante la sua tradizionale conferenza annuale. Una conferenza che vede la partecipazione di circa 1.200 giornalisti provenienti da tutto il mondo.
    Non poteva scegliere un palcoscenico migliore il presidente russo per dare la notizia che, come previsto, ha fatto immediatamente il giro del mondo e ha fatto sudare freddo tutti i leader degli Stati europei. Una notizia così delicata e densa di conseguenze, se fosse nel tempo confermata, da spingere il Commissario europeo all’Energia Andris Piegalgs a chiedere immediate spiegazioni a Russia e Iran. L’allarme tra gli statisti e i magnate dell’industria europei è assolutamente giustificato, visto che Russia e Iran sono, rispettivamente, il primo e il secondo paese al mondo per riserve di gas naturale, con un totale di gas presente nel sottosuolo dei due paesi pari a circa la metà di quello presente in tutto il mondo.

    La Russia, tra l’altro, è ormai il pilastro energetico su cui si basa l’industria europea che, oltre al gas norvegese, consuma soprattutto gas russo portato da Gazprom nel Vecchio Continente tramite il vecchio gasdotto della fratellanza sovietico e altre condotte leggermente più moderne. Un gas, quello russo, che alimenta soprattutto le centrali elettriche nord-europee, mentre il sud Europa è servito da altri due grossi produttori, Algeria e Libia, che portano il proprio gas principalmente in Sicilia, regione italiana da cui va poi in rete al resto del paese e del sud del continente.

    È da capire, però, cosa intenda Putin quando parla di “un organismo di cooperazione internazionale che aiuti i paesi produttori a garantire gli approvvigionamenti ai paesi consumatori”. Che la mente corra a ciò che da oltre 40 anni rappresenta l’Opec per il petrolio è abbastanza comprensibile, ma non necessariamente corretto. Il mercato del gas naturale, infatti, non può essere completamente assimilato a quello del petrolio, i rapporti di forza tra i maggiori produttori non sono paragonabili a quelli ravvisabili già a occhio nudo all’interno dell’Opec, e persino i consumatori dei due idrocarburi sono diversi, con il petrolio che viene bruciato a milioni di barili al giorno da Stati Uniti, Cina e India (tre paesi assai lontani, ma che essendo tre Stati nazionali hanno un mercato non frazionato) e il gas naturale che ha come clienti soprattutto gli Stati europei, ognuno con le sue esigenze e i suoi contratti con i propri fornitori preferiti.

    Il petrolio, poi, è quotato in borsa: il prezzo internazionale dell’oro nero viene fissato tramite contrattazione a Londra e New York e ha come riferimento il Brent norvegese, petrolio ‘super light’ di ottima qualità ma ormai in esaurimento. Gli altri tipi di petrolio vengono successivamente valutati in base al prezzo del Brent: il paniere Opec, ad esempio, riunisce petroli per lo più mediorientali di qualità notevolmente inferiore (ma disponibili in gran quantità) e riceve un prezzo proporzionato alle sue inferiori caratteristiche.

    Il gas, invece, è venduto a stock, con contratti a medio e lungo termine che prevedono di solito alcuni aggiornamenti del prezzo a scadenza prefissata. Riguardando forniture pluriennali e quantità enormi di prodotto, i contratti di vendita del gas solitamente hanno una clausola ‘burn or pay’: o il gas concordato viene effettivamente consumato o gli eccessi di offerta devono essere ugualmente pagati dal Paese consumatore, pena ritorsioni sulle successive forniture.

    Allo stato attuale, quindi, il gas naturale non ha un mercato compatibile con i possibili effetti di una ipotetica Opec del gas: con contratti a quindici o vent’anni non ha il minimo senso diminuire da un giorno all’altro la produzione. Per rendere possibile un ‘cartello’ (termine, come vedremo dopo, assai usato ma totalmente incorretto) per il gas, quindi si dovrebbe di punto in bianco abbandonare i vecchi contratti pluriennali e creare una borsa internazionale del gas. Dal punto di vista produttivo, però, ciò sarebbe un costo aggiuntivo per i produttori: il gas che fuoriesce da un giacimento è molto difficile da bloccare e un taglio della produzione vorrebbe dire costringere i produttori a bruciare gli eccessi perché è troppo costoso conservare il gas nei siti di stoccaggio.

