"Solo nella comunità diventa dunque possibile la liberta personale" Marx-Engels
COME TOPI IN GABBIA
Neofrontismo antiberlusconiano e populismo di sinistra
di Biagio Borretti *
Emanuele Toscano e Francesco Nizzoli, tra i principali organizzatori del “No Berlusconi Day”, introducono l’evento descrivendolo come una «novità nel panorama civile e culturale, prima ancora che politico, del nostro paese» perché è «la dimostrazione che la rete può essere oggi considerata alla stregua di un “quinto potere”, in grado di svolgere una funzione nella vita civile e capace di difendere la democrazia quando questa è sotto l’attacco di uno dei poteri costituzionali» [1].
La “rete”, in verità, non è nuova a tali sbocchi e strumentale ad eventi di questo tipo (si pensi al fenomeno di Beppe Grillo ed al successo dei suoi show/comizi, organizzati dai “grillini” tramite/sulla rete). È pur vero che la manifestazione di Roma ha assunto dimensioni senza precedenti per un evento simile partito dalla rete e dal basso [2], riuscendo anche ad articolarsi in altri piccoli raduni in giro per il mondo [3]. Curzio Maltese, nel suo panegirico, parla di “miracolo italiano” e di “enormità del fatto nuovo”: «Quando sarà finita l’era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come di un giorno che ha cambiato la storia. […] È una rivoluzione. La rivoluzione viola» [4]. Nella propria rubrica curata sul quotidiano fondato da Gramsci, Tullio De Mauro informa sui primi passi che un nuovo lemma sta muovendo nel mondo anglosassone e francese: “firtuale”, sorto dalla coniugazione della materialità e della virtualità, dall’inglese “physical” e “virtual”, domandandosi se possa essere utile a descrivere fenomeni come quello del “No B Day”, ovvero: la convivenza e la complementarità della piazza di Internet con quella di San Giovanni [5].
La rete è divenuta oramai da anni uno strumento importante, a volte decisivo, per buona parte dell’agire politico e di controinformazione dal basso: si pensi all’utilizzo di siti internet, mailing-list, e-mail e blog, forum, community, social network come strumenti di veicolazione di messaggi, proposte, bozze di documenti, petizioni [6]. Ed ancora: di siti come Youtube ove molte pratiche e sperimentazioni di controinformazione ed inchiesta vengono agevolmente pubblicate e socializzate. Insomma, non è vero che la rete è stata messa alla prova soltanto in occasione di questo 5 dicembre, anzi esso – potremmo sostenere – è soltanto il frutto della sedimentazione e della sperimentazione che va avanti da anni di nuove forme comunicative che assumono a ruolo centrale – per chi opera dal basso – la rete e le sue varie espressioni ed articolazioni [7]. Da alcuni si è sostenuto che, se qualcosa di realmente nuovo c’è stato, è l’assenza di forti catalizzatori quali ad es. Moretti (girotondi) e Grillo (V-Day 1 e 2) nelle precedenti esperienze “dal basso” e dalla rete. In questo caso, invece, l’iniziativa è partita da “anonimi” blogger dove il vero catalizzatore (opposizionale) era proprio Mr.B..
Detto questo, non si ha qui intenzione di imbastire una discussione sulla utilità o meno della rete, sulle sue potenzialità ma anche sui suoi limiti (qualora si dovesse confondere lo strumento mediale con una supposta virtualità del conflitto). Obiettivo del presente scritto è, piuttosto, indagare il “cuore” dell’evento odierno: i suoi temi centrali, gli obiettivi, le parole d’ordine, il discorso che anima questo tipo di interventi da un’ottica ispirata ad una politica conflittuale e di classe; e nel farlo, ci faremo aiutare dalle voci dei partecipanti, degli organizzatori e dei commentatori, più o meno entusiasti.
Toscano e Nizzoli – già innanzi citati – delineano i punti cardinali attorno ai quali è stata indetta la manifestazione: «… il diritto all’affermazione della giustizia e della legalità e la difesa della nostra costituzione. La separazione dei poteri è fondamentale per garantire la democrazia e non è accettabile nessun compromesso sul principio di uguaglianza davanti alla legge sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione. Berlusconi deve dimettersi per essere processato e per liberare il paese da una fase di pericoloso stallo» [8] . Nello stesso volantino di promozione della manifestazione, è esplicitato che l’appello è rivolto a tutti i cittadini «al di là delle appartenenze politiche, al di fuori dei partiti» a scendere in piazza per chiedere che chi «nega l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; oltraggia l’etica pubblica e la dignità dell’Italia; antepone i propri interessi al bene comune; calpesta la libertà di informazione; attacca la Costituzione non può essere Presidente del Consiglio». È un invito al ritorno alle regole democratiche, di contro ai tentativi di eluderle o modificarle pro domo sua poste in essere da Berlusconi, per obliterare il “lato oscuro”, l’altra faccia del sorridente premier: quella delle amicizie “strane” con mafiosi o partecipi esterni in associazione per delinquere di stampo mafioso – v. Dell’Utri; quella dei processi in corso con sentenze di condanna in primo grado che non lo colpiscono solo grazie alla sua immunità – v. processo Mills e Lodo Alfano; fino al conflitto di interessi ed alle questioni di vita privata con festini a base di cocaina e prostitute di alto rango – v. l’estate “rovente” di Tarantini [9].
