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  1. #1
    lupoDL
    Ospite

    Predefinito Quanti iscritti hanno i DS???

    CROTONE. Polemica al calor bianco a Crotone all’interno dei Ds crotonesi a proposito del tesseramento e del congresso nazionale. Nei giorni scorsi la parlamentare e componente la direzione nazionale del partito Marilina Interieri ed un gruppo di iscritti all’area “Sicurezza è libertà” hanno chiesto un intervento dei vertici nazionali sostenendo che “il tesseramento è stato gonfiato dal segretario e dal Presidente della Provincia”. Ieri la Federazione crotonese e le sezioni cittadine dei Ds, sono intervenuti con un durissimo documento nel quale sostengono che “ormai la misura è colma. L’atteggiamento irresponsabile, provocatorio, cinico di Marilina Intrieri e dei suoi amici ha superato ogni limite di tollerabilità”. “È chiaro - prosegue il documento - che, stando così le cose, si pone un discrimine: o è lei che con i Ds, la loro storia, la loro cultura, i loro valori non c’entra niente o i Ds sono un partito così geneticamente modificato da non avere più gli anticorpi per difendersi dal virus dell’opportunismo e della peggiore faziosità. Intrieri ha ereditato il peggio del “suo” passato e con questa eredità sta infettando un partito che viene dalla storia del movimento operaio, che sicuramente ha avuto mille limiti e difetti, ma che ha avuto anche una religione a cui è rimasto fedele in tutte le sue evoluzioni: la religione della passione civile, dell’onestà, della trasparenza, del disinteresse, del sacrificio personale”.


    Tutto questo per attaccare i DS? No. Per difendere la Margherita. Queste sono cose che capitano in tutti i partiti. O ne prendiamo atto, o siamo solo FAZIOSI.

  2. #2
    lupoDL
    Ospite

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    Ds, tra scissioni e tesseramento gonfiato. De Simone: vogliono il partito

    Claudio Papa - 12.11.06, 108 am
    Giorni difficili all’interno dei Ds. La Quercia vive un passaggio decisivo per il futuro a livello nazionale e locale. Ieri a Roma la minoranza di sinistra ha ufficialmente dato il via alla costituzione di un processo che punta ad aggregare tutta la sinistra, partendo da un punto fermo: no secco al partito democratico. E’ l’anticamera della scissione se l’obiettivo del congresso nazionale (la costituzione del Pd) sarà raggiunto. A quel congresso, però, bisogna arrivarci con regole trasparenti e senza inganni. In primis sul tesseramento. L’assise della Quercia dovrà assumere una decisione molto complessa e meglio sarebbe se a prenderla sia chi nel partito milita e si impegna. In Irpinia, nonostante il trend elettorale non restituisca una crescita, aumentano gli iscritti. Un fenomeno quantomeno strano e che appare in stridente contrasto con «la sobrietà» invocata dai livelli nazionali per il tesseramento. L’ultimo strappo tra maggioranza e minoranza si è consumato proprio su questo argomento. Il giorno dopo l’ennesima direzione senza accordo, Alberta De Simone ragiona su quanto è avvenuto ad Atripalda. La presidente della Provincia non ha dubbi: «La minoranza ha scelto la strada della guerriglia». Non riesce a comprendere il perchè di una imputatura sulle regole (un iscritto ogni dieci elettori proposto dalla maggioranza, tesseramento libero per i bassoliniani) mentre da Roma sono arrivate indicazioni precise sul “modus operandi”. O forse lo ha compreso, ma non riesce ad accettarlo. «Non si possono chiedere le tessere per poter poi decidere sul partito democratico ». Già, questo è il rischio vero rispetto al quale la presidente della Provincia ha già in mente la contromossa. «Parlerò personalmente con Fassino e gli chiederò di bloccare la decisione sul Pd ai soli tesserati del 2005». Quelli che si prefigurano per l’anno in corso, infatti, sono molti di più. Finanche troppi. Ci sono sezioni che hanno più iscritti che elettori Ds, altre (quella cittadina, così pare almeno ndr) che raccoglie - è stato detto in direzione - centinaia di iscritti in un solo giorno e che non svolge un’assemblea da quattro anni. «La cosa peggiore - aggiunge la De Simone - è vivere la stessa situazione di qualche altro partito (leggi la Margherita un mese fa o gli stessi Ds a Napoli lo scorso anno ndr) e celebrare il congresso sui pacchetti di tessere. Ebbene, meglio che si sappia fin da ora: sono e sarò frontalmente contraria a questa ipotesi. Chiunque ha un minimo di moralità non consentirà che si verifichino queste cose. Non ci sono rivoluzioni imminenti o folle oceaniche che bussano alla porta di via Del Balzo per iscriversi - aggiunge - dunque tutto questo agitarsi sul tesseramento è, a mio avviso, la manovra che serve a qualche capocorrente». Inutile chiedere alla Presidente a chi siano dirette queste parole, è fin troppo chiaro. «Non credo più neanche ad una manovra anti- D’Ambrosio, visto che la sua componente sta pensando alla scissione. Non solo. L’attuale minoranza - ricorda - manifestò il suo dissenso dalla componente fassiniana ad Atripalda perchè ci accusò di sostenere il candidato, quando abbiamo espresso il segretario fassiniano non hanno neanche partecipato all’assemblea». Dunque il motivo non era questo. Ma - lascia intendere - la minoranza comincia ad avere qualche crepa. «Alcuni di loro hanno partecipato in palese dissenso con i riferimenti di vertice. Hanno detto di essere stufi di non partecipare alle riunioni di partito. Un partito del quale vogliono solamente impossessarsi».

