Statali, meglio lasciar perdere
Perché va evitata la piccola riforma del pubblico impiego di Nicolais
Il ministro per la Funzione pubblica Luigi Nicolais ha firmato coi sindacati confederali un memorandum d’intesa che riguarda la piccola riforma della pubblica amministrazione rivolta in teoria a dare maggiore flessibilità all’impiego dei dipendenti e maggior responsabilità ai dirigenti anche nella gestione del personale. Pietro Ichino, promotore di più ampie innovazioni, lamenta che il memorandum stravolge le sue proposte, perché le subordina alla contrattazione collettiva in modo vincolante: i dirigenti stessi dovrebbero essere scelti con il gradimento dei sindacati; i criteri di valutazione delle attività di cui sono responsabili dovrebbero essere concordati con i confederali. E il loro consenso sarebbe obbligatorio. Sicché non si tratta di coinvolgere i destinatari della valutazione o i loro rappresentanti nel processo di attuazione dei programmi loro affidati, come si usa nelle imprese, ma di far intervenire un soggetto esterno, il sindacato confederale (anche se non li rappresenta). Questo avrebbe sempre l’ultima parola e anche la prima, visto che anche la nomina dei dirigenti dovrebbe sottostare al suo consenso.
Il professor Ichino dice che il Parlamento è stato provvisoriamente espropriato dell’argomento e ritiene che sia possibile recuperare in Senato le proposte da lui avanzate, in quanto esse formano oggetto di un progetto di legge a firma dei senatori Lanfranco Turci e Antonio Polito, condiviso anche dal presidente della commissione Lavoro Tiziano Treu. Ma per attuare il memorandum non vi è alcun bisogno di scomodare il Parlamento perché un decreto legislativo del luglio 1999 in attuazione della riforma Ciampi del marzo 1997 dispone, per tutte le amministrazioni pubbliche, il controllo di gestione consistente nel verificare l’efficacia, l’efficienza e l’economicità delle loro attività e la valutazione delle prestazioni del personale con qualifica dirigenziale. Norme sinora rimaste inattuate, per l’ostilità dei sindacati confederali. Dunque non c’è stato un esproprio del potere del Parlamento, ma di quello dell’esecutivo. Che ora accetterebbe d’attuare le norme, con la cogestione dei confederali. Meglio lasciar perdere.
il Foglio




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