Il discorso del “popolo viola” si struttura, quindi, su due livelli: uno giuridico/giudiziario e l’altro morale/etico [10].
I promotori del “No B Day” hanno, legittimamente, individuato nelle profonde storture dell’impianto liberal-democratico della Repubblica operato con forti accelerate negli ultimi anni dai governi Berlusconi (ma non solo) i punti su cui incentrare il proprio intervento: segnatamente, sull’anomalia rappresentata dal “sultano” di Arcore, che sempre più spavaldamente ostenta sicumera ed aggressività contro altre cariche e poteri dello Stato [11] . L’appello lanciato dai promotori è inquadrabile all’interno di una tradizione di pensiero politico e giuridico che potremmo definire propriamente liberale[12], fautrice della divisione dei poteri costituzionali e del corretto bilanciamento degli stessi, che fa riferimento ai concetti di legalità e di “Stato di diritto”[13], di eguaglianza di tutti innanzi alla legge e rifiuto dei privilegi di casta [14].
La cultura liberale di fondo che ha animato tale mobilitazione è andata certo mescolandosi con istanze che più propriamente potremmo definire “giustizialiste”, che rispolverano vecchie categorie e metodi ben radicati nella società italiana degli ultimi decenni e che trovano in “Mani pulite” il tòpos recente più clamoroso. E manette e “pulizia” in politica sono state invocate abbondantemente durante il corteo. La cui anima più viva è stato arroventata dalla rabbia, dalla indignazione, dal disgusto montanti che in parte sensibile della popolazione italiana sono andati crescendo negli ultimi anni di contro alle pratiche politiche, mediatiche e governative di Berlusconi, impunito/impunibile sultano sempre più arrogante.
Il condizionamento eccessivamente personalizzante dell’evento è rinvenibile sin dal nome stesso dato alla giornata di mobilitazione, con un attacco diretto e deciso alla figura del premier (“senza se e senza ma”), ancor prima che ad un più complesso “sistema di potere” [15] . Il generico antiberlusconismo di fondo, non una novità della società civile e della politica italiane, se ha consentito a numerosissime persone di condividere l’appello e scendere in piazza, è motivo anche della confusione contenutistica e sloganistica della giornata (forse persino perseguita): “Silvio fatti processare”, “Berlusconi wanted”, “Un unico sogno nel cuore, Berlusconi a San Vittore”, manette gigantesche, come ai tempi del pool milanese. Ma si inneggia anche a Fini (“Meno male che Gianfranco c’è”) ed a Veronica Lario… per cui è sufficiente entrare in contrasto con Mr.B. per essere apprezzati dal popolo “viola”: che si sia l’ex-principale alleato o la moglie… conta poco [16] . C’è, tra i giornalisti, addirittura chi lamenta la mancanza di un più forte slancio in tale direzione, in una sorta di opposizione bipartisan che provocatoriamente inneggi con più intensità a Fini: «Se di tipi così [si riferisce alla presenza di elettori del PDL al corteo, N.d.A.] in questo popolo ce ne fossero di più – o in tanti di sinistra annunciassero come fa la cantante Fiorella Mannoia: “Io voterei per Fini” – l’effetto del coro sarebbe esplosivo e il No B-Day non correrebbe il rischio di essere una bella festa di protesta senza alcuna vera conseguenza sul quadro politico italiano» [17] . D’altronde, una delle organizzatrici della giornata, dal palco di Piazza San Giovanni annuncia: «Questa piazza, e le altre se ci saranno, è aperta a tutti di nessun partito e di tutti i partiti. Anche di destra, se sono stufi» [18] . È un’agenda politica profilattica, quella invocata dal popolo viola: liberare la politica da Berlusconi e renderlo meno uguale degli altri, per parafrasare Orwell. Laura Eduati è lapidaria ed efficace nel descrivere il leitmotiv della mobilitazione: «Berlusconi se ne deve andare perché è Berlusconi, le politiche su immigrazione, lavoro, fisco, famiglia non vengono prese in considerazione» [19] . Insomma, il problema è Mr.B., tutto il resto non conta, o conterà soltanto in un secondo momento. D’altronde, è per questo motivo che la composizione della giornata è così variegata, potendo contare su una logica adesiva molto ampia ed includente, essendo ridotti al minimo gli elementi di discrimine per la condivisione dell’appello. Sonia Oranges, infatti, racconta la composizione del corteo: «… convivono la buona borghesia che si sente illuminata, la middle class che si sente impoverita, la gioventù che si sente ribelle, i lavoratori che si sentono (o sono già) quasi disoccupati» [20] .
