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    Predefinito Libro di Toaff: rabbini al contrattacco

    Elio Toaff, storico rabbino capo di Roma, si è associato alla dura condanna del libro di suo figlio: sono assolutamente contrario
    Ariel Toaff, dolore e minacce «Usano mio padre contro di me»
    L' autore di «Pasque di sangue»: non mi fanno parlare con lui «Non voglio perdere il suo affetto per aver violato un tabù»

    ROMA - «Mio padre è un uomo di novantadue anni. Sarebbe stato giusto risparmiarlo. Tenerlo fuori da questa storia. Io mi sono comportato così. Avevo deciso di dedicargli il libro, ma ho rinunciato, proprio per non coinvolgerlo, per non nascondermi dietro il prestigio del suo nome. Per lo stesso motivo ho evitato di parlargli del libro, di farglielo leggere prima della pubblicazione. Ora invece è accaduto il contrario: mio padre viene usato contro di me. Il suo nome viene strumentalizzato per lanciare un interdetto contro il mio libro. Anche un tempo i rabbini erano soliti bruciare i libri proibiti. Prima però li leggevano». Ariel Toaff è un uomo turbato. Vive in Israele, insegna storia del Medioevo e del Rinascimento presso la Bar-Ilan University fin dal 1971. Ora è in Italia, a Roma, chiuso in albergo. «Sto cercando di mettermi in contatto con mio padre, ma invano. Non mi ci fanno parlare. Né posso andare a casa sua: il quartiere ebraico in questo momento non sarebbe sicuro per me. Preferisco non parlare delle minacce che ho ricevuto. Ho chiesto aiuto ai miei fratelli, Gadi, che vive a Salonicco, Daniel, che fa il giornalista alla Rai, e Miriam, che vive in Israele con suo marito, il professor Della Pergola. Spero di aver modo presto di parlare con mio padre, di potermi spiegare con lui. È vero, ho infranto un tabù. Ma non ho detto falsità contro la famiglia cui appartengo, contro gli ebrei». Il padre di Ariel, Daniel, Gadi e Miriam è Elio Toaff. La massima autorità morale dell' ebraismo italiano, una delle coscienze della nazione: amico d' infanzia di Carlo Azeglio Ciampi, storico rabbino capo di Roma. Anche Elio Toaff si è associato alla dura condanna del libro di suo figlio («Non sono affatto d' accordo con lui, anzi sono assolutamente contrario»), pronunciata in un comunicato dal presidente dell' Assemblea dei rabbini d' Italia, Giuseppe Laras, dal presidente dell' Unione delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, e da tutti i rabbini capi (compreso il successore di Toaff a Roma, Riccardo Di Segni). Il libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue, pubblicato in questi giorni dal Mulino, è stato recensito martedì scorso sul Corriere da Sergio Luzzatto, che l' ha definito «un gesto di inaudito coraggio intellettuale»: il mito dell' infanticidio e dei sacrifici umani non sarebbe solo una menzogna antisemita; in particolare viene riaperto il caso dell' atroce morte di Simonino, un bambino di Trento venerato fino al 1965 dalla Chiesa cattolica come beato. La famiglia protegge la riservatezza di Elio Toaff: l' anziano rabbino aspetta di leggere il libro del figlio, di conoscere le carte; certo novità così rivoluzionarie, che neppure - è il ragionamento affidato alle conversazioni private - negli anni più bui delle persecuzioni novecentesche sono state avvalorate dagli storici antisemiti, gli appaiono improbabili. Ma Toaff padre bada a sfuggire alla contrapposizione familiare, per lui particolarmente dolorosa; né intende condannare un libro prima di averlo letto con attenzione. Semplicemente, di fronte alla domanda di un giornalista, non ha potuto trattenersi dal ricordare che né la Torah, né la millenaria tradizione ebraica considerano lecito cibarsi del sangue degli