  3. #3
    lupoDL
    Ospite

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    Il congresso dei DS

    SOTTO IL RIFORMISMO NIENTE
    Lucio Magri

    «Le avversità offrono anche occasioni», ha detto Fassino al suo esordio da segretario, citando Vico. Molto giusto, e anche molto pertinente nella attuale situazione dell'Italia e del mondo. Purtroppo però, il più delle volte, le occasioni vengono dissipate, e le avversità si aggravano. Proprio questo è avvenuto al congresso appena concluso.
    Era un congresso straordinario, come più non si poteva. Imposto da una sconfitta elettorale che aveva consegnato il paese nelle mani di una destra pericolosa e indecente; imposto dalla sconfitta ancor più pesante dei Ds, che avevano perso voti e ruolo al di là di ogni attesa; imposto infine da un declino organizzativo costante, da un disagio mai risolto del gruppo dirigente, da un rapporto difficile con il sindacato a sua volta diviso e in crisi.
    Da tutte queste `avversità', appunto, prese il via, subito dopo le elezioni, una controversia molto aspra, a tutti i livelli, prevalentemente concentrata sull'attribuzione delle colpe passate, e invece ancora confusa e reticente sul futuro. D'Alema con le sue legioni nel Metaponto, Veltroni auto-esiliato sull'Appia, i proconsoli che si disputavano i gruppi parlamentari. Per dare senso e dignità politica al conflitto, e risolverlo civilmente, fu convocato un congresso in tempi stretti e con segretario vacante. Da ogni parte e ad ogni livello un solo grido si levava concorde: cambiare, cambiare uomini, metodi, comportamenti, linea politica.
    Noi non abbiamo dato gran credito a questa volontà di svolta. Andando a decifrare le dichirazioni politiche ci sembrò subito prevalente al vertice una volontà di continuità, e una tendenza, sia degli apparati intermedi che alla base del partito, ad accettarla non perché sottovalutavano la crisi, ma nell'illusione di arginarla con un rinnovo immeritato della delega a un capo. Ciò non ci impediva di vedere che un travaglio reale, questa volta, era in atto. La maggioranza di Torino si era rotta, e non per finta. Si veniva coagulando, sia pure con ritardo e con timidezza, una opposizione di sinistra intorno a un giudizio non equivoco sulla causa principale della sconfitta (l'eccesso di moderatismo sociale e di omologazione culturale del partito e della coalizione), e dunque intorno alla proposta di nuove priorità politiche e sociali. In questa battaglia di opposizione entravano inoltre in campo la componente diessina della Cgil e il suo segretario generale.
    Il maggior motivo di interesse del congresso era però un altro: il fatto che stavano emergendo non solo la necessità, ma in qualche misura anche qualche possibilità di svolta, di svolta a sinistra. Per l'insorgere di molto rilevanti novità nella situazione politica, sociale, internazionale, con una accelerazione eccezionale e sorprendente. In una sequenza di pochi mesi: il cambio dell'amministrazione americana, la bolla finanziaria che si sgonfia e apre la strada a una stagnazione dell'economia reale in ogni parte del mondo, la crescita improvvisa di un movimento mondiale di critica e contestazione del processo di globalizzazione e di modernizzazione capitalistica neoliberista e neoimperiale. Infine un attacco terroristico non solo sconvolgente per la sua dimensione, ma per il retroterra ideologico e sociale che lo genera o di cui può alimentarsi; e la risposta che l'Occidente gli oppone, interamente concentrata sullo strumento guerra, totalmente delegata alle scelte di una potenza dominante, senza che si possa cogliere alcun elemento che segnali un ruolo autonomo dell'Europa, o una visione del mondo specifica della sinistra.
    Su ciascuno di questi fatti si possono avere divergenze di analisi, di previsione, di giudizio, di scelte: noi abbiamo cercato di dire via via la nostra opinione. Una cosa comunque è evidente. Tutti i capisaldi sui quali si reggeva con qualche dignità la linea che possiamo convenzionalmente definire `Clinton-Blair-D'Alema', è stata messa radicalmente in discussione dalle cose. La visione ottimistica e apologetica della modernizzazione economica. Il consolidarsi di una leadership progressista-moderata alla testa delle maggiori società capitalistiche, adatte a stimolarne il naturale funzionamento, e a correggerne, senza alterarne le leggi, squilibri troppo pesanti. Il carattere normalmente pacifico e gradualmente più esteso della regolazione dei rapporti internazionali e la generalizzazione dei metodi democratici: salvo crisi eccezionali rispetto alle quali cresce gradualmente una capacità di intervento di polizia regolato da leggi e istituzioni garantite. Che restava più di tutto ciò?