Tuttavia, mentre la piazza si autodefinisce a-partitica e slegata dalle logiche di appartenenza a determinati schieramenti, c’è qualche osservatore che la pensa diversamente. Riccardo Barenghi, apologeta del popolo del 5 dicembre, scrive di slogan non cupi quand’anche giustizialisti o forcaioli, di modalità gioiose di stare in piazza, di giovani e giovanissimi: «E tutti di sinistra, ma una sinistra viola e non più rossa». Cosa voglia dire “sinistra viola”, subito si perita di indicarcelo: «Quindi non più quella conosciuta nella prima e neanche nella seconda repubblica, quella che si è sempre riferita a qualche partito. E che ancora oggi si sente di appartenere a qualche partito o a qualche sindacato»[ 21] . Insomma, una sinistra di singolarità che sia propriamente postmoderna, fluida, reticolare, magmatica, mucillaginosa. A dirla tutta, commenti e considerazioni di tal fatta sembrano ricalcare alla perfezione quelli che si sprecavano fino a pochi anni fa sul “movimento dei movimenti”, quello no-war: sulla gioia e festosità dei colori e dei sound-system, divenuti, da orpelli, elementi fissi e centrali dei cortei (a discapito dei volantini e dei megafoni o di altri strumenti di propaganda). Così come ci sembrano vecchi, stantii, privi di nuove idee e di orientamenti strategici ma persino tattici i tentativi della “sinistra radicale” di stare dentro tale magma umano e contestativo (questo sì: moltitudinario) per lucrarne in termini di rilancio politico, militante ed elettorale. Se nei primi anni del 2000, tuttavia, i partiti ex-parlamentari di sinistra si trovavano in un ciclo contestativo ascendente che hanno cavalcato, per poi contribuire ad affondarlo, oggi cercano di utilizzarlo in fase di riemersione – come propulsore – dopo disastrose e mortali apnee (mentre allora si cercava di entrare nelle istituzioni da posizione di forza, oggi tale manovra serve come ultimo salvagente per ri-entrarci ed interrompere il periodo di esclusione). Nulla di nuovo sul fronte della sinistra italiana, potremmo dire, tranne la miserabile povertà teorica e politica che la caratterizza da anni.
Al di là delle venature colorate, degli slogan simpatici, dell’allegria di fondo, del clima festoso, degli ammiccamenti giustizialisti, possiamo sostenere senza troppe reticenze che i veri liberali, il 5 dicembre, non si trovavano nelle stanze del potere, dall’altra parte del campo, bensì in piazza. Una grossa manifestazione di spirito liberale, una richiesta dal basso che la giustizia e l’uguaglianza formali borghesi siano davvero rispettate, e un esercizio di pratica del diritto di resistenza liberale articolato contro colui che è considerato un “tiranno”, contro cui è allora giusto scendere in piazza e chiederne le dimissioni. Che poi, da parte del PDL e della Lega, si sia potuto sostenere che in piazza ci fossero le “solite bandiere rosse” invasate di odio antiberlusconiano, che fosse una piazza forcaiola e via dicendo… ciò non rappresenta altro che una difesa – rancida e priva di fantasia – del blocco di potere illiberale che governa il Paese.
Le seguenti parole di Maria Mantello possono utilmente chiosare il paragrafo: «La manifestazione del 5 è stata infatti soprattutto una manifestazione propositiva. Per la libertà. Per l’uguaglianza. Per la giustizia. Per la laicità. “La legge è uguale per tutti”. “La sovranità appartiene al popolo “, “Chi è eletto esercita il mandato nel rispetto della Costituzione”. Questi i cartelli che normali cittadini portavano. Quasi fosse un corso di educazione civica, dove gli studenti sentono la necessità di fissare in manifesto i concetti fondamentali delle lezioni. E del resto su un cartello c’era proprio scritto: “Educazione alla Civiltà”!» [22] .
2. La sinistra ex-parlamentare ha cercato sin dall’inizio un dialogo con il “popolo viola”, tanto da indire il primo vero appuntamento pubblico della “Federazione della Sinistra” proprio per la mattina del 5 dicembre a Roma, così da poter di seguito riversarsi nella piazza antiberlusconiana. Che la società civile italiana produca quegli anticorpi che Sylos Labini invocava anni orsono… nulla quaestio. Anzi, tutto sommato, ben vengano: magari unitamente ad una opposizione seriamente ed onestamente liberale; ché un certo qual fermento critico, mobilitativo, intellettuale non può far altro che bene ad un Paese bombardato quotidianamente da reality show e sciocche programmazioni televisive, che producono “cultura” e stili di vita nonché nuove inclinazioni antropologiche. Tuttavia, che tale fermento possa essere il locus fisico, emotivo e politico ove una sinistra radicale possa risorgere, questo ci sembra francamente una idea bislacca.
Eppure, da più parti, dai megafoni di quella Federazione costituenda, sono arrivate voci di stretto interesse (acritico) nei confronti di tale mobilitazione. Dino Greco scrive: «Mutatis mutandis, come nella svolta di Salerno del 1944, oggi bisogna unire le forze, con la più vasta latitudine politica, per liberare l'Italia da una deriva catastrofica» [23] . E riconduce tale politica neofrontista alla necessità di dare una nuova visibilità e legittimità politica alla “Federazione della Sinistra” che proprio “oggi” (5 dicembre) muove i suoi primi passi. E li muove in quella direzione che lo stesso Greco tratteggia in un altro intervento: «… mettere radici in tutto il Paese e divenire – senza supponenza – interlocutrice dei movimenti, del variegato conflitto sociale, di una domanda di democrazia rimasta per troppo tempo inascoltata e men che meno rappresentata» [24] . Detto così, tale progetto non sembra molto diverso da quello perseguito negli ultimi anni – con esiti disastrosi – dalla dirigenza bertinottiana, che utilizzò il “movimento dei movimenti” per giungere al governo in posizione di favore ed integrando pezzi di conflitto sociale, per poi crollare politicamente in un processo di implosione tanto miserabile quanto le strategie e le tattiche adottate dalla vecchia dirigenza [25] .
