Storia di un delirio
Ottavio Cappellani, scrittore, catanese, alle prese con una città indicibile, un luogo dove si precisa che mai un poliziotto fu ucciso per motivi futili. Tutti dispiaciuti perché Sant’Agata è stata costretta a “purificarsi” --------------------------------------------------------------------------------
Catania. Dieci, Cento, Mille Sigonella, in
una città che si stende dalla cima innevata
dell’Etna alle strisce di coca preparate direttamente
sui tetti delle macchine parcheggiate
durante la processione per Sant’Agata.
In una città che si è svegliata all’improvviso
indignata e vergognata, attonita e stupefatta,
sorpresa e dignitosa, meditabonda e decisa,
colpita e offesa, come se avesse scoperto soltanto
ora. Quanto segue è soltanto una maniera,
breve, di raccontare una città estrema, nel
bene e nel male, contraddicendo chi sostiene
che il fattaccio è accaduto a Catania, ma poteva
accadere anche, per dire, ad Ascoli. La
questione non è “dove poteva accadere”, bensì
“dove era molto probabile che accadesse”.
La risposta è: Catania. Come d’altronde sosteneva
un recente rapporto dell’intelligence.
Catania resta un osservatorio privilegiato:
prendete il resto come la cronaca di un delirio,
forse soltanto il mio.
Per descrivere la città, partiamo dal “dibattito”.
La Sicilia, praticamente l’unico quotidiano
letto sotto l’Etna, strumento utilissimo
per capirne l’anima, domenica scriveva
nell’editoriale in prima pagina (firmato: La
Sicilia) – dopo avere dichiarato che Catania
è piena di persone per bene e che non bisogna
fare di tutta l’erba un fascio – che la colpa
è anche “di quegli intellettuali che con
snobismo sono pronti a pontificare”, per subito
dopo aggiungere: “Abbiamo apprezzato,
ad esempio, l’apertura che la facoltà di Lettere
di Catania, che sorge in un quartiere popolare
come l’Antico Corso, ha fatto ai giovani
del luogo”. Fidandoci ciecamente, e non
chiedendoci cosa minchia c’entrasse, ci siamo
messi a pensare. Esclusi gli accademici,
abbiamo cercato di capire chi fossero questi
intellettuali ai quali imputare parte della responsabilità
della morte dell’ispettore capo
Giuseppe Raciti. Abbiamo stilato un elenco:
Franco Battiato, Manlio Sgalambro, Emanuele
Macaluso, Andrea Camilleri, Pietrangelo
Buttafuoco, Francesco Merlo, Giampiero
Mughini, Vincenzo Consolo, abbiamo eliminato
Pippo Baudo perché non è snob, ma
nel puntiglio investigativo, e, come si dice,
“per battere tutte le piste”, abbiamo inserito
Carmen Consoli. Di questo si parlava domenica.
D’altronde non è che a Catania manchino
luoghi da “battere”, né mancano “piste”:
abbondano, e semmai sovrabbondano. Un
paio di settimane fa durante un’irruzione nel
famigerato “palazzo di cemento” di Librino,
lo stesso quartiere dove adesso si cercano i
responsabili di quanto accaduto, le forze dell’ordine
sono state bersaglio di lancio di
“bombe carta”, ma la città non si è offesa così
tanto. Qui ci offendiamo solamente se
c’hanno una buona mira. E’ la prima volta
che un poliziotto viene ammazzato per motivi
“futili”, si dice, come se le altre volte, invece,
i motivi fossero stati “utili”, come se in Sicilia
si stesse combattendo una guerra tra
due “sistemi”, tra due “costituzioni”, una legale
e l’altra no, ma comunque tra due “strutture”
sociali, quella mafiosa e quella statale.
Non sono un professionista dell’antimafia e
mi pare proprio che qui, di “strutture”, non
ve ne sia più neanche mezza.
Anche quella religiosa traballa, e i sintomi
si avvertono da tempo proprio durante le celebrazioni
di Sant’Agata. Tra i “botti”, i palloncini
colorati, lo zucchero filato, il torrone,
i “sacchi bianchi”, i cappellini, e la sfilata
della “carrozza del senato”, seguita da “autorità”,
con l’applausometro in cui la città si
chiede con il fiato sospeso se hanno applaudito
di più Scapagnini o Bianco (sfilata quest’anno
sospesa), è in atto un continuo tira e
molla tra i vertici della chiesa e i cittadini fedeli-
tutti sulla velocità che deve mantenere
la Santa affrontando la salita (l’acchianata) di
via di San Giuliano. Manco fosse, per dire, la
Ferrari. Tre anni fa la Santa andava troppo
veloce, non fece in tempo a frenare, e investì,
uccidendolo, Paolo Calì, ventidue anni. Nell’editoriale
di ieri, sempre La Sicilia, scrive:
“Anche l’altra festa, quella della città per la
sua Santa, s’è dovuta purificare – niente fronzoli,
niente spari o luminarie, niente candelore.