    Allo stesso tempo, e corrispettivamente, si erano manifestate spinte critiche, e volontà alternative che, pur essendo radicali, vanno molto oltre i confini politici e sociali tradizionalmente assegnati alla sinistra, impugnano `buone ragioni' per un forte cambiamento, così da risultare in qualche modo convincenti per un arco abbastanza ampio di forze politiche, di tradizioni culturali, di classi sociali; tentano di elaborare obiettivi concreti, di rifiutare altrettanto concrete ingiustizie, ma al contempo, pur vaccinate rispetto alle illusioni del potere totalitario e anzi sensibilissime al tema della democrazia e del suo allargamento, hanno ormai interiorizzato scetticismo e spesso disprezzo per i partiti esistenti e per la forma attuale delle istituzioni. I primi materiali di un blocco storico trasformatore, ben oltre la pura resistenza.
    Insomma un nuovo quadro, di enorme difficoltà per un riformismo gestionario e modernizzatore, e che al contempo però apre anche qualche spiraglio, qualche speranza per chi ci crede, ad un riformismo forte, gradualista nei suoi metodi, realistico nei suoi obiettivi immediati, ma ambizioso nei suoi traguardi più lontani, organico nel suo disegno di società, capace di costruire un sistema di alleanze sociali e politiche con esso coerente, e di riannodare il filo di una memoria storica e di una cultura che lo animino.
    Né le avversità cui reagire, né le occasioni nuove da esplorare, sono però bastate. Al congresso di Pesaro non c'è stata nessuna svolta. Un gruppo dirigente totalmente riconfermato in tutti i ruoli chiave ed epurato dai dubbiosi. Una linea politica non solo riproposta, ma resa, nei contenuti, ancor più secca ed esplicita come la nuova situazione e i nuovi rapporti di forza esigevano, in tutti i campi (la politica internazionale di passiva subordinazione agli Usa, l'atteggiamento più che reticente rispetto al nuovo contenzioso sociale e ai contrasti tra i sindacati, la linea di riforma istituzionale definitivamente maggioritaria, le nuove frontiere delle privatizzazioni), liberandola dalle buone intenzioni verbali con cui al congresso di Torino Veltroni l'aveva condita e mitigata.
    Di quale svolta parlano dunque giornali poco seri e troppo compiacenti? Svolta socialdemocratica? È già stata proclamata e praticata più volte, e nella versione più `modernizzante', quella di Tony Blair. Basta la benedizione di Amato e la confluenza di Boselli per liberare questa volta la crisalide?
    Oppure `svolta riformista'? È la parola ormai più abusata applicabile a tutto e tutti. Fassino tenta di delimitarne il significato così: una sinistra che non rilutti a responsabilità di governo e accetti le compatibilità inerenti. Francamente una tale riluttanza da molti anni non l'avevamo mai vista tra i Ds. Se non stanno al governo è semplicemente perché hanno perso le elezioni.
    In realtà una sola priorità definisce dopo Pesaro prospettive e speranze di recupero: conservare una legittimità conquistata, una credibilità come forza affidabile e capace – perché moderata ed efficiente – di gestire l'attuale sistema: in attesa che Berlusconi risulti troppo avidamente primitivo nei confronti dei lavoratori, e troppo incompetente e impresentabile agli occhi dei poteri che contano.
    Insomma, l'esatto contrario del proclamato: `Cambiare o morire'. Piuttosto sopravvivere, sperando in tempi migliori. Un calcolo cinico, ma apparentemente realistico. Se non fosse più probabile che in questo modo i Ds e l'Ulivo si sfascino prima che Berlusconi declini.
    2. Meno facile, e più inquietante, è però l'interrogativo: perché questo esito congressuale? Perché D'Alema ce l'ha fatta, con relativa facilità, pur nelle condizioni peggiori? È ponendosi questo problema che si può azzardare una previsione sul futuro.
    Chi ha seguito e analizzato con qualche attenzione le varie fasi dell'itinerario congressuale, il dibattito di base, i risultati nelle sezioni, può trovare alcuni elementi per rispondervi, interessanti e trascurati. Hanno agito due fattori.