La Federazione muove i suoi primi passi, ma lo fa in una direzione che reputiamo sbagliata. Un fatto è stare dentro a fenomeni/manifestazioni quali quello odierno, in maniera critica, altro è starci dentro in posizione sommessa e sostanzialmente apologetica (in altri tempi si sarebbe adoperato il termine “codismo”). A ben vedere, però, tale linea d’intervento ci sembra del tutto consonante con la struttura che viene delineandosi della stessa Federazione: un aggregato più o meno compatto – al limite tendenzialmente confluente in altro, nuovo ed unitario/unico progetto partitico – di forze politiche stantie ed interne alle logiche (delle briciole) di potere che si uniscono per dar vita all’ennesimo cartello elettorale, pur di non scomparire definitivamente anche dalle scene istituzionali periferiche, locali (le elezioni regionali sono alle porte).
La caratteristica che si sembra abbia assunto sin dai primissimi passi la Federazione – corroborando l’ipotesi appena avanzata – è quella di un approccio fondamentalmente compatibilista con le istituzioni e le leggi del mercato capitalistico.
Partiamo da una questione che è apparentemente legata soltanto a logiche definitorie, linguistiche e che invece denota delle tare ben più gravi e strutturali. La costituzione della “Federazione della Sinistra” pone al centro della propria “ragione sociale” l’essere di sinistra ed una sua qualificazione. Ciò che ci pone in radicale contrasto con tale percorso politico-militante, è proprio il riferimento stantio ed oramai privo di senso, alla “sinistra”. L’essere “di sinistra” è definito dalla contrapposizione ad un qualcosa di destra, di centro, di non-sinistra. Si è di sinistra quando non si è di “non-sinistra”. Ma tali categorie si sviluppano all’interno di un quadro che ricomprende tutte le formazioni politiche che vi partecipano, che lo accettano, che ne fanno parte, ad un titolo o ad un altro (maggioranza ed opposizioni parlamentari, maggioranze ed opposizioni al di fuori delle articolazioni istituzionali). Il presupposto dell’essere di sinistra, quindi, è la condivisione di fondo delle “regole del gioco” istituzionale, all’interno del quale ci si pone in una determinata posizione. Fuori da esso, si smette di essere di sinistra. Fuori da esso la categoria “negativa” od “opposizionale” (sinistra, centro, destra, tutte relazionate tra di loro, altrimenti impossibilitate ad esistere autonomamente), perde senso. Ci poniamo contro la logica di fondo compatibilista, della strutturale accettazione delle regole del gioco (che, invece, sarebbe cosa diversa se maturata in relazione ad un approccio strettamente funzionale, strumentale al proprio percorso teorico e materiale di sviluppo del conflitto di classe reale). Per questo motivo rifiutiamo di essere definiti di “sinistra”, perché tale categoria significa tutto ed il contrario di tutto. E ci definiamo comunisti, marxisti, condividendo in pieno la provocazione teorica della “Libera Università Metropolitana” quando afferma perentoriamente: «Comunisti quindi, e aggiungiamo, non di sinistra. Possiamo dire di non sentire nulla di familiare a noi quando viene pronunciata la parola sinistra. […] … in questo periodo storico, della scomparsa della sinistra, in Italia e in Europa, noi non abbiamo alcun lutto da elaborare. Sarebbe anzi stupido elaborare quello degli altri… […]. La sinistra non ha riconosciuto le istanze e i nuovi soggetti metropolitani, identificando il precariato metropolitano con i nuovi ceti medi, da un lato ripercorrendo le tradizioni peggiori del vecchio socialismo, dall’altro assumendo il peggio del neoliberalismo» [26] .
Il compatibilismo di fondo che innerva il progetto in esame non solo è evincibile dalla stessa definizione del progetto (nomen omen), bensì anche da alcuni punti saldi dei principi sottoscritti, quale la difesa incondizionata della Costituzione, intesa come valore in sé, del tutto scollegata dalle dinamiche attuative – concrete – del diritto formale borghese [27] . Non solo: il richiamo alla Costituzione appare ancora più misero se si tiene conto del fatto che esso – ad es. nel caso del “No B Day” – si incentra sul diritto all’eguaglianza sancito dall’art. 3 Cost. ma inteso in un’accezione molto ristretta, ferma al mero formalismo dichiarativo borghese. L’eguaglianza invocata è quella innanzi alla legge, non quella sostanziale cui pure la Costituzione fa riferimento in più punti. È, quindi, un richiamo alla Carta fondamentale addirittura al ribasso rispetto agli intendimenti politico-programmatici degli stessi costituenti. Si oblitera persino la parte più progressista della Costituzione (quasi mai attuata), per attestarsi ad un livello difensivista assolutamente insoddisfacente in un’ottica di critica radicale dello stato di cose presente. Ecco dove si interrompono o diventano estremamente difficoltosi i possibili dialoghi con questa sinistra. Nel suo essere irrimediabilmente interna alle istituzioni [28] e di porsi a difesa delle istanze meramente liberal-borghesi della Costituzione. Avulsa completamente dai conflitti reali. Partecipe al “No B Day” ma assente dai quartieri marginali delle metropoli italiane ove si combatte una guerra di classe continua. Estranea ai conflitti di lavoro e dalle nuove composizioni del proletariato “metropolitano”, ma persino espulsa dagli aggregati operai più “classici” (propensi magari a garantire consenso alle destre, anche in termini elettorali). Estranea alle istanze provenienti dal basso dalle porzioni allogene del proletariato.