animali, a maggior ragione di altre creature viventi. Anche Ariel Toaff vuole uscire dallo schema della contrapposizione in famiglia. Vuole anzi incontrare il padre per chiarirsi con lui in privato. «Non provo alcuna acrimonia nei suoi confronti; non potrei mai. È troppo grande il rispetto e l' amore che mi lega a lui. Ci separa una distanza fisica ma non di sentimenti, ogni volta che passo da Roma vado a trovarlo, abbiamo anche scritto un libro insieme. Questa volta non l' ho coinvolto nelle mie ricerche proprio per non creargli problemi: sarebbe stato considerato corresponsabile. E se anche gliene avessi parlato, oggi lo negherei, per lo stesso motivo. Per questo mi indigna che mio padre sia tirato in ballo e schierato strumentalmente contro di me e il mio lavoro. Non è la prima volta che su di lui vengono esercitate pressioni. Ad esempio quando ha espresso le sue perplessità, che condivido, circa la legge sul carcere per i negazionisti, è stato poi indotto a ritrattare». «Ora i rabbini hanno lanciato un interdetto non contro il mio libro, che non possono aver letto, ma contro la recensione di Luzzatto. Che peraltro era fedele. Contro di me usano argomenti falsi. So anch' io che non bastano le confessioni estorte sotto tortura per confermare un fatto. Proprio per questo sono andato alla ricerca di fonti documentali, le quali talora avvalorano quelle confessioni; che in casi come la morte di Simonino non rappresentano soltanto la proiezione dei desideri dell' inquisitore. Del resto, applicando lo stesso ragionamento alla storia dell' Inquisizione, neppure gli eretici e i marrani sarebbero mai esistiti. Non è così. So bene anche che la Torah e l'etica ebraica non consentono di sacrificare esseri umani o di cibarsi di sangue; ma questo non significa che questi crimini non siano mai stati commessi. Il mio saggio non avvalora affatto lo stereotipo diffuso nei secoli dalla propaganda cattolica; semplicemente non ha paura dei fatti. Purtroppo il comunicato dei rabbini dimostra che infrangere i tabù è pericoloso. E gli studi sugli infanticidi e l' uso rituale del sangue sono ancora un tabù, per gli ebrei. La bibliografia sull' argomento è sterminata; ma tutti i testi, sia quelli accusatori sia quelli apologetici, sono scritti da cristiani, antisemiti o filosemiti che siano. Mai un ebreo aveva finora affrontato l' argomento». «Pasque di sangue non è un libro scritto in un mese e mezzo. Sono 400 pagine, costituite per un terzo da documenti in nota, costate sette anni di lavoro. I rabbini l' hanno stroncato con un giro di telefonate. Ero e sono consapevole della delicatezza dell' argomento: per questo ho tenuto fermo il libro due anni. Ho chiesto l' aiuto di studiosi, che hanno potuto consultare il mio archivio in Italia. Mi sono rivolto a colleghi e allievi in Israele. Ho mandato capitoli interi da rileggere a esperti stranieri e italiani. Ho preferito non riferire nel libro alcuni casi, in cui non era perfettamente certo che le confessioni trovassero conferma nei documenti. Ma le reazioni prescindono dalle carte, dalla ricerca, dalla verità. Da anni dirigo una rivista di cultura ebraica; i finanziatori mi hanno appena telefonato per dirmi che o mi dimetto o la rivista chiude. Sto pagando un prezzo molto alto per aver violato un tabù. Sarebbe troppo se, per colpa di altri, a questo prezzo si aggiungessero la stima e l' affetto di mio padre». IL LIBRO *** Azioni e reazioni, istintive, viscerali, virulente dove i bambini, innocenti e inconsapevoli, divenivano vittime dell' amore di Dio e della vendetta. Il loro sangue bagnava gli altari di un Dio che si riteneva dovesse essere guidato, talvolta spinto con impazienza, a proteggere e punire