    Il primo. La linea via via emersa in questi dieci anni nel Pds, poi Ds, non è stata solo il frutto di una scelta, ma anche il prodotto di processi sociali e culturali profondi, di rapporti di forza mondiali, di smottamenti lontani nel tempo. E non esprimeva solo scelte tattiche, dettate da convenienze occasionali, ma una analisi, una strategia, un modo di far politica sorretti da una forte convinzione, e via via condivisi. Di più. Questa linea ad un certo punto ha assicurato il raggiungimento di un obiettivo da decenni vagheggiato e che, per l'attuale classe dirigente, sovrasta ogni altro. Un obiettivo intorno al quale destini personali e sorti collettive convergono e si alimentano: la conquista del governo, nazionale e locale. Tutto ciò ha permeato e rimodellato il partito nel suo insieme e ad ogni livello, tanto più perché veniva a colmare il vuoto tremendo aperto dalla crisi e dal dissolvimento del Pci; e ha fornito la base di una rete di alleanze politico-elettorali precarie ma indispensabili, di relazioni di potere e con i poteri, garanzia di consenso e di legittimazione.
    La recente sconfitta, la virulenta riacutizzazione di una crisi, non è dunque connessa solo a errori tattici, sia pure gravi, ma alla strategia da cui quelle scelte erano suggerite, o alle cui carenze tentavano di porre riparo.
    Una svolta `a sinistra' per capire le cause di quella sconfitta e per rimuoverle, incontrava dunque ostacoli grandi. Implicava mutamenti profondi di cultura, di personale politico, di interlocutori sociali. Anche se avviata con realismo e prudenza, entro l'orizzonte del `riformismo' e della `cultura di governo', una tale svolta poteva avere successo solo se acquistava la chiarezza e la determinazione necessaria a farsi capire e apprezzare, a mobilitare gente nuova, a costruire nuove alleanze; e comunque richiedeva il tempo necessario. Una strada facile e breve per costruire `una grande forza socialdemocratica', ammesso che l'espressione abbia o possa trovare un significato nuovo e adeguato, non c'era e non c'è. Tale impresa difficilmente poteva trovare all'interno del partito le forze necessarie – tanto più dopo il `lungo sonno' della sua sinistra – e rappresentava un rischio elevato: il rischio di sconvolgere ciò che restava e di costruire poco. Perciò una linea spericolatamente `nuovista' è riuscita a far leva sulle preoccupazioni conservatrici degli apparati e anche nella base. `Salviamo il partito che c'è , anche se non siamo d'accordo'.
    Il secondo fattore della vittoria di D'Alema è stato meno nobile e più preoccupante ancora (anche per lui): una degenerazione ormai avvenuta nella costituzione materiale del partito. Non è affatto vero che la partecipazione al congresso sia stata bassa, mediamente è stata invece elevata. Ma che tipo di partecipazione, e come governata? Su questo il giudizio di tutti, quando è sincero, è concorde anche se poi lo si rimuove. Non è necessario, e sarebbe ingeneroso, insistere quindi sulla casistica. Basti dire che quasi ovunque il tesseramento si è gonfiato dopo la convocazione del congresso e in poche settimane, in parte per compagni che tornavano mossi da una speranza, ma molto più per reclutamenti improvvisati e collettivi, promossi da un assessore, da un sindaco, da un gruppo dirigente locale. I votanti sono stati ovunque molto più numerosi dei partecipanti alla discussione, in qualche caso avvicinandosi al totale degli iscritti o addirittura degli elettori. Il peso degli apparati, quelli di tipo nuovo (frutto di recenti governi o di amministrazioni ancora in carica) è stato superiore al passato: e i risultati, in sezioni limitrofe, hanno registrato perciò maggioranze schiaccianti, magari opposte. Il peso organizzato della Cgil, a sostegno della sinistra, è risultato invece modesto, segno che, la sua base attiva, a parte i pensionati, è ormai lontana dall'organizzazione politica. In breve un partito non solo del tutto diverso dalle migliori tradizioni del comunismo italiano, ma anche dal modello tuttora caratteristico nella socialdemocrazia. Più brutalmente, un partito già contaminato dal virus doroteo e craxiano: cioè l'autoriproduzione del ceto politico, non necessariamente corrotto o clientelare, ma comunque poverissimo di partecipazione, ricchissimo invece di legami personali, di tutele promesse, di carriere programmate.
