Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
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    Predefinito Cammino - discussione e chiarimenti

    Seguendo il consiglio di Aganto e rispettando il desiderio di Merello apro qui una nuova discussione sui pensieri espressi nel "Cammino" di San Josemarìa Escrivà.
    Prego i signori forumisti di attenersi QUI solo a interventi inerenti i pensieri e la dottrina di Escrivà espressa nel "Cammino" e non all'Opus Dei in quanto tale, alla sua storia e alle sue eventuali implicazioni sociali/politiche per le quali altri potranno aprire ulteriore discussione.

    Inizio da una degli ultimi pensieri postati nel Cammino.

    690. Quando viene la sofferenza, il disprezzo..., la Croce, pensa: che cos'è tutto questo in confronto a quello che merito?


    Per fare un confronto tra questa visione (pur legittima) e quella francescana apparentemente simile, ma profondamente antitetica.
    Riporto il famoso brano della PERFETTA LETIZIA tratta dai Fioretti.

    Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Agnoli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse cosi: «Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia». E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: «O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti; iscacci le dimonia, renda l’udire alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggiore cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». E andando un poco, santo Francesco grida forte: «O frate Lione, se ‘l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: «O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: «O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia».
    E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse; «Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia». E santo Francesco sì gli rispuose: «Quando noi saremo a Santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosino de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilemente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia.
    E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo».
    A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

    Il punto non è riconoscere, accettare il disprezzo e la croce pensando che meriteremmo questo e altro, quanto riconoscere l'amore di Cristo il quale per primo ci ha amati nella Croce, fino alla Croce. Non mi voglio vantare altro che nella SUA Croce, cioè nel partecipare alla SUA sofferenza e nel fatto che egli è morto per me.
    Egli che GIA' è morto per me, per annunciarmi il suo infinito amore, mi permette di partecipare a questo suo amore.
    Proprio su questa convinzione (fede) vinco me stesso e ricevo dallo Spirito questo potere. Non permetto che sofferenze, insulti mi facciano attaccare al mio IO e in questo modo possano attaccare la mia profonda serenità. Nel credere che veramente partecipo della sua croce, nel credere che è per me infinito ONORE essere associato a Lui (come in Romani capitolo 6) poter condividere questo con il mio amato, con il mio Signore, con il mio Salvatore.

    E' questo che mi permette di non essere scalfito, di poter vivere in perfetta letizia, di avere la forza di trasformare il male in bene, facendolo morire in me stesso, così come fece Gesù e orientando i miei pensieri solo a Lui e alla sua morte PER ME.

    Tutto ciò è possibile solo se mi associo alla SUA Croce, solo se vedo le cose dal SUO punto di vista, dal punto di vista della SUA Croce e non della mia, non della mia bassezza, non della mia pochezza o di quanto disprezzo meriterei. Questo serve solo all'annichilimento.

    Invece egli mi rialza e mi dice che sono degno d'amore. Egli è morto per me. Mio ha già reso degno, perchè è morto per me. Mi ha amato fino a questo punto. C'è qualcosa che conta di più?

    Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
    un diadema regale nella palma del tuo Dio. (Isaia 62,3)

    Pace & bene.[/quote]

  2. #2
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    L'idea di fre una discussione solo sul valore o meno delle teorie di cammino e sulla loro compatibilità con l'insegnamento sia della Chiesa di Roma che delle altre chiese (ortodosse o protestanti) mi sembra non buona, ma ottima.

    Vorrei anzi precisare che il confronto lo farei fra le frasi di cammino, che come tutti possono vedere sono semplici proposizioni, semplicemente accostate le une alle altre con il discorso biblico complesssivo, che non è mai, dico mai, costituito da proposizioni slegate dal contesto.

    Fa eccezione il libro dei Proverbi, che infatti si presenta proprio con questo nome.

    Nel caso specifico, però, trovo molto bello l'intervento di Vethero catholico, ma non riesco a vedere bene quale sia la differenza sostanziale con quanto affermato in cammino.

    O forse sono proprio le due ultime frasi che indicano in modo chiaro la speranza cristiana, speranza che sembra sfuggire all'estensore di cammino ?

  3. #3
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    Sono prospettive diverse. Nel Cammino (almeno in alcune sue proposizioni) si punta ad una forte ascesi personale fondata sulla mortificazione, sull'umiliazione, sul ritenersi fortemente meritevoli (è questo il caso) di ingiurie, offese e sofferenze. Si tratta quindi, (almeno apparentemente, almeno così espresse) di un forte annichilimento dell'essere umano.

    La prospettiva paolina e francescana mi sembrano completamente opposte.

    Si è vero SAREI meritevole di morte, ma Cristo è GIA' stato crocifisso per me. Quindi ORA non sono PIU' meritevole di morte.