Ciò, d’altronde, è frutto dello sbandamento teorico immanente a tale percorso politico. Lungi dal fare del citazionismo sterile, sarebbe agevole far riferimento a qualche “genitore” del movimento operaio in riferimento alla necessità di possedere una teoria rivoluzionaria per poter avere un’organizzazione rivoluzionaria. Nel caso di specie, però, non è nemmeno un problema di assenza di una teoria rivoluzionaria – ché i soggetti partecipi alla Federazione visibilmente non si pongono in tale prospettiva – bensì dell’assenza finanche di una critica almeno seriamente riformista dello stato presente delle cose. Tale deficienza è causa dello sbandamento teorico e tattico ma anche della diffusa accettazione passiva dei militanti di sinistra di essere orfani di una grande narrazione o di una teoria capace di leggere le dinamiche del presente. Questo vuoto – entro cui grande ruolo hanno giocato le revisioni abborracciate della dirigenza bertinottiana –, allora, crea il presupposto per l’adesione ad altre “visioni” del mondo, ad altre teorie e pratiche politiche.
È in questo vacuum che il giustizialismo ed il neopopulismo di sinistra si fanno strada, sulla scorta della stagione dirimente di “Mani pulite”, che rammoderna lo strumentario giudiziario e repressivo della “stagione dell’emergenza” con conseguente ulteriore sbilanciamento dei poteri statali nell’agire quotidiano politico, con la sostituzione del conflitto politico parlamentare ed extraparlamentare con quello recitato nelle aule giudiziarie dai pool milanesi e poi di buona parte delle Procure italiane, e con un ribaltamento della vecchia compagine governativa istituzionalizzata [29] . Paolo Persichetti la analizza nel seguente modo:
Mani Pulite era stata una sorta di Termidoro senza presa della Bastiglia. Reazione senza rivoluzione. Liquidazione per via giudiziaria di un ceto politico la cui attività regolatrice e di mediazione appariva ormai troppo costosa e dunque un intralcio rispetto ai livelli di competitività internazionale. In modo sbrigativo, quel personale era stato eliminato grazie all’utilizzo di pratiche giudiziarie normalmente riservate alle sole “classi pericolose” o ai nemici interni. Il giudiziario, da strumento di tutela reciproca tra classi dominanti, si era trasformato in luogo di conflitto e regolamento di conti anche tra élites.
Tutto ciò era avvenuto all’interno di un processo di fondo che ha visto emergere sempre più la figura del giudice come perno centrale della regolazione sociale, demiurgo dei conflitti e dei contenziosi, pilastro essenziale della società… [30]
È la stagione che ha dato vita alla “Seconda Repubblica” ed ha aperto la strada al bipolarismo funzionale alla ristrutturazione della forma-Stato parallela – anche se avviatasi con qualche anno di ritardo – alla ristrutturazione nel mondo del lavoro [31] . È in questa stagione che va strutturandosi una nuova forma di repressione di natura suppostamente “emancipatrice” vista a sinistra come nuova leva di sovversione del potere costituito, con i giudici che assumono un ruolo propriamente politico centrale. Il conflitto e la giustizia si spostano nelle aule dei tribunali. Alla giustizia intesa in termini classisti e sostanziali, si sostituisce, allora, una giustizia intesa in termini legal-formalistici, borghesi, perseguita con l’operato dei magistrati e con le manette messe ai polsi di “chi sbaglia”. Presupposto di tale svolta giustizialista è la riaffermazione della legalità a tutti i costi, da imporre anche con la forza. La legalità finisce per diventare un vero e proprio feticcio che impedisce di comprendere i meccanismi che ne sono all’origine. La legalità di per sé significa tutto e nulla: è “neutrale”, è ancillare rispetto al potere che la gestisce e forma del contenuto che le dà corpo. Il suo corpo vivo, invece, è tutt’altro che neutrale ed indifferente alle logiche del potere costituito. La legalità è definita da chi decide sulla legalità, chi decide cosa essa sia, ne definisce il perimetro, i suoi limiti. La legalità, potremmo dire in maniera un po’ schematica, è la forma espressiva del potere costituito, è il suo linguaggio, nonché della sua violenza organizzata e legittima(ta) [32] . L’appello alla legalità perciò è un pericolosissimo esercizio di apologia della strutture del potere dominante [33] . Un esercizio che priva di ogni senso critico e della possibilità di uscire fuori dalla legalità. Il richiamo alla legalità anzi imbriglia nei suoi propri schemi: ovvero quelli del potere costituito. Il richiamo ad una giustizia in termini borghesi, allora, innesca un circolo vizioso che finisce per delegittimare le stesse pratiche di resistenza sociale che non siano interne alle logiche compatibiliste formalizzate dal diritto borghese e dalla sua legalità. Riconoscere quest’ultima e la giustizia borghese significa riconoscere lo Stato nelle sue varie articolazioni anche repressive e legittimarlo. Il feticcio della legalità, in definitiva, finisce per produrre una “nuova” ideologia: il legalitarismo, che disarma qualsiasi critica del presente e qualsiasi movimento sociale che non rientri nei canoni della legalità [34] .