    Ma se così stanno le cose, è difficile evitare una conclusione. Cambiare la linea e il gruppo dirigente di questo partito nelle forme e con gli strumenti offerti dal tradizionale dibattito interno è totale illusione. La svolta mancata questa volta è molto più improbabile nel futuro.
    3. Se questa analisi è fondata, e ancor di più se in qualche misura nella stessa direzione si muovesse – vi è qualche segnale – l'insieme della sinistra europea, c'è poco da stare allegri. E sarebbe una ben magra consolazione averlo almeno in parte previsto. Comunque si apre un problema di enorme portata.
    Come si può sperare, sia pure non nell'immediato futuro ma in un tempo ragionevole, di costruire una alternativa rispetto agli attuali equilibri e alle attuali politiche in Europa? Come è possibile offrire uno sbocco politico, sia pure parziale, alla crisi economica, sociale, politica, che scuote di nuovo il mondo, senza che intervenga attivamente e autonomamente una Europa diversamente orientata e diretta? Ed è possibile tutto ciò, dando per scontata una capitolazione e una sconfitta irreversibile di quelle forze moderate della sinistra che storicamente, e tuttora, ne costituiscono grande parte e rappresentano – a livello istituzionale ma non solo – ceti, culture, tradizioni di cui una alternativa di governo difficilmente potrebbe fare a meno?
    So bene che molti, in quella sinistra più radicale di cui noi ci sentiamo parte, considerano questi interrogativi oziosi e fuorvianti. Perché sono convinti che il movimento antiglobalizzazione abbia in sé una forza propulsiva sufficiente per crescere rapidamente e per offrire un'alternativa all'ordine dominante, e che nel conflitto sociale dal basso si possano trovare le energie necessarie; e perciò che affrancarsi da ogni illusione istituzionale, da ogni problema `di governo' non è che un bene. Oppure, all'inverso, perché sono convinti che questo movimento è ancora ai suoi primi passi, e si muove in un quadro complessivo troppo sfavorevole per potersi porre, o perché sia utile proporgli, il problema degli sbocchi politici possibili gli è estraneo.
    Io continuo a pensare che non sia così. Al contrario penso che proprio le novità ormai intervenute (il movimento antiglobalizzazione, il conflitto sociale, la crisi economica, il terrorismo, la guerra e le mutazioni geopolitiche che essa porta con sé) rendano oggi questo tema del rapporto tra i movimenti e il loro sbocco, tra una prospettiva di critica radicale e la sua traduzione in obiettivi e conquiste intermedi, più importante che mai. La politica, in senso forte, torna imperiosamente in campo. Senza di essa, il movimento stesso difficilmente può consolidare la sua unità, estendere la sua presenza, mettere radici permanenti in soggetti sociali precisi, difendere spazi democratici che gli sono indispensabili. In particolare gli sarebbe ancora più difficile trovare il modo di far convergere, come pure vorrebbe, la protesta che insorge all'interno della modernità e le grandi masse del Sud del mondo, i nuovi soggetti della contestazione e la ben più ardua battaglia del mondo del lavoro. È una questione da discutere a fondo, con un aggiornamento di analisi, una ricognizione delle forze, una nuova elaborazione teorica.
    Comunque, sotto ogni aspetto e in qualsiasi prospettiva, un elemento del quadro non può essere rimosso. La crisi e l'involuzione della `sinistra di governo', o dello stesso sindacato, aprono un vuoto, minacciano dissipazione di forze, particolarmente in Italia. Chiunque abbia partecipato e guardato con attenzione alle manifestazioni antiglobal di Genova, a quella pacifista di Assisi, o a quella dei metalmeccanici di Roma, non può negare di aver visto in campo, partecipe e in evoluzione, anche una vasta area di anziani e di giovani, che sono ancora non superficialmente legati – per tradizione culturale, per collocazione sociale, per esperienze compiute – a una identità propria e distinta rispetto alla componente più radicale e militante del movimento: associazionismo cattolico, movimenti tematici ambientalisti o solidaristici, un settore democratico dell'intellettualità, giovani lavoratori che scoprono la lotta e insieme vogliono concluderla con un risultato, che contestano il sindacato e insieme scoprono di averne bisogno.