    Prendo la mia croce non perchè mi merito tutto il male e le sofferenze (per le quali Gesù Cristo ha GIA' sofferto) ma per partecipare del suo amore, in quanto Gesù Cristo stesso è stato crocifisso. Senza la sua crocifissione non avrebbe senso il mio prendere la Croce.

    E' il punto di vista che cambia. In certe proposizioni lette nel Cammino pare come se la Redenzione non ci fosse mai stata, che l'uomo si salva per la sua ascesi o si santifica per la sua ascesi, per la sua umiliazione.

    No. L'uomo si salva perchè partecipa della morte e resurrezione di Cristo. Cristo ha già pagato tutto. E' questo pensiero che ci spinge ad amare.

    Non opero per meritare il suo amore. Ma perchè già sono stato amato allora sono in grado di amare.

    Non mi preoccupo delle mie debolezze, perchè ora c'è Lui. E' Lui la parte migliore di me.

    In un caso si fa ascesi PER...
    Nell'altro caso si fa ascesi come conseguenza DI...
    Anzi, non è più ascesi. In Francesco viene considerata una TRANS-DISCENDENZA. Cioè uno scendere in se stessi, uno scendere nell'umano, nel profondamente umano. Questa fu la sua santità: di essere pienamente uomo.

    Prendo la croce perchè Gesù l'ha già presa per me al posto mio ed è stato inchiodato al posto mio. Come non rispondere a questo grande amore?

    Pace & bene.

  4. #4
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    Grazie dei chiarimenti.

    Mi spiego : quando ero giovane, ovvero 18-21 anni, avevo cercato di utilizzare cammino, che mi era stato regalato, come mezzo di santificazione personale.

    Il risultato fu catastrofico : non solo non ci fu alcun progresso spirituale, ma anzi ci fu un disastro vero e proprio negli studi...

    Poi un sacerdote mi tolse cammino di mano e mi ci mise la Bibbia e tutto tornò a funzionare...

    Il problema che mi porto dietro da allora è : perchè questo fenomeno ?

    La tua risposta mi è piaciuta moltissimo.... e si avvicina molto, per quanto ne so all'insegnamento ortodosso...

    Bisognerebbe fare lo stesso con altre frasi di cammino... ovvero analizzarle, porle a confronto coi testi biblici e vedere se c'è concordanza o discrepanza.

    Pace e bene.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da xenia45 Visualizza Messaggio
    Grazie dei chiarimenti.

    Mi spiego : quando ero giovane, ovvero 18-21 anni, avevo cercato di utilizzare cammino, che mi era stato regalato, come mezzo di santificazione personale.

    Il risultato fu catastrofico : non solo non ci fu alcun progresso spirituale, ma anzi ci fu un disastro vero e proprio negli studi...

    Poi un sacerdote mi tolse cammino di mano e mi ci mise la Bibbia e tutto tornò a funzionare...

    Il problema che mi porto dietro da allora è : perchè questo fenomeno ?

    La tua risposta mi è piaciuta moltissimo.... e si avvicina molto, per quanto ne so all'insegnamento ortodosso...

    Bisognerebbe fare lo stesso con altre frasi di cammino... ovvero analizzarle, porle a confronto coi testi biblici e vedere se c'è concordanza o discrepanza.

    Pace e bene.
    Concordo. Ti ringrazio per la tua testimonianza personale.

    Ancora pace e bene.

  6. #6
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    Obbedienza.

    614. Nelle imprese d'apostolato la disobbedienza non è mai piccola.

    615. Tempra la tua volontà, virilizza la tua volontà: perchè sia, con la grazia di Dio, come uno sperone d'acciaio.
    - Solo avendo una forte volontà saprai non averla per obbedire.

    616. Di questa tua lentezza, di questa tua passività, di questa tua resistenza nell'obbedire, quanto risente l'apostolato e quanto si rallegra il nemico!

    617. Obbedite, come nelle mani dell'artista obbedisce uno strumento - che non si sofferma a considerare perchè fa questa o quella cosa -, sicuri che non vi comanderà mai cosa alcuna che non sia buona e tutta per la gloria di Dio.

    618. Il nemico: obbedirai... fino a quel particolare <<ridicolo>>? - Tu, con la grandezza di Dio: obbedirò... fino a quel particolare <<eroico>>!

    619. Iniziative. - Prendile, nel tuo apostolato, entro i termini del mandato che ti è affidato.
    - Se escono da quei limiti o se hai dei dubbi, consulta il superiore, senza far sapere a nessuno i tuoi pensieri.
    - Non dimenticare mai che sei solo un esecutore.

    620. Se l'obbedienza non ti dà pace, è perchè sei superbo.


    L'obbedienza in se stessa non è una virtù. Lo è l'umiltà che è la radice dell'obbedienza. Ma si può obbedire per passività, oppure, cosa peggiore si può porre l'obbedienza al di sopra del Vangelo. Ciò significherebbe riporre nell'essere umano una fiducia superiore a Dio stesso, rischiando l'idolatria.