    Cazzullo Aldo

    http://archivio.corriere.it/archiveD..._070208051.xml

  2. #2
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    Predefinito

    da www.effedieffe.com

    Omicidi rituali: scontri e strategie
    Domenico Savino
    10/02/2007

    Raffigurazione del sacrificio di san Simonino ad opera degli ebrei di Trento

    La reazione dei rabbini non si è fatta attendere. Il Corriere della Sera aveva recensito il 6 febbraio scorso, con un articolo a firma di Sergio Luzzatto, un libro di Ariel Toaff «Pasque di sangue – Ebrei d'Europa e omicidi rituali» (edito da Il Mulino), in cui l'autore sostiene che la gravissima accusa rivolta per lunghi secoli ai giudei di uccidere ritualmente bambini cristiani per usare il loro sangue nelle celebrazioni pasquali, non sarebbe del tutto priva di fondamento.
    Secondo Toaff tra il XII e il XV secolo alcuni ambienti integralisti del giudaismo ashkenazita avrebbero effettivamente praticato riti del genere.
    Ha spiegato Toaff in una intervista concessa al Quotidiano Nazionale mercoledì 7 febbraio: «Questo libro l'ho scritto con sofferenza, proprio per la mia storia, per le mie origini. Mi sentivo la necessità di uscire dal mito. Oggi la ricerca consente di dire che 'l'accusa del sangue' non si può rivolgere a tutto l'ebraismo, né alla stragrande maggioranza di quello dell'epoca».
    Insomma il fenomeno sarebbe limitato a «gruppi fondamentalisti usciti dal trauma delle crociate e in particolare della prima […] vissuti nell'area di influenza tedesca, tra il Reno e l'Adige, membri di una comunità ashkenazita, che aveva visto i propri figli minacciati di essere forzatamente battezzati dai cristiani, crociati e no, e che a quella minaccia aveva dato una risposta di inusitata durezza […] Per impedire che ciò accadesse, e violando le norme dell'ebraismo, le madri uccisero i propri figli, i maestri [uccisero] i propri discepoli. Ebrei costretti a versare il sangue dei propri bambini, a farli morire in nome di Dio: un trauma da cui le popolazioni significative di quella comunità non si risollevarono e che per secoli portò gruppi fondamentalisti alla volontà di vendicarsi, colpendo i bambini dei figli cristiani. Da qui l'omicidio rituale. Il fondamentalismo ebraico era ben consapevole di essere andato oltre gli insegnamenti biblici e rabbinici. Tuttavia, avvertì la necessità di ancorare le proprie azioni a determinati testi biblici, anche stravolgendoli. E' il caso del sacrificio di Isacco, che per le comunità germaniche avvenne effettivamente, negando quindi il significato del patto biblico. Era necessario però fare così per giustificare minimamente l'uccisione dei bambini, propri o dei cristiani, per giustificare i riti basati sul sangue in occasione di Pesach, la Pasqua ebraica. Pensiamo ad esempio al pane delle azzime impastate col sangue [...] I fondamentalisti erano presenti in ogni comunità, ma quasi sempre agivano di nascosto dei capi e dei rabbini per paura di essere denunciati». (1)
    Il fenomeno avrebbe riguardato le comunità ashkenazite, stabilitesi cioè in area germanica e non quelle sefardite, perché - prosegue Toaff - «le comunità ebraiche ispano-portoghesi, prima della persecuzione, erano molto aperte al mondo circostante, non certo arroccate su se stesse come quelle tedesche».

    Parte significativa del volume è dedicata all'episodio del piccolo Simone di Trento, conosciuto nella pietà popolare cattolica come san Simonino, il caso forse più famoso di omicidio rituale, insieme con quello di Damasco, di cui fu vittima il padre Tommaso da Calangianus: «Non c'è dubbio che nella panoramica dei vari omicidi in Europa attribuiti agli ebrei quello del Simonimo si presenta come il più attestato, provvisto di una massa ingente di documenti contemporanei ai fatti, mentre gli altri casi si perdono generalmente nella leggenda», dichiara ad Avvenire monsignor Iginio Rogger, 87 anni, decano degli storici trentini, principale ispiratore della «Notificazione» del 28 ottobre 1965, con cui l'arcivescovo Alessandro Maria Gottardi, sentita la Sede Apostolica, disponeva una «'prudente rimozione' del culto autorizzato ancora nel 1588 da Sisto V, in nome dell' applicazione 'della regola scientifica che non può accontentarsi dell'autenticità formale e filologica di un documento, ma deve porsi il quesito della rispondenza alla realtà dei fatti'».
    Nella curia tridentina di rimettere mano al caso non se ne vuole neppure sentire parlare: «Proprio perché episodio ben preciso, esso presenta nomi, dati e circostanze ben chiare, sulle quali è stato fatto - non da me, tengo a precisarlo - un lavoro di ricerca storica molto accurato - precisa monsignor Iginio Rogger. Vedo, insomma, una sproporzione fra le tesi generiche annunciate finora nel libro di Toaff e la ricchezza di studi molto seri prodotta in tanti anni, anche dietro stimoli provenienti dagli ebrei. Resto peraltro disponibile a prestare attenzione alle conclusioni che uno studioso, ebreo o non ebreo, presenterà sulla base di un'indagine storica corretta, che tenga conto della bibliografia già esistente». (2)
    A smentire tanta granitica certezza starebbe però ora l'indagine storica di Toaff: «Le deposizioni degli imputati ai processi di Trento concordavano sul fatto che l' infanticidio di Simone sarebbe avvenuto di venerdì nei locali della sinagoga, posta nell' abitazione di Samuele da Norimberga, e più precisamente nell' anticamera della sala dove si raccoglievano gli uomini in preghiera. Questo ambiente, separato dalla sinagoga vera e propria da una porta, era destinato in mancanza di un matroneo alle orazioni delle donne. La porta comunque rimaneva aperta e, durante la liturgia del Sabato, le donne vi facevano capolino quando i rotoli della Torah venivano sollevati ed esibiti da chi officiava sull' almemor, prima della lettura del brano settimanale del Pentateuco. (...) La crocifissione di Simone sarebbe stata effettuata su un banco posto proprio nella cosiddetta 'sinagoga delle donne'. Il corpo del putto, ormai senza vita, sarebbe stato poi trasferito per le funzioni del Sabato nella sala centrale della sinagoga e deposto sull' almemor».