    Anche al di là di questo, c'è tutto un mare di elettori insoddisfatti, delusi e non arresi. Tecnici, insegnanti e studenti, medici, operatori sociali e culturali, (moderne classi medie), che avevano creduto nel governo dell'Ulivo, sono pieni di amarezza trovandosi governati da Berlusconi, a veder riabilitati i tangentisti e colpiti i magistrati, o minacciate scuola e sanità pubblica, e constatano con rabbia che il primo, in molti campi, ha aperto la strada al secondo. C'è insomma un pezzo grande di società italiana che il congresso dei Ds e le miserie dell'Ulivo lasciano senza rappresentanza politica, e senza luoghi di organizzazione e di discussione.
    D'altra parte, dopo aver detto tutto ciò che si doveva dire di quel congresso, non si può neppure negare che nel suo svolgimento un pur limitato riflesso di questa contraddizione sia emerso. Dapprima in un dibattito, circoscritto ma non insignificante, sulla questione sociale e del lavoro, Poi, dopo gravi esitazioni, con un atto aperto di indisciplina in parlamento sulla e contro la scelta della guerra. Non è irrilevante che questa battaglia da sinistra abbia mobilitato settantamila militanti, né che vi sia stata, sia pure in modo parziale e contorto, coinvolta la maggioranza della Cgil. Anche i sondaggi registrano un dissenso diffuso nel popolo diessino. È però probabile che ora a tutto ciò segua riflusso e disimpegno proprio tra questi compagni di base.
    C'è qualcosa da fare, o almeno da augurarsi, per impedire o limitare tale dissipazione di forze?
    Rispondere non è affatto semplice. Una battaglia di opposizione interna ai Ds, di tipo tradizionale, ho già detto che non ha prospettive, perché l'appartenenza le toglie credibilità, e soprattutto perché non esce dal circuito di un ceto politico ormai ossificato, non riuscirebbe a parlare ad altri, a mobilitare forze nuove: non c'è un congresso ogni mese, né ogni mese l'occasione di una guerra sulla quale dare voti differenziati in parlamento. D'altra parte una rottura improvvisa, una scissione proclamata dall'alto, seppure giustificabile da buone ragioni, non è allo stato dei fatti prevedibile e, non avrebbe dimensioni e risultati di rilievo.
    E allora? Allora l'itinerario forse possibile, per tentare di avviare anche in questo settore, vasto ma disperso, una ricomposizione della sinistra politica in Italia, a me pare, in estrema sintesi, il seguente. Punto di partenza obbligato, per le forze seriamente riformiste quanto per quelle chiaramente antagoniste, è far leva sul `movimento', impegnandovisi fino in fondo, portandovi il contributo della propria base sociale, della propria identità, delle proprie esperienze e memorie, ma rispettandone l'autonomia, aiutandone l'unità e l'estensione. Senza queste forze e generazioni nuove, senza queste tematiche di grande respiro ideale, senza questa ricerca di un nuovo modo di far politica, non si va ormai da nessuna parte. Qui anzitutto si confronta e può agire la pluralità della sinistra politica come quella dei soggetti sociali.
    Ciò presuppone, da parte di quella sinistra radicale che pur non può assumerlo in proprio e risolverlo, un'attenzione politica al problema, una volontà non strumentale di dialogo, nella pratica e nella elaborazione. Ma presuppone anche, e più direttamente, che la sinistra tuttora Ds, e i suoi corrispettivi nell'associazionismo o nel sindacato sviluppino, la battaglia avviata al congresso in una forma però del tutto nuova, cioè assumendosi il rischio della definizione di una soggettività politica riconoscibile, elaborando una originale ricerca culturale, sperimentando un'iniziativa pratica autonoma, mescolandosi in un arcipelago in gran subbuglio che oggi si muove e sperimenta alla sinistra dell'Ulivo e fuori degli steccati istituzionali, oltre le appartenenze codificate.
    Non è certo quel processo costituente di una forza politica alternativa in cui qualcuno di noi aveva sperato, e che comportava un ben più profondo e risoluto investimento da molte parti, ma che non è decollato, è stato scavalcato dagli eventi, sarebbe velleitario riproporre ora. Ma proprio la grande novità e l'ampiezza, non a caso soprattutto in Italia, del movimento di massa, se si evita la tentazione di portare al suo interno la contesa politica e ideologica come elemento di demarcazione o di divisione, e anzi lo si sostiene e lo si usa come sede comune di confronto e laboratorio di idee e di esperienze, può offrire uno spiraglio per affrontare un problema altrimenti insolubil