    Manca in queste frasi il riferimento dell'obbedienza. Obbedienza a Dio? Obbedienza ad un superiore? Non sono la stessa cosa e la seconda è condizionata alla prima e ne è solo un riflesso.


    In Francesco l'obbedienza era "bidirezionale". Cioè anche un superiore (Francesco non lo chiamava superiore, ma "guardiano"...) doveva attenersi alla santa obbedienza se invocata da un suo "inferiore". Non sono pochi i casi in cui anche Francesco si attiene all'obbedienza richiesta da altri frati.

    Per lui infatti sono tutti frati, cioè fratelli, cioè alla pari. Il guardiano non è un superiore. Il suo mito è la "tavola rotonda" in cui non esiste il "capo tavola".

    E' pur vero che per Francesco il vero frate minore è come il morto: là dove lo poni, là rimane. Tuttavia, nei suoi scritti pone chiaramente l'obbedienza al Vangelo al di sopra dell'obbedienza al guardiano, anche fosse il ministro generale.
    Il Vangelo rimane sempre e comunque la massima "norma", il criterio assoluto.

    L'obbedienza non è più una virtù. Cioè non è una virtù assoluta, come reclamava don Milani e come predicava Francesco 800 anni prima.

    Che cosa c'è di santo nell'obbedienza? L'umiltà. Se la radice dell'obbedienza è l'umiltà allora l'obbedienza è una virtù, altrimenti proviene dal demonio! Se l'obbedienza è passività e non viene dalla fede, allora è peccato.

    tutto quello, infatti, che non viene dalla fede è peccato (Rm 14,23)

    Se si chiede l'obbedienza contro il Vangelo allora si commette idolatria. L'obbedienza di chi sganciò la bomba su Hiroshima era forse giustificabile? E' questo quello che viene richiesto ai cristiani?

    No! I cristiani sono "RE". Hanno ricevuto nel Battesimo il dono di essere RE e non di essere schiavi:

    Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. (Gal 5,1)

    Purchè questa libertà sia vera libertà e non libertinaggio e non arbitrarietà. Ma sia vera libertà di aderire al Vangelo.

    Nelle Sacre Scritture non si parla mai (così mi sembra) di obbedienza ad un superiore, ma solo di obbedienza a Dio. Anzi san Paolo raccomanda la sottimissione gli uni verso gli altri (Ef 5,21), senza quindi un principio di superiorità, ma in perfetta RECIPROCITA'.

    Nella prima lettera di Pietro 5,5 si raccomanda ai giovani la sottomissione agli anziani. Non è un principio strettamente gerarchico, quanto dettato dalla maggiore saggezza degli anziani rispetto ai giovani.

    Riassumendo trovo che:
    - parlare di obbedienza come di una virtà in se stessa sia parziale se non si esplicita il riferimento di tale obbedienza
    - la virtù dell'obbedienza deriva solo dall'umiltà
    - la vera obbedienza è solo al Vangelo. L'obbedienza contro il Vangelo, assunta a valore assoluto può risultare diabolica e disumana.
    - nei vangeli e nelle lettere non trovo la presenza di un principio di superiorità: l'obbedienza è quindi essenzialmente riferita a Dio solo, la cui obbedienza è sinonimo di fiducia, di fede, perchè tutto ciò che non proviene dalla fede, dalla ferma convinzione e fiducia in Dio, è peccato.


    Pace & bene.

  7. #7
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    L'obbedienza in se stessa non è una virtù. Lo è l'umiltà che è la radice dell'obbedienza. Ma si può obbedire per passività, oppure, cosa peggiore si può porre l'obbedienza al di sopra del Vangelo. Ciò significherebbe riporre nell'essere umano una fiducia superiore a Dio stesso, rischiando l'idolatria.


    Manca in queste frasi il riferimento dell'obbedienza. Obbedienza a Dio? Obbedienza ad un superiore? Non sono la stessa cosa e la seconda è condizionata alla prima e ne è solo un riflesso
    .


    Il problema di cammino, lo abbiamo già detto, è proprio nel fatto che le singole frasi sono distaccate dal loro contesto.

    Ora, se guardiamo alla Bibbia, sia nel vecchio, che nel Nuovo testamento si pone l'accento sull'obbedienza dell'uomo alla legge di Dio... ma con giudizio : vedo il comandamento che ti prescrive di osservare il sabato, ma non ti impedisce di fare il bene nel giorno di sabato (le guarigioni operate da Cristo per mettere in evidenza questo).

    Poi Cristo muore e risorge e Pietro va con i suoi fratelli a pregare nel Tempio : gli viene comandato di non predicare più e Pietro risponde che è meglio oobbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

    Questa frase di Pietro è molto gettonata in ambito ortodosso ed è la radice della libertà di coscienza dell'uomo. L'uomo sa quando l'obbedienza è vera obbedienza a Dio e quando è obbedienza all'uomo.

 

 

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