La partita quasi impossibile di Bush
Bagdad 2007, l'ultima prova
di Alberto Ronchey
Sulle sorti dell'Iraq, ancora i pareri saranno a lungo discordi se consideriamo l'esperienza degli ultimi anni. Dopo la caduta di Saddam Hussein, dal 2003, nessun tentativo ha potuto reprimere le conflittualità irachene. Inefficaci le periodiche offensive contro il terrorismo di al-Qaeda, o contro la guerriglia cronicizzata nel «triangolo sunnita» e quella delle milizie sciite filo-iraniane dell'imam ribelle Moqtada al-Sadr. Impotenti le operazioni rivolte a sedare i feroci scontri etnico- religiosi e tribali.
Non è stato affatto risolutivo il referendum dell'ottobre 2005 sulla Costituzione, seguito dall'elezione del primo Parlamento. Vana risulta l'amnistia promessa per i rivoltosi «non terroristi» dal governo di al-Maliki. E malgrado l'eliminazione dello stratega di al-Qaeda operante sul territorio iracheno, al-Zarqawi, l'Onu stima che solo nel 2006 i civili uccisi nelle disparate conflittualità siano stati 34.452, mentre le stragi continuano.
George Bush, a questo punto, ha deciso l'invio di altri 21.500 soldati a Bagdad, respingendo i cauti consigli dell'Iraq Study Group presieduto da James Baker. Ha contro i pareri prevalenti al Senato e alla Camera, oltreché la maggioranza dell'opinione pubblica. Può insistere, anzi già procede quale «comandante in capo delle forze armate», ma sfida i legislatori arbitri degli stanziamenti militari, anche se non è facile negare mezzi di vitale necessità per i soldati sul campo.
Fra i collaboratori del presidente non si parla dell'inizio di un'escalation, formula che rievoca le sventure degli anni '60-'70 nel Vietnam, bensì di surge, impulso. Con quale scopo? Controllare anzitutto Bagdad fuori dalla Green Zone, l'area di massima sicurezza presidiata finora, e la provincia di Anbar dominata tuttora dagli «squadroni della morte» baathisti. Ma Bagdad si estende per oltre 20 chilometri sulle rive del Tigri. Fino al 2003, i suoi abitanti risultavano 5 milioni e 750 mila. Distruggere Bagdad, o sottometterla come ai tempi di Hulagu Khan e peggio di Tamerlano, è inconcepibile. Dunque non rimane che affrontare guerriglieri e terroristi shahid fra meandri e labirinti sotterranei, da una casbah all'altra. Impresa temeraria, sia pure mobilitando anche gli agguerriti peshmerga
curdi, o le truppe saudite disponibili a contrastare l'influenza iraniana. Fra gli stessi amici e seguaci di Bush, affiorano dubbi e obiezioni. Persino Daniel Pipes, fondatore del Middle East Forum, ha commentato: «Sono scettico sull'esito del nuovo corso... Mi auguro che abbia successo, anche se non mi convince».
Bush ricorre all'ultima prova, definita in America un azzardo senza forze sufficienti. Ma non può ammettere che l'intervento militare in Iraq, già dal principio, sia stato un errore dovuto in gran parte all'inadeguata comprensione dei caratteri e costumi bellicosi nel contesto geopolitico della composita e turbolenta società. O non lo pensa nemmeno. E quando riconosce «alcuni errori», non pare che sia di quello che sta parlando. Non vuole né ormai può decidere un prossimo disimpegno, lasciando l'Iraq alla guerra di spartizione tra sciiti, sunniti, curdi, e all'invadenza dell'Iran. Come avverte a Londra il conservatore
Daily Telegraph: «Qui si gioca tutto». Fra l'altro, ancora pericoloso rimane dietro l'Iraq il terreno d'occupazione dell'Afghanistan, laddove fra Kabul e Kandahar lo stesso presidente Hamid Karzai mette in pericolo quotidiano la propria vita dinanzi alla guerriglia talebana di ritorno.
24 gennaio 2007




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