  4. #4
    lupoDL
    Ospite

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    La Stampa


    Primi risultati congressuali, i Ds litigano

    17-10-2001

    ROMA Ormai alla guerra quella vera, che si combatte in Afghanistan, prestano solo un orecchio, tutti presi come sono nella loro battaglia congressuale. I diessini, magari, alla fine non faranno un’altra scissione, semmai pagheranno con l’ennesima emorragia di iscritti e voti, ma la fotografia della Quercia a un mese dal congresso è quella di un partito spaccato, lacerato e diviso, dove ormai nemmeno la "ragione sociale della ditta" sembra tenere insieme i dirigenti. E’ lite continua, al Botteghino. Sulle percentuali che ogni corrente si dà. Sui congressi di sezione che si stanno svolgendo (finora si è tenuto il 20 per cento delle assise locali). Fioccano ricorsi su ricorsi. In Calabria piuttosto che in Sicilia, i berlingueriani contestano l’andamento irregolare di alcune votazioni. I fassiniani, in compenso, protestano per il tesseramento della Campania, a loro giudizio assai gonfiato da Antonio Bassolino in favore del "correntone". In questo quadretto tutt’altro che idilliaco si inserisce la dichiarazione di Luciano Violante, il quale dà già per acquisita la vittoria di Fassino e dice: il problema del segretario è risolto, ora parliamo di politica, cioè di contenuti. E’ chiaro che in un clima come quello in cui vive la Quercia, le affermazioni del capogruppo ds a Montecitorio non potevano non suscitare una polemica. Giovanni Berlinguer, candidato del correntone, ha polemizzato con Violante: «Finora - ha detto - si è tenuto un quinto dei congressi di sezione, e non era mai successo che su questa base si estrapolasse la tendenza per dire "ormai è deciso". Tra l’altro, nelle elezioni, è assolutamente vietato fare delle proiezioni. Non dico che è un reato, ma può influire sul voto». E anche Giovanna Melandri ha protestato con il presidente dei deputati ds, chiedendo «maggior rispetto per gli iscritti che devono ancora esprimersi». Ma quali sono le percentuali effettive? Piero Fassino si attribuisce il 65 per cento e fa attestare sul 32 i berlingueriani. I quali, a loro volta, si danno il 35 e oltre. La verità è, come quasi sempre, in mezzo. E non è importante, almeno in questo momento. Affibbiarsi una percentuale o un’altra, infatti, serve per influire sull’esito dei congressi di sezione. Il che non è indifferente, giacché deve tenersi ancora l’80 per cento delle assise locali. Insomma, è un po’ come l’utilizzo dei sondaggi che è stato fatto sia dall’Ulivo che dalla Casa delle Libertà prima delle elezioni. Certo, che Fassino vinca non c’è dubbio. E non c’è mai stato. In grandi città come Torino e Milano l’ex ministro di Grazia e giustizia "vola". E anche a Roma, Fassino dovrebbe vincere, seppur di poco. Il problema è sempre stato un altro. Con quale percentuale? Alta, non c’è dubbio. Tant’è vero che se prima i berlingueriani aspiravano a raggiungere il 40 per cento, adesso il 35 è il loro obiettivo massimo. Ma quanto alta? Ed è questo il motivo per cui l’ex Guardasigilli ha fato fuoco e fiamme sul tesseramento campano? «Perché - spiega Peppino Caldarola, portavoce della mozione fassiniana - quella regione incide moltissimo sul voto nazionale. Per compensare la Campania, in Emilia Romagna (dove Fassino ha la maggioranza, ndr.) dovrebbe andare a votare il 40 per cento degli iscritti, il che è impossibile». Impossibile? Eppure l’accusa che i berlingueriani rivolgono ai loro avversari è proprio quella di portare a votare proprio tutti, anche gli anziani con i fogliettini con su scritto il nome dell’ex ministro di Grazia e Giustizia, non si sa mai se lo dimentichino. Replica dei fassiniani: non è vero, il "correntone" pensi piuttosto a come Pietro Folena ha gonfiato il tesseramento in quel di Foggia. Insomma, è uno scambio continuo di cortesie. E a livello locale è anche peggio. Se i fassiniani contestano il tesseramento di Bassolino a Napoli, i berlingueriani puntano l’indice su Salerno e dintorni. E denunciano che a San Mauro La Bruca, dove i ds alle elezioni hanno preso 28 voti, i tesserati sono 40. Altro oggetto del contendere è Cosenza. I rappresentanti locali del correntone sostengono che «negli elenchi degli iscritti fatti dai cristiano sociali ci sono esponenti di Forza Italia, Ccd, Sdi e Udeur». Ad Avezzano, poi, si è sfiorata la rissa, nel senso che i diessini stavano proprio venendo alle mani. Dunque, dall’una e dall’altra parte c’è abbondante materia per ricorsi su ricorsi. Che infatti sono già partiti. E se in una prima fase, dopo un duro confronto tra Pietro Folena e Piero Fassino sulle irregolarità nei tesseramenti, si era deciso di stendere un pietoso velo sulle diverse situazioni, onde evitare di gettare del fango sull’intero partito, adesso che lo scontro si è incrudelito, forse quel velo non lo vorrà mettere più nessuno.

  5. #5
    lupoDL
    Ospite

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    Smetto, perché ho buon cuore.
    Rifletteteci su.

  6. #6
    lupoDL
    Ospite

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    Anzi, giusto per non dare solo addosso ai DS.

    DA "IL MANIFESTO"
    Tensione alle stelle dentro Rifondazione

    Grassi accusa Bertinotti di «deriva berlusconiana». La maggioranza insorge e lui smentisce

    A. CO.
    ROMA

    Nel giorno in cui Fausto Bertinotti incassa l'oscar 2004 del Riformista per «il miglior politico dell'anno» («Se fosse un cosa privata lo dedicherei a mia moglie, se pubblica al partito») la tensione nel Prc arriva alle stelle. Le minoranze aprono il fuoco sul segretario, anche per recuperare il terreno che rischiano di perdere in seguito al successo ottenuto del segretario con la vittoria di Vendola in Puglia. Marco Ferrando, leader della principale area trotzkista, rinfaccia a Bertinotti le parole pronunciate da Prodi in tv («Se in minoranza, Bertinotti obbedirà»), e gli chiede di smentire ufficialmente. Ferrando sa bene che quella frase suona come sostegno e prova di fiducia per Bertinotti in molte aree della Gad, ma non all'interno del Prc, dove viene invece vista come minaccia seria per l'autonomia del partito.