    In una futuribile Opec del gas, poi, entrerebbero certamente i produttori maggiori cioè, oltre a Russia e Iran, i paesi centro-asiatici, l’Algeria e la Libia. Si tratta di Stati produttori di gas che, allo stato attuale, o sono vassalli del gigante Gazprom o ne sono concorrenti. La nazionalizzata energetica algerina Sonatrach, ad esempio, ha scelto pochi mesi fa di formalizzare un accordo con Gazprom, neutralizzando nella sostanza l’antica rivalità che contraddistingueva i rapporti tra i due colossi energetici.

    Gazprom nel mercato del gas naturale attuale e assai probabilmente anche futuro, ha una forza industriale nettamente superiore ai suoi concorrenti e la capacità, ove necessario, di schiacciare ogni compagnia che si ribelli alle sue strategie. La cronaca del settore negli ultimi anni ha visto crescere, infatti, le alleanze ineguali tra il gigante russo e i ‘piccoli’ produttori nazionali degli altri Paesi. Quando il rapporto tra il centro e la periferia ha scricchiolato, Gazprom ha incassato il colpo, girandolo però sui Paesi importatori (come dimenticare la vicenda delle ‘sifonature’ di gas da parte dell’Ucraina).

    Detta in altre parole: a Gazprom un’Opec del gas non serve. Almeno dal punto di vista economico e industriale. Eppure l’idea non è affatto nuova: era stata proprio la Federazione Russa a inizio anni 90 a proporre a Norvegia e Algeria la creazione di un’organizzazione del genere. In seguito al rifiuto della Norvegia (che non poteva certo fare uno sgarbo del genere ai partner europei) e dell’Algeria, che aveva in corso ottimi affari con l’Italia e il sud Europa, la Russia ritirò la proposta.

    Era, 15 anni fa, il pesce piccolo che cercava di non farsi mangiare dai pesci grandi: a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Urss, il ministero dell’Energia russo (che poi si sarebbe trasformato in Gazprom) temeva che il gas avrebbe fatto la stessa fine del petrolio. Negli ultimi anni della Guerra Fredda, infatti, si cominciò a svendere petrolio sui mercati internazionali per recuperare le risorse necessarie a finanziare l’escalation nucleare. Da questa strategia assai poco lungimirante derivarono il crollo del prezzo del petrolio e il depauperamento delle scorte presenti sul suolo sovietico. Ma l’era post sovietica è diventata anche l’era post petrolifera per la nuova Russia che ora, in modo assai più accorto, usa il gas naturale come fonte garantita di moneta pregiata (euro) e come potente arma geopolitica.

    Se però torniamo al cuore del discorso, una domanda nasce spontanea: perché il leader mondiale del gas (la Russia) dovrebbe accettare di scendere a patti con il suo unico concorrente (l’Iran) per spartirsi l’unico mercato attualmente certo e sicuro (l’Europa) se oggi l’Iran in Europa non vende (almeno non direttamente) neanche un metro cubo di gas? Perché a guardare le rotte che portano il gas dal giacimento alle centrali in effetti non si vedono ‘vie della seta’ ma solo rotte euro-mediterranee e russo-europee. Non si vedono ma si vedranno a breve, ecco la risposta.