L’assenza di una teoria critica delle istituzioni e del modo di produzione capitalistico – che non sia mera opposizione verbale, inconcludente e superficiale alle ricette neoliberiste – lascia nudi innanzi alla potente feticizzazione dei rapporti sociali e delle varie articolazioni del potere costituito. In questo vuoto agiscono quelle forze liberal-giustizialiste che, populisticamente, seguendo logiche dicotomiche semplificate di “buoni e cattivi” (popolo/casta politica; ladri/onesti; poveri/ricchi… [35] ), intravedono nelle “mele” marce del sistema (quand’anche numerose e stratificate ai vari posti di comando) i nemici da abbattere, a mezzo del processo penale, che assume un ruolo eccezionale nel discorso neopopulistico dal basso, “di sinistra” (cittadini spoliati dei propri poteri contro i potenti; diritto di resistenza e ricorso al potere statale sano: la magistratura). V’è una superfetazione della valenza simbolica e mitica del Tribunale [36] in un processo emotivamente scintillante grazie alla coincidenza delle istanze provenienti dal basso (ed incitate dall’alto: l’appello al popolo) ed il ricorso alle amministrazioni della giustizia. Il processo penale diviene il nuovo banco di prova della validità delle tesi del neopopulismo di sinistra, caratterizzato – per provenienza di classe – dalla presenza massiccia dei c.d. “ceti medi riflessivi” colpiti dalla ristrutturazione della P.A. (si pensi al sistema scolastico ed al ceto impiegatizio pubblico [37] ) o dai nuovi processi di lavoro in sede privata (si pensi al precariato intellettuale).
È in sede giudiziaria che vanno combattute le battaglie, non più nei luoghi di lavoro, nelle piazze (se non a supporto dell’azione dei magistrati: si pensi alla mobilitazioni a sostegno del Sostituto Procuratore della Repubblica De Magistris). Il conflitto passa dagli spazi reali di rude esistenza a quelli ovattati ed edulcorati delle aule di tribunale, laddove il “popolo” tra l’altro è spogliato di qualsiasi possibilità di intervento diretto, perché è tramite il magistrato che agisce ed esprime la sua volontà. La delega del proprio volere, del proprio potere assume i connotati dell’assolutezza, ché notoriamente nel processo penale non c’è rappresentatività politica del “popolo”, come ad es. in un’assemblea parlamentare [38] . Nel Tribunale tutto il potere è delegato al magistrato, con un processo di monopolizzazione del potere ancora più accentuato che nelle sedi di agire politico. La piazza – una volta luogo di conflitto reale – viene abbandonata, in favore del Foro. La prima vittima di tale neopopulismo giustizialista è proprio la possibilità di esercitare una critica radicale alle istituzioni ed alla stessa magistratura (inteso come un potere “neutrale”, anzi amico), così come alla legislazione (definitoria della legalità). Perdendo di vista anche l’amministrazione di classe della giustizia in Italia [39] .
Se è vero, come già accennato, che il clima giustizialista forgia le sue armi arroventate nella stagione di “Tangentopoli”, è vero che negli ultimi anni è stato rigonfiato sensibilmente grazie alla combinazione di più fenomeni ed eventi: letterari, mediali, televisivi, giornalistici, politici. Le istanze di legalitarismo sono andate stratificandosi negli ultimi anni: dapprima nell’esperienza breve dei girotondini (da Moretti a Pancho Pardi con il sostegno del think tank di MicroMega con Paolo Flores d’Arcais) che però, nel chiedere qualcosa “di sinistra” agli allora DS, eleggevano a proprio interlocutore privilegiato la magistratura (più Boccassini che D’Alema); poi l’involuzione e la successiva esplosione nel fenomeno c.d. dell’antipolitica di Beppe Grillo, coadiuvato nelle proprie crociate di controinformazione dai vari Travaglio, Gomez ecc… fino a trovare una stabile ed interessata sponda partitica nell’Italia dei Valori di Di Pietro, che negli ultimi anni si è distinto per un enorme lavorio su questo fronte, potendo lucrare anche sulle debolezze e timidezze del PD e sul crollo politico-elettorale della c.d. “sinistra radicale” [40] . Un giustizialismo di fondo che ha potuto alimentarsi anche di un nuovo filone letterario di sensibilità civica maxime rappresentato dalle pubblicazioni di “Gomorra” e de “La casta” [41]. La “critica devastante” nei confronti del potere costituito e delle sue varie articolazioni che da più parti era stata intravista nei due lavori appena citati, ben presto mostrerà tutte le sue debolezze (nonostante ad oggi tali testi siano divenuti dei veri e propri “libretti rossi” per la sinistra giustizialista/neopopulista) [42]. Da una parte, Rizzo e Stella, con la successiva pubblicazione, hanno mostrato la vera vena che li anima, ispirata ad una certa visione mainstream liberista ed “efficientista” dei rapporti sociali, tutta protesa a creare quei presupposti per liberare il capitalismo italiano dalle storture burocratiche e dalle pastoie politiche che lo hanno reso non competitivo sul mercato mondiale [43]. Dall’altra, Saviano ha assunto – con piena legittimità e con qualche motivo comprensibile, dato il suo status di scortato – un approccio sempre più acritico se non apologetico nei confronti delle istituzioni repubblicane, della magistratura e della forze dell’ordine andando a puntellare, nell’immaginario collettivo della sinistra neopopulista, quel convincimento della bontà della via giudiziaria alla giustizia [44]che va ad incardinarsi su trasformazioni sociali e culturali molto ampie che hanno investito la società italiana negli ultimi decenni: «A livello di massa si è operata una lenta trasmutazione della cultura politica, dell’universo valoriale e dei modelli d’azione tipici che appartenevano alla storia del movimento operaio. Le tradizionali dinamiche protestatarie e contestatarie, la coesistenza d’ipotesi riformiste per un verso o di spinte antisistema nell’altro, hanno via, via lasciato il passo a sentimenti antipolitici, lasciando emergere un qualunquismo di tipo nuovo, il qualunquismo di sinistra» [45].