    A scatenare l'incidente non è però l'attacco di Ferrando, bensì una improvvida intervista al giornale on-line Mediaquotidiano di Claudio Grassi, leader dell'area dell'Ernesto e della mozione congressuale «Essere comunisti», alternativa a quella della segreteria. Grassi accusa il segretario di voler «guidare con il 51% un partito che non si può guidare neppure col 70%», conferma le accuse di aver gonfiato il tesseramento per aumentare le percentuali congressuali (accusa condivisa da tutte le minornze). Poi, rispondendo a una domanda un po' trabocchetto dell'intervistatore, accusa Bertinotti di essere caduto in una «deriva berlusconiana».

    Parole pesantissime, che la tensione precongressuale rende ancor più deflagranti. In viale del Policlinico scoppia l'inferno. I bertinottiani accusano la minoranza grassiana di «dileggiare il segretario». Il capogruppo Franco Giordano esplode: «Le dichiarazioni di Grassi sono inaccettabili e gravi. E' singolare che non spenda una sola parola sulla straordinaria vittoria di Vendola in Puglia. E' fuori dal sentire comune del partito». Lo stesso Ferrando si dissocia dall'accusa: «Grassi ha sbagliato».

    L'accusato smentisce: «Non ho mai parlato di deriva berlusconiana. Ho semplicemente sostenuto che pensare di governare il partito con il 51% è sbagliato perché si tratta di una modalità maggioritaria». Il quotidiano on-line pubblica la smentita, ma conferma «parola per parola» l'intervista. Bertinotti chiude l'incidente con ua dichiarazione che più gelida non si potrebbe immaginare: «Sono in dovere di credere alla smentita di un compagno».

    Va da sé che l'incidente è tutt'altro che chiuso. Lo scontro congressuale diventerà anzi sempre più duro nelle prossime settimane. I primi e ancora molto parziali dati registrano una buona affermazione delle minoranze, dovuta anche al fatto che i bertinottiani hanno puntato sinora più sull'esposizione politica complessiva che sul lavoro «tessera per tessera» tipico delle dinamiche congressuali. E il rischio di un'affermazione di misura, lontana da quel 60% a cui ambisce il segretario, inizia a diventare corposo.

  7. #7
    lupoDL
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    AN: STORACE, FINI DECIDA CHE FUTURO PROPORRE AL PARTITO
    Sabato 20 il senatore di AN sarà Verona e Treviso per rilanciare una politica d-destra

    PERUGIA, 18 GEN - ''Fini deve decidere se proporre
    al nostro partito di essere un partito di destra o di diventare
    un partito di centro. Io credo che la seconda ipotesi sia la
    piu' sbagliata, perche' l' Italia ha bisogno di una grandissima
    destra e non del quindicesimo partito di centro'': cosi'
    Francesco Storace, oggi pomeriggio a Perugia, una delle tappe
    della sua visita in Umbria.
    ''C' e' un silenzio insopportabile'' sul futuro della destra
    in Italia, ha detto Storace ai giornalisti, sottolineando che
    alle sue manifestazioni su questo argomenti ''ovunque trova
    molta gente''.
    Secondo Storace, proprio su questo tema ''soprattutto
    Alleanza nazionale ha scelto la solita strada di mezzo, e cioe'
    quella di non decidere. Ci troviamo di fronte ad una cosa
    piuttosto curiosa: ogni giorno leggiamo di una prospettiva
    nuova, con il partito unitario il lunedi', la federazione il
    martedi', il partito popolare europeo il mercoledi'. Pero' non
    viene mai la domenica per decidere''.
    La ''domenica'', per il fondatore di ''D Destra'', e' il
    congresso nazionale del partito, al quale invece ''si sono
    preferiti i congressini locali, con un tesseramento gonfiato a
    dismisura: su questo punto non siamo, come minoranza,
    disponibili a tacere.
    E se dico minoranza, e' semplicemente
    perche' non c' e' un congresso che ci fa stabilire che e'
    maggioranza e chi minoranza'', e' stata la conclusione di
    Storace.

  8. #8
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    Si questo è vero. Inutile non dare ragione a Lupo.
    La politica italiana è la politica dei furbetti e delle tessere. I contenuti? Morti.
    Parliamo di quelli

  9. #9
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    La soluzione è una Legge Straordinaria che sopprima tutti i partiti esistenti, mandi in pensionamento forzato tutti gli attuali leader di partito e faccia tabula rasa.

    E poi spazio a nuove idee, nuovi leader e nuovi partiti.

  10. #10
    Forumista esperto
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    Citazione Originariamente Scritto da Caimano Visualizza Messaggio
    La soluzione è una Legge Straordinaria che sopprima tutti i partiti esistenti, mandi in pensionamento forzato tutti gli attuali leader di partito e faccia tabula rasa.

    E poi spazio a nuove idee, nuovi leader e nuovi partiti.
    SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
    RIVOLUZIONE
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    Una rivoluzione che non sia interessata all'economia ma a cambiare la guida politica e culturale di questo paese...

 

 
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