L'ITALIA INDIFESA
Forze dell'ordine: 'Noi, appiedati'
Fuori uso il 60 per cento dei mezzi delle forze dell’ordine mentre il premier e lo staff hanno 115 vetture. E al Viminale nessun controllo: boom di straordinari
ROMA, 21 gennaio 2007 — AMAREGGIATO. Il comandante generale dei carabinieri ha usato parole soft per esprimere concetti pesanti: la Finanziaria porta nuovi tagli e incide molto sul capitolo sicurezza. E’ stato il più contenuto.
I sindacati di polizia hanno portato in piazza il dissenso con manifestazioni. I vigili del fuoco hanno gridato al disastro civile. E’ tutto un elenco doloroso di tagli, compressioni, che intervengono su un terreno già compresso.
Si è risparmiato talmente tanto che, nel caso della polizia — ma i carabinieri non viaggiano meglio — il 60% dei mezzi è fuori uso per mancanza di manutenzione.
MEZZI significano macchine per andare dietro ai cattivi e magari inseguirli (a volte con Fiat Marea che si portano sulle spalle cosine come 160mila chilometri) ma anche elicotteri che non pattugliano o aerei che restano sulle piste. L’altro giorno, ad Asti, tra guasti e problemi vari non c’era un’auto della polizia per fare la sorveglianza. La soluzione? E’ stato fatto uscire il camper.
Da un paio di mesi, ma questo è solo colore, è stato ‘tagliato’ Internet nelle questure e nei commissariati. Si spendeva troppo. Rigore è la parola d’ordine e tutti si devono piegare. Compresi i cittadini che di questi tagli sono i destinatari ultimi. Perché meno mezzi significa meno garanzia per tutti.
E C’È da restare basiti a vedere come poi tanta rigida disciplina in materia di economie non tocchi ‘altri’. Facile cadere nel qualunquismo, ma altrettanto difficile evitarlo perché se poliziotti e carabinieri vanno a spasso su macchine vetuste, il parco auto dei soliti vip non fa che rinnovarsi con impegni di spesa ingiustificabili.
Un dato: la sola presidenza del Consiglio vanta un parco auto blu di 115 esemplari. E le spese ricadono sui fondi della polizia. Le due voci, risparmi e sprechi, finiscono con l’essere indissolubili. Un apparato come quello del ministero dell’Interno, ossia il Viminale, assorbe uomini a centinaia, a migliaia.
POLIZIOTTI a fare da portieri, da sorveglianti e da autisti tuttofare. Non che, spesso, ai poliziotti in questione la cosa dispiaccia perché la vita è più comoda. Nulla da obiettare.
E a furia di non obiettare prefetture e ministero hanno fagocitato almeno tremila uomini in divisa con queste funzioni. E sono molti di più se allarghiamo il conto ad altri uffici distaccati.
Ma per restare ai tremila, se soltanto questi fossero rimessi su strada si potrebbero riempire tre volanti in più, nelle 24 ore, per ogni provincia italiana.
MICA ROBA da ridere. Se Roma se la cava con 9 volanti per l’intero territorio in tutta la notte e a Torino spesso viaggiano in tre, si può capire che il valore aggiunto sarebbe, appunto, un valore. A fare da portieri o da centralinisti basterebbero dei civili, a fare la guardia anche gli agenti delle polizie private.
Lo fa l’Fbi in America, noi potremmo copiare.Dicono che non si può. Allora cambiamo versante e pensiamo che, stante il personale così com’è, almeno si potrebbero combattere alcune sacche di lassismo.
MINISTERO dell’Interno, tanto per non cambiare ambiente. Si sono spesi milioni per mettere in sicurezza gli accessi e tutti i dipendenti sono stati dotati di tesserino magnetico per entrare e uscire. Bene. Il medesimo sistema, già in uso, potrebbe comodamente registrare anche gli orari dei lavoratori. Sarebbe logico. Forse troppo.
Così il controllo meccanizzato degli accessi è rimasto inattuato e per le presenze si ricorre al vecchio sistema delle firme. Lecito lasciarsi prendere dal sospetto che così le cose siano un po’ meno disciplinate. Non solo. Nel medesimo calderone del ministero dell’Interno ognuno l’orario se lo fa a modo suo. Chi sceglie i rientri pomeridiani, chi preferisce lavorare anche il sabato, chi salta da un orario all’altro a seconda delle esigenze.
Tutto legittimo se non fosse che si arriva al paradosso di dipendenti che con tre giornate lavorate in una settimana riescono ad accumulare ben 40 ore di straordinario. Eppure, calcolando a spanne, se per ogni impiegato, funzionario etc. il controllo elettronico delle presenze riuscisse a ridurre di un paio d’ore gli straordinari, si potrebbero risparmiare, in un anno, 50 milioni di euro e oltre.
Malanimo verso i dipendenti pubblici? No. Soltanto rispetto delle regole perché, alla fine, se la cinghia si deve stringere, che nei buchi ci rientrino tutti.
ANCORA capitolo scorte. L’idea era stata di Berlusconi che per gli agenti che lo seguivano (erano 48) aveva escogitato il trasferimento al Cesis con inevitabile triplicazione dello stipendio. Arriva Prodi e le cose non cambiano. Oltre a quelli di Berlusconi che sono stati sparsi nei vari uffici dei servizi, i nuovi agenti di scorta hanno avuto il medesimo trattamento andando a ingrossare di 38 unità (ma dovrebbero scendere a 36) gli organici del Cesis.
Un mistero gaudioso resta poi quello delle consulenze e degli appalti esterni. E qui sì che il riserbo è massimo. Persino le questioni tecniche e informatiche relative al Viminale vengono gestite all’esterno. Addirittura i progetti che significano pianificare gli accessi degli immigrati o studiare l’incidenza dell’ordine pubblico, vengono elaborati all’esterno. Eppure il ministero ha assunto ingegneri, architetti, specialisti in tutti i settori.
LUNGO l’elenco degli sprechi o quantomeno dell’assenza di un’oculata gestione delle risorse. Logica vorrebbe che fosse reale la possibilità di destinare le somme o i titoli sequestrati ai mafiosi all’ammodernamento dei mezzi delle forze dell’ordine. Non è così.
I beni sequestrati vanno altrove. I fondi, in particolare, finiscono al ministero di Grazia e Giustizia che sovente li utilizza per pagare i processi ai medesimi mafiosi. Tutto, avvocato di fiducia compreso. Perché loro, ormai nullatenenti, approfittano del ‘gratuito patrocinio’ che assicura il legale di grido a spese dello Stato. Mica il semplice avvocato d’ufficio.
di Silvia Mastrantonio
Fonte :
http://qn.quotidiano.net/art/2007/01/21/5457677




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