    Una risposta a cui è stato dato un nome importante e significativo: Nabucco. Ovviamente è un gasdotto. Lungo 3.300 chilometri, garantirà la fornitura di circa 30 miliardi di metri cubi di gas l'anno dall'Iran all'Europa centrale entro il 2015. Cinque compagnie (la turca Botas, la bulgara Bulgargaz, la rumena Transgaz, l'ungherese Mol e l'austriaca Omv Gas), sono entrate nell’affare: tutti dentro, tutti contenti. Non importa se in questo modo sale il prezzo, l’importante è che il gas iraniano arrivi in Europa. Il costo del gasdotto si stima sia intorno ai 4,6 miliardi di euro. La decisione finale sull'avvio della costruzione dovrebbe essere presa nel 2007 e i lavori dovrebbero concludersi nel 2011. L’anno dopo l’Iran dovrebbe cominciare a pompare gas verso l’Europa e a fare concorrenza alla Russia.

    Ecco allora che di colpo un ‘cartello’ del gas comincerebbe ad avere un senso. Dicevamo che la parola cartello, per definire l’Opec o il suo equivalente nel settore gassifero, è sostanzialmente sbagliata. Chi ha una infarinatura di economia industriale, infatti, sa benissimo che l’Opec è cosa ben diversa: un cartello, detto in pochissime e semplici parole, è un accordo tacito e spontaneo tra produttori o sul prezzo di vendita o sulle quantità. Un cartello che si rispetti nasce da solo: chi volesse indagare sull’esistenza di un accordo del genere (cosa che si comincia a fare in Italia nei confronti delle compagnie petrolifere che vendono benzina e gasolio tutte allo stesso prezzo), non troverebbe uno straccio di prova, a meno che gli amministratori delegati delle società coalizzate contro i consumatori non siano così ingenui da lasciare carte in giro.

    Per fare un cartello, in realtà, non serve neanche che i dirigenti si riuniscano per parlarne. Chi opera sullo stesso mercato sa benissimo quali sono i costi di produzione, quale prezzo il consumatore è in grado di sopportare per avere il bene in questione, sa benissimo che il primo che si muove manda all’aria tutto l’affare. Stabilito tacitamente un prezzo (o una quota di mercato, è identico) nessuno si permetterà mai di proporre un prezzo al pubblico inferiore di un centesimo: i consumatori preferirebbero, a parità di bene, un prezzo inferiore e comprerebbero tutti dallo stesso produttore. Gli altri, a questo punto, abbasserebbero il prezzo di due centesimi e di colpo dal cartello si passerebbe alla corsa al ribasso del prezzo di vendita. In linea teorica i ribassi al prezzo finirebbero solo quando il prezzo di vendita raggiungerebbe i costi di produzione e non potrebbe ulteriormente scendere. La concorrenza perfetta, sogno dei consumatori e incubo di chi fa impresa.

    Un mercato del genere è quello che sogna da anni l’Unione europea per il gas: idee del genere si leggono a chiare lettere nel Libro Verde sull’energia pubblicato dall’Unione nel marzo 2006. Tra gli obbiettivi della strategia ufficiale europea per l’energia: “Lo sviluppo di una rete europea, con norme comuni sugli scambi transfrontalieri per permettere ai fornitori un accesso armonizzato alle reti nazionali; un piano prioritario di interconnessione, per aumentare gli investimenti nelle infrastrutture di interconnessione tra le diverse reti nazionali, la maggior parte delle quali sono ancora troppo isolate; l'investimento nelle capacità di generazione per fare fronte ai picchi di consumo, utilizzando l'apertura dei mercati e la competitività per stimolare l'investimento; la separazione più netta delle attività per distinguere chiaramente chi produce da chi trasporta il gas e l'elettricità”.

    L’Europa, quindi, deve essere più flessibile nei suoi approvvigionamenti ed essere pronta a ricevere ogni tipo di prodotto energetico da ogni dove. Se poi si scende nel dettaglio del libro verde si legge che sarà importante nei prossimi anni eliminare i contratti a lungo termine con le compagnie straniere. Ciò che l’Europa sogna, quindi, è l’infinita disponibilità di risorse energetiche provenienti da vari Paesi in concorrenza tra loro. Se Gazprom ha neutralizzato facilmente la concorrenza algerina inglobando Sonatrach in un accordo non solo economico ma prevalentemente industriale e a lungo termine, con l’Iran la lotta sarebbe ben più dura.