    Monsignor Iginio Rogger

    Al libro di Toaff, la reazione dei rabbini - come detto - è stata fermissima.
    «Non è mai esistita nella tradizione ebraica - si legge in un loro comunicato - alcuna prescrizione né alcuna consuetudine che consenta di utilizzare sangue umano ritualmente. Questo uso è anzi considerato con orrore».
    Parole sottoscritte dal presidente dell'assemblea dei rabbini d' Italia, Giuseppe Laras, dal presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, e da tutti i rabbini capi, come Riccardo Di Segni (Roma), Alfonso Arbib (Milano), Alberto Somekh (Torino), Alberto Sermoneta (Bologna) Giuseppe Momigliano (Genova), Joseph Levi (Firenze), Elia Richetti (Venezia).
    Si tratta, dicono i rabbini, di «tesi sconvolgenti», che ridanno vigore a uno degli argomenti più usati dall'antisemitismo di sempre.
    «Restiamo in attesa dell'uscita del libro di Toaff e aspettiamo a giudicare - ha detto Renzo Gattegna il presidente dell' Unione delle comunità ebraiche italiane - ma era importante ribadire che l'uso del sangue umano nella tradizione ebraica è assolutamente proibito».
    Avrebbe preso le distanza dal figlio anche il rabbino emerito Elio Toaff, mentre il suo successore Riccardo Di Segni ha dichiarato: «Una tradizione ebraica simile non è mai esistita, come non esiste alcuna prescrizione, nè alcuna consuetudine che consenta di utilizzare sangue umano ritualmente. L'unico sangue versato in queste storie è quello di tanti innocenti ebrei massacrati per accuse ingiuste e infamanti».
    La reazione è giustificatamente veemente.
    Ariel Toaff non è un Carneade qualsiasi e non è solo il figlio del rabbino emerito di Roma.
    Ariel Toaff è un'autorità nella sua materia: docente di Storia del Medioevo e del Rinascimento presso la Bar-Ilan University in Israele, ha pubblicato «Gli ebrei a Perugia» (Dep. di storia patria, Perugia, 1975), «The Jews in Medieval Assisi» (Olschki, 1979).
    Con il Mulino ha già dato alle stampe «Il vino e la carne. Una comunità ebraica nel Medioevo» (1989, tradotto in francese e inglese), «Mostri giudei» (1996) e «Mangiare alla giudia. La cucina ebraica in Italia dal Rinascimento all'età moderna».
    È inoltre autore di «The Jews in Imbria» (3 voll., 1994-1995) e dirige «Zakhor - Rivista di storia degli ebrei d'Italia».

    Per i cultori della materia questo volume appena uscito è di un interesse estremo ed è davvero sconvolgente.
    Senza infatti giungere ad una generalizzato riconoscimento della veridicità dell'accusa, questo è il primo testo che da parte ebraica ammette esplicitamente che la credenza negli omicidi rituali non è il frutto di proiezioni psichiche degli inquisitori cattolici o una menzogna antisemita.
    In passato, in verità, altri autori di origine ebraica, ma convertiti alla fede cristiana, avevano convalidato spontaneamente il fondamento e la veridicità dell'accusa.
    Ma qui la situazione è completamente diversa: qui si tratta di un professore di rinomata famiglia ebraica, che rivendica la propria appartenenza ebraica, che senza alcuna forma di costrizione, condizionamento, interesse, che non sia quello della ricerca storica ed anzi a rischio di mettere a repentaglio la propria reputazione e credibilità di studioso, afferma e documenta come l'«accusa del sangue» fosse una pratica effettivamente presente almeno presso alcuni gruppi di ebrei ashkenaziti.
    Non a caso Sergio Luzzatto, ebreo anch'egli e docente di Storia moderna all'Università di Torino, l'ha definito «un gesto di inaudito coraggio intellettuale».
    E' bene precisare che nel libro appena uscito l'indagine si sviluppa per un arco limitato di tempo, dal caso di Norwich (1144) a quello di Trento (1475) ed ignora quindi tutto l'arco di tempo successivo, che giunge di fatto sino ai giorni nostri o quasi, se è vero che all'indomani della fine della guerra e dopo Auschwitz, a Kielce, 42 ebrei furono uccisi dalla folla inferocita ed oltre cento furono i feriti gravi, per l'uccisione di un bambino di nove anni, Henryk Błaszczyk (3) e che in Polonia l'accusa pare sia sopravvissuta fino al 1964.

    Intanto Ariel Toaff contrattacca.