Niente che assomigli a un festival”. Non
stiamo parlando di un giornalista stanco a cui
è scappata la mano, in quelle parole sta lo
zeitgeist (e pure la weltanschauung) di Catania:
una città dispiaciuta perché la festa religiosa
è stata costretta a “purificarsi” (questa
è la “logica” catanese), e perché sempre di
meno la celebrazione della Patrona assomiglia
a un “festival”. Nella mente del catanese
il Catania Calcio in seria A, Sant’Agata per le
strade del centro storico, e Pippo Baudo a
Sanremo si confondono e uniscono in una
gioia panica. Non è un paradosso o una provocazione.
Il giorno dopo gli scontri e l’omicidio,
nella piazza antistante il Cibali, si è svolto
regolarmente il “mercatino del sabato”:
mentre ancora si cercavano le prove, tentando
di ricostruire l’accaduto, qualche migliaio
di persone comprava mutande passeggiando
sulla scena del delitto.
Hanno parlato di “incomprensione
tra gli organi inquirenti e il
comune”, dal mio fruttivendolo dicevano che
se non gli facevano fare il mercatino, la bomba
carta, a Scapagnini, gliela mettevano direttamente
nel beverone antiaging. Sarà che
c’ho un fruttivendolo frequentato da intellettuali.
Posso testimoniare di una ragazza
che, il giorno dopo l’omicidio, la mattina era
indignata perché il suo ragazzo aveva preso
una storta alla caviglia e ce l’aveva con le forze
dell’ordine che non rispettano i tifosi, venti
minuti dopo sosteneva che il calcio deve
essere una festa, nel primo pomeriggio è andata
dal parrucchiere, e al tramonto era al
Cibali per depositare un mazzo di fiori guardandosi
attorno per vedere se c’erano telecamere.
Probabilmente la retorica l’ha convinta
a cambiare idea. Ieri, a Librino, tra una
mazza da baseball sulla quale era impresso
lo stemma del Catania Calcio, le pasticche di
ecstasy, un paio di fucili a pompa, è stata sequestrata
anche una spada stile “Kill Bill”:
si comprano a via Pacini, nel negozio d’armi
vicino alla pagoda laccata di rosso del ristorante
cinese, e di fronte alla coltelleria nella
quale è appena arrivata l’ultima novità, “il
centesimo”, un coltello lungo e sottile, del
diametro di una moneta da un cent.
In questo scenario si muovono le forze
dell’ordine, sdilliriando contro il governo
Prodi, e contro quelli che imputano qualunque
cosa alla mafia, mentre qui è esploso
tutto e i cittadini per bene si ritrovano a volte
inginocchiati davanti a Sant’Agata pregando:
“Santuzza, ridacci la mafia, quella di
una volta, quella vera”, perché si dice che
“una volta”, se un picciotto ammazzava un
poliziotto per motivi “futili”, la mafia te lo
accompagnava a pedate fino in questura, se
non te lo faceva direttamente trovare bruciato
tra la pietra lavica. Ma spesso si dimentica,
incolpevoli, che la “mafia vera”, in
Sicilia, è stata spesso nient’altro che propaganda,
almeno da quando, quella “vera” se
ne fuggì indignata a Nuova York.
Dieci, Cento, Mille Sigonella, perciò, in un
città dove le forze dell’ordine sono doppiamente
eroiche perché non si capisce, davvero,
per che cosa si rischia la vita. In un’isola
dove la politica “interna” non c’entra,
non ha i mezzi, né materiali né intellettuali,
forse non ha neanche la “missione”, e in
ogni caso Dio ce ne scampi. Speriamo soltanto
che la Sicilia abbia davvero un posto
nel cosiddetto “scenario internazionale”, e
che gli americani lo capiscano, che qui non
c’è più nessuno con il quale è possibile trovare
un accordo. In altre parole c’è bisogno
di qualcuno che ci dia una mano. Importateci
la democrazia. Per questo, a Catania, i
motivi “futili”, coincidono sempre più con la
politica estera.




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