    Fin qui il lato economico della questione, che sarebbe anche sufficiente se l’Opec fosse un cartello. Invece è un’organizzazione internazionale, con il suo staff esecutivo, i suoi dirigenti, impiegati, burocrati e il suo ufficio stampa. Perché tutti devono sapere cosa fa l’organizzazione: la segretezza, nel caso dell’Opec, non sarebbe affatto un vantaggio. L’Opec non è altro che il tavolo politico a cui si siedono i leader dei paesi produttori di petrolio per fare pressione sull’Occidente consumatore. Resta ora da capire se la Russia sia disposta realmente a sedersi a un tavolo con Algeria, Iran, Libia e altri Paesi produttori di gas per decidere se e di quanto tagliare i rifornimenti per ritorsione nei confronti dell’Europa o di altri consumatori.

    È molto probabile che Putin e i suoi non abbiano ancora una strategia ben delineata ma stiano ancora studiando e pesando le varie possibilità. A parte l’annuncio alla stampa estera di inizio febbraio, il governo russo ha davvero in agenda alcuni appuntamenti significativi: mentre Putin era al forum di Davos in Svizzera, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Igor Ivanov era a Tehran a parlare di gas con Khamenei; in questi giorni, poi, Putin è in visita nei paesi del Golfo Persico per parlare di cooperazione energetica. E sempre di cooperazione energetica, e più specificatamente di gas naturale, parleranno i maggiori Paesi esportatori (Russia compresa) ad Aprile in Qatar, lo ha annunciato Chakib Khelil, ministro dell’Energia algerino.

    La questione, quindi, è molto più complessa di quanto a prima vista si potrebbe pensare. Se l’Opec del gas nascerà, vorrà dire che nel frattempo il mercato internazionale dell’energia sarà profondamente cambiato rispetto a oggi, e con esso anche gli equilibri geopolitici, con la Russia che si prende la briga di interessarsi di scaramucce da cui finora si era tenuta fuori.

    Per completezza d’informazione, però, non va dimenticata una data, il 2010, anno in cui entrerà in vigore l’area di libero scambio euro-mediterranea, prevista all’interno del cosiddetto Processo di Barcellona (1995). Nel 2010 tutti i Paesi della UE, gli 11 Paesi della sponda Sud del Mediterraneo (esclusa inizialmente dal processo la Libia, sottoposta alle sanzioni delle Nazioni Unite, ammessa poi per iniziativa italiana come membro osservatore alla Conferenza di Stoccarda del 1999) e l’Autorità nazionale palestinese, entreranno in una free trade zone in cui non vi saranno più barriere doganali al transito di merci alimentari, prodotti manifatturieri e, ovviamente, prodotti energetici.

    Considerando che infrastrutture ed energia corrispondono alla parte del trattato gradita all’Europa (che ha sostanzialmente accettato di distruggere la propria agricoltura, cedendo tutto il settore ai paesi nord-africani), e che a Bruxelles si lavora senza sosta dal ’95 per preparare il mercato alla fatidica data del 2010, è assai difficile che quando si dovrà parlare di Opec del gas gli europei non riescano, finalmente, a parlare con una voce sola.

    Fonte: www.paginedidifesa.it

  4. #24
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    Usa-Russia, si delinea una nuova forma di bipolarismo asimmetrico

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    Franco Apicella, 19 febbraio 2007