3. Le dinamiche di accelerazione del mutamento sociale prodotte dalla mondializzazione ed esplose con la crisi di sovrapproduzione di valore manifestatasi come crisi finanziaria, rendono ancora più urgente una profonda e sistematica riflessione sulla natura ed il futuro di una soggettività comunista adeguata alla società contemporanea e segnatamente occidentale (se è vero che in altre latitudini geografiche qualcosa si muove già da anni anche in termini di articolazione istituzionale di progetti alternativi a quelli neoliberisti e capitalisti [46]). Mentre in altri Paesi europei, ad es., una sinistra di classe si riorganizza (v. il caso Francia con il “NPA”) e si confronta direttamente con il conflitto sociale (v. la Grecia ove negli scontri dell’estate scorsa si sono opposte idee diverse di “essere a sinistra”), in Italia – sebbene il fermento sociale sia tutt’altro che stazionario – la sinistra ed i comunisti sono per lo più incapaci di essere interni alle dinamiche conflittuali, se non in posizione assolutamente speculativa e sottomessa. A questo vuoto, a qualche ingenuo od “orfano del Partito”, sembrerebbe dar risposta la “Federazione della Sinistra” che, tuttavia – come già accennato – ci sembra muoversi in un ambito assolutamente insoddisfacente e regressivo rispetto alle stesse lotte sociali che, anche in dimensioni attualmente microeconomiche o locali, pur esistono. Una sinistra sostanzialmente codista rispetto alle parole d’ordine dettate da altri e che solo tangenzialmente dovrebbero interessarla. Quanto andiamo sostenendo è stato ampiamente rivendicato dallo stesso Ferrero, Segretario oltre che del PRC della stessa “Federazione”, in un’intervista rilasciata il 21 dicembre scorso: «… lancio una proposta a chi ci sta. Un fronte comune per liberarci di Berlusconi, una coalizione di difesa della Costituzione. […] Tutte le forze disponibili. Casini ha già parlato, sostanzialmente, di un nuovo Cnl anti-Berlusconi. Sono d'accordo con lui. [Un fronte comune che si presenti insieme in caso di elezioni anticipate, N.d.A.] Con al centro due questioni-chiave. Primo: difesa della democrazia e legge sul conflitto di interessi. […] Senza mettere becco sul candidato premier, è una questione che riguarderebbe i partiti che hanno firmato l'accordo di governo» [47]. La Federazione, in questo progetto, avrebbe il ruolo di sostenitore esterno, privandosi perfino della possibilità di “dire la sua” contando qualcosa, come ai tempi della desistenza. Una subordinazione totale alle logiche frontiste filo-padronali spaventosa ove gli unici requisiti d’accordo sono quelli già richiamati in precedenza tutti interni ad una visione liberale della lotta politica [48]. Lo stesso Ferrero, in risposta al vespaio di critiche mossegli dopo questa intervista, risponde con un editoriale sul quotidiano di partito, ove precisa che, di fronte ai tentativi di “manomissione” bipartisan della Costituzione, con l’accordo PDL-PD, i comunisti non possono restare indifferenti: «Per questo abbiamo proposto di costruire un largo fronte di difesa della Costituzione che possa contrapporsi efficacemente ai tentativi di Berlusconi di modificare la Costituzione e poi batterlo nelle elezioni». Un fronte che non sia accordo di governo ma soltanto elettorale, che abbia come unico obiettivo l’alternanza a Mr.B., «al fine di difendere la democrazia». L’accordo di governo, però, viene chiaramente rivendicato in ambito locale e regionale «dove invece la ricerca di un accordo può essere ricercata sulla base di contenuti programmatici chiari e condivisi su cui governare»[49]. Il PD, l’IdV e l’UDC non vanno bene a livello nazionale; ma a livello regionale cambia tutto (evidentemente servono poltrone). Eppure, la Regione è oramai diventata un ente di rilevanza non soltanto amministrativa bensì politica enorme, potendo agire in ambiti cruciali come quello della sanità. Quali “contenuti programmatici chiari e condivisi” potrebbero rinvenire i compagni di Rifondazione con i dirigenti degli alleati? D’altronde, da decenni il PRC governa ed amministra negli enti locali, dai più importanti a quelli più periferici, e non sembra che la propria presenza abbia dato frutti progressisti di rilevanza almeno locale (un es. per tutti: la Campania bassoliniana e la connivenza sistematica della “sinistra radicale” locale e nazionale alle sue politiche). Nel tentativo di schivare in angolo le critiche, Ferrero precisa che la battaglia per la democrazia è scissa, in questo momento, dalla questione sociale. Per cui, se da un lato va bene l’accordo elettorale per battere Berlusconi, dall’altro si deve agire in maniera indipendente sul piano sociale, proponendo una grossa campagna referendaria per l’abolizione della Legge 30. A parte la scontata riflessione che potrebbe essere avanzata: “Perché non l’avete abolita negli anni di governo di centro-sinistra?”, si potrebbe criticare tale proposta su più fronti, di vario ordine e grado: a) ridurre il conflitto sociale ad una campagna referendaria è miope e riproduce quella logica compatibilista che riconduce la conflittualità entro gli istituti procedimentali della Costituzione e del diritto borghese; b) scindere la questione “democratica” da quella sociale è altra prova della incapacità a leggere la realtà sociale se non tramite le lenti del formalismo borghese: la questione democratica è immediatamente anche questione di democrazia nei vari livelli dell’agire sociale (ad es.: ci può essere democrazia, se non formale e borghese, quando non agisce anche nei luoghi di lavoro?); c) è ipotizzabile l’organizzazione di un vasto, strutturato e duraturo fronte di lotta sociale attorno alla proposta di un referendum?; d) abolita la Legge 30, cosa viene dopo? Il problema allora non è abolire la sola Legge 30, ritornando al passato – zona grigia e non normata –, ma aggredire l’attuale complesso normativo lavoristico e rimettere in discussione il dominio del capitale sul lavoro dentro e fuori il processo di lavoro. E tutto ciò lo si fa con un referendum? L’editoriale di Ferrero sembra riprodurre in carattere a stampa un’immagine classica dell’impotenza creativa: la montagna (rectius: collinetta) che partorisce il topolino. Se questo è il “nuovo corso” rifondarolo…
Piuttosto, il problema centrale da porre all’ordine del giorno in una “soggettività” (aperta, anche fluida, non rigidamente organizzata) che si dica comunista è l’autonomia della classe. Proprio oggi che il capitalismo conosce (e teme) l’esplosione sistematica delle mine/contraddizioni che ha disseminato negli ultimi decenni su scala globale; proprio oggi che il Capitale totale per poter sopravvivere a sé stesso superandosi in una nuova forma deve ricorrere allo Stato, dopo la sbornia neoliberista (nazionalizzazioni della banche, programmi di assistenza generalizzata, moratorie sui mutui, sostegni all’occupazione…); proprio oggi che la polarizzazione di classe è denudata dalla riduzione in polvere delle varie stratificazioni delle classi medie; proprio oggi che la disoccupazione di massa si ripropone con prepotenza in tutti i paesi a capitalismo avanzato… proprio oggi è necessaria una riflessione ed una riaffermazione della autonomia della classe dalle molteplici propaggini, articolazioni statali, partitiche, sindacali, organizzative e culturali del capitale. Prima ancora di pensare a novellati “assalti al cielo”, è necessario pensare ad una nuova “autodeterminazione” (politica, culturale, strategica) della classe di contro al nemico interno e globale ed alle ramificazioni del suo potere. Una autonomia che non sia di mera difesa bensì di ripresa dell’attacco, dell’aggressione agli spazi (materiali e simbolici) del capitale, da esso riconquistati negli anni della controrivoluzione conservatrice. Di contro alle esigenze di una nuova autonomia di classe, si muovono oggi le sirene della “giustizia” dipietrista e “viola”, tutta interna all’ordine costituito ed anzi operanti a suo puntello. Sirene da cui smarcarsi, cui non lasciare la precedenza sulla strada dell’emergenza del conflitto sociale: anzi, da criticare in fondo ed in maniera feroce.
Per questi motivi, i primi passi della “Federazione della Sinistra”, così come di tanti compagni e compagne coinvolti nelle manifestazioni di egalitarismo borghese di massa (al di là del conseguente potenziale voto all’IdV), ci sembrano riprodurre la condizione del topo in gabbia: che non resta immobile, può muoversi, persino freneticamente, può saltellare da una parete all’altra, aggrapparvisi; riesce persino a mangiare – se qualcuno gli fornisce i pasti – ma, nonostante tutto ciò, resta chiuso in un luogo di carcerazione che gli è impossibile oltrepassare, forzare, abbandonare. Ci sembra così questa sinistra, incapacitata dalla propria stessa debolezza teorica, immaginativa, creativa. Capace soltanto di ripetere sé stessa nei propri errori, nelle proprie reticenze a tentare il nuovo, a cercarlo, sperimentarlo ed inventarlo. Una gabbia mentale teorico-politica che inabilita alla progettualità realmente alternativa, che si innervi nel conflitto di classe reale: crudo e duro [50].
Qualche compagno – pochi mesi orsono – confrontandosi con tali esperimenti politici, elaborava la metafora di una “marcia sul posto”, precisa trasposizione ideale del movimento fine a sé stesso della sinistra c.d. “radicale” italiana in questi anni, preoccupata più di riprodurre sé stessa come manifestazione burocratica ed amministrativa degli apparati dello Stato che come espressione, anche differenziata, del conflitto e della protesta sociali.
* Ricercatore, Osservatorio Meridionale CESTES-Proteo
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