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    Sono sempre più frequenti negli ultimi mesi gli episodi di frizione tra Russia e Usa. Ultimo in ordine di tempo: il recente annuncio del possibile ritiro di Mosca dal trattato Inf (Intermediate range nuclear forces) fatto dal capo di stato maggiore dell’esercito russo generale Yuri Baluyevsky. Sembra prendere forma una nuova forma di bipolarismo asimmetrico delineato dai discorsi di Putin del 10 febbraio a Monaco alla conferenza sulla sicurezza e da quello di Bush del 15 febbraio all’American enterprise institute (Aei).
    In mezzo c’è la Nato, che all’amministrazione Usa serve per riverniciare di multilateralismo la sua politica e a Putin per evitare di colpire sempre direttamente gli Usa. Nella sua conferenza stampa del 1° febbraio il presidente russo aveva parlato di risposte asimmetriche allo schieramento dei sistemi di difesa missilistica di teatro in Polonia e Repubblica ceca da parte degli Usa. Attaccare la Nato – vagamente interessata al progetto – è già una risposta asimmetrica.

    Un articolo pubblicato dal Centre for Analysis of Strategies and Technologies (Cast) di Mosca sulla propria rivista periodica online Moscow Defense Brief espone tutte le incongruenze della politica della Nato a partire dal 11 settembre 2001, quando l’articolo 5 del trattato era stato prima invocato e poi di fatto ignorato dagli stessi Usa. Fedor Lukyanov, autore del saggio intitolato ‘The Globalization of NATO: Prospects and Consequences’, definisce con sarcasmo “immortale” la frase di Rumsfeld “La missione definisce la coalizione” che sancì l’inizio di uno dei periodi più difficili della Nato.

    Tra gli sviluppi più recenti, l’interesse dell’Alleanza per i Paesi asiatici come Giappone, Corea del sud, Australia e Nuova Zelanda è forse una delle maggiori preoccupazioni di Mosca. Lukyanov dice nella sua conclusione che “se dovesse cominciare a prendere forma lo scenario di una ‘Nato globale’, bisognerebbe aspettarsi una opposizione risoluta dalla Russia (che non è stata invitata a partecipare all’alleanza rinnovata), dalla Cina e dal mondo islamico”.

    Si può ricordare che esiste un Consiglio Nato-Russia, ma la sostanza della frase non cambia: Cina e mondo islamico, insieme alla Russia, sono le realtà con cui la Nato e soprattutto gli Usa si devono confrontare. Vale la pena di aggiungere che l’autore non prende neppure in considerazione un ruolo planetario per l’Europa. Dal 1999 (intervento Nato in Kosovo), “l’Europa non ha accresciuto il suo ruolo nelle vicende politico-militari. Al contrario, ha dimostrato la sua incapacità di formulare una posizione comune”.

    Putin nel suo discorso di Monaco ha spaziato su tutti i problemi del pianeta. In un solo colpo ha ridimensionato Usa ed Europa quando ha affermato che il Pil di Paesi come Cina e India, misurato in potere di acquisto, è già superiore a quello degli Usa e che il Pil dei Paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) supera quello cumulativo dell’Ue. Nella sua ampia panoramica ha trovato anche il modo di ribadire l’esclusiva titolarità dell’Onu ad autorizzare l’uso della forza per la soluzione delle controversie internazionali. Lo spunto per la lezione gli era venuto dal ministro degli Esteri italiano che, forse in vena di multilateralismo, aveva accomunato all’Onu la Nato e l’Ue.

    La Nato è stata toccata nel vivo quando Putin ha ricordato la promessa del segretario generale in carica all’epoca della dissoluzione del Patto di Varsavia. Il 17 maggio 1990 Woerner aveva detto: “Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito Nato fuori del territorio della Germania dà all’Unione Sovietica una solida garanzia di sicurezza”.

    Ora Putin ha buon gioco a criticare l’espansione della Nato che porta la sua difesa aerea sui Paesi baltici ai confini con la Russia e guarda con interesse a Georgia e Ucraina. Putin sa benissimo che l’ampliamento dell’alleanza atlantica è spinto dagli Usa anche contro il parere di alcuni alleati europei e l’occasione è quanto mai favorevole alla sua strategia asimmetrica. Attaccando la Nato scava nel solco tra Europa e Usa per isolare Washington.

    Il segretario alla Difesa Usa Gates, intervenuto a Monaco all’indomani del discorso di Putin, ha voluto ingraziarsi l’uditorio ricordando la sua carriera, come quella di Putin, nello “spy business” per giustificare il fatto che “le vecchie spie hanno l’abitudine di parlare fuori dai denti”. Ma mentre Putin aveva effettivamente parlato fuori dai denti, Gates ha parlato dei bei tempi andati della Nato e dei suoi attuali impegni, soprattutto in Afghanistan. Più che delle parole di Putin è sembrato preoccuparsi di mettere in riga gli alleati, quando ha detto che la Nato non è un “talk shop” ma “una alleanza militare con obblighi concreti molto seri”.

    Bush a sua volta ha perso – o non ha voluto cogliere – l’occasione di replicare a Putin vestendo i panni del leader di livello planetario, che invece la “vecchia spia” - per dirla con Gates - aveva indossato più all’insegna della praticità che dell’eleganza. Nel suo discorso all’Aei il presidente americano ha riproposto gli stereotipi ormai stantii della lotta al terrorismo e ha parlato diffusamente della Nato, usando con gli alleati il bastone e la carota. Ha citato i Paesi che hanno fornito ulteriori contributi a Isaf (anche l’Italia) ma ha richiamato tutti al dovere: “Gli alleati devono (must è il verbo che ha usato) togliere le restrizioni sulle loro forze”.

    Sarebbe lecito aspettarsi che il presidente dell’unica superpotenza mondiale ampliasse il suo orizzonte oltre i campi di battaglia di Iraq e Afghanistan. Per ora un Bush col fiato corto tende a usare la Nato come paravento mentre Putin respira a fondo e vede nella Nato un bersaglio di comodo. C’è solo da chiedersi quanto potrà durare questo nuovo strano bipolarismo. Il mondo sta cambiando se i ministri degli Esteri di Cina, India e Russia si incontrano il 14 febbraio a Nuova Delhi e dicono che i loro Paesi “hanno sviluppato una amichevole e frequente cooperazione nei problemi internazionali e regionali”. Sarà solo il linguaggio diplomatico, ma forse varrebbe la pena di pensarci.

    Fonte: www.paginedidifesa.it

  5. #25
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    Oltre alla Cina, Russia e mondo islamico, gli USA dovranno prendere coscienza del fatto che l' America Latina, loro tradizionale feudo di sfruttamento, sta prendendo una piega autonomistica. Io lo considero un fatto molto positivo, soprattutto perchè non si tratta di Don Chisciotte stile Che Guevara, idolo dei movimentini, ma di gente seria, ormai ancorata in posti di governo. E la gente lì è veramente incazzata e pronta a tutto e di più.

  6. #26
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    Come si vede un uomo energico ed intraprendente come Putin riesce rispetto al suo predecessore, a contenere maggiormente l'espansionismo del "grande Satana".

    Ma che vuoi contenere.....la Russia è un paese di ubriaconi, sfaticati
    senza futuro; guardati l'aspettativa di vita di un uomo russo!!!

    NON SONO NEMMENO PIU IN GRADO DI INGRAVIDARE LE LORO DONNE
    che infatti vogliono sposare uomini stranieri, americani in testa!!!!

    Ancora con i sogni di gloria!!!!



  7. #27
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    che il Pil di Paesi come Cina e India, misurato in potere di acquisto, è già superiore a quello degli Usa e che il Pil dei Paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) supera quello cumulativo dell’Ue.
    Immagina quanta vodka scorre al cremlino, questi se la bevono e poi
    parlano!!!!


    La Russia esporta SOLO GAS E UN PO DI PETROLIO, niente altro!!!!

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da capitanamerica7 Visualizza Messaggio
    Ma che vuoi contenere.....la Russia è un paese di ubriaconi, sfaticati
    senza futuro; guardati l'aspettativa di vita di un uomo russo!!!

    NON SONO NEMMENO PIU IN GRADO DI INGRAVIDARE LE LORO DONNE
    che infatti vogliono sposare uomini stranieri, americani in testa!!!!

    Ancora con i sogni di gloria!!!!


    Di sicuro non si fanno ingravidare dagli afro ameri cani, che sono dei deviati sessuali. I Russi hanno una quoziente intellettivo nettamente superiore agli yankee, che ricordiamolo hanno fatto un autentico genocidio sui pellirossa e sono quindi i diretti discendenti dei cowboys e degli schiavi Africani. Comunque per quanto concerne lo zio Sam, giu' le mani dalla Serbia, che non ha certo bisogno di una societa' multirazziale. Meglio mille volte trattare con Putin che con Bush. Con Eltsin non si potevano aver certo sogni di gloria, ma attualmente la musica e' cambiata fortunatamente, grazie al grande Vladimir, che ci fara' sognare. In Russia si beve Vodka e negli States Whisky.

  9. #29
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    Predefinito

    Di sicuro non si fanno ingravidare dagli afro ameri cani, che sono dei deviati sessuali. I Russi hanno una quoziente intellettivo nettamente superiore agli yankee, che ricordiamolo hanno fatto un autentico genocidio sui pellirossa e sono quindi i diretti discendenti dei cowboys e degli schiavi Africani. Comunque per quanto concerne lo zio Sam, giu' le mani dalla Serbia, che non ha certo bisogno di una societa' multirazziale. Meglio mille volte trattare con Putin che con Bush. Con Eltsin non si potevano aver certo sogni di gloria, ma attualmente la musica e' cambiata fortunatamente, grazie al grande Vladimir, che ci fara' sognare. In Russia si beve Vodka e negli States Whisky.
    CONOSCI POCO LA STORIA!!

    Il "genocidio" degli Indiani è stato fatto dagli europei che sono
    andati negli USA. Gli americani o statunitensi sono venuti dopo
    (discendenti di europei per l'appunto); ma al dila di queste precisazioni,
    la morte di alcune migliaia di indiani E NIENTE al confronto dei GULAG
    delle esecuzioni di massa, fatte da Stalin dopo la rivoluzione Rossa!!!

    Parliamo di milioni di morti!!

    Putin è UN UTILE IDIOTA, per un motivo molto semplice:
    l'imperativo della politica USA e il "dividi et impera" di "romana" memoria,
    in pratica se la Russia si alleasse (sul serio) con il resto d'Europa
    i margini di manovra degli yankee sarebbero fortemente ridotti.
    Al contrario un "nanetto indispettito" come "sPutino" che minaccia e
    si agita fa innervosire di molto gli europei......NIENTE ALLEANZE,
    e "USA Rules Forever"!!!!

  10. #30
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    Prima di tutto i pellirossa vittime del genocidio non sono migliaia, bensi' milioni e quindi quell'immenso territorio e' stato ottenuto con una notevole violenza. Ovviamente gli ameri cani non essendo un popolo costituente, ma un scadentissimo crogiolo di razze, hanno importato il peggio da tutto il mondo. Basti pensare che i primi pionieri provenienti appunto dall'Europa essendo ai margini della societa' del vecchio continente, sono emegriti oltreoceano in cerca di fortuna. Comunque senza andare tanto lontano nel tempo, e' sufficente elencare tutte le guerre che gli States hanno scatenato negli ultimi cent'anni per capire con chi abbiamo a che fare. E per quanto concerne George W. Bush, e' sufficente guardare il film Fahrenheit 9/11. So che molti filo-yankee sono infastiditi che non ci sia piu' Boris Eltzin, che notoriamente faceva una politica pro Usa (e getta). Ma adesso finalmente la musica e' cambiata e la Russia del futuro puo' legittimamente ambire con il grande Vladimir Putin, alla conquista del West, cosi' come hanno fatto i pionieri due secoli fa. Per gli anti-yankee consiglio il libro di Emmanuel Todd Dopo l'impero la dissoluzione del sistema americano Marco Tropea editore.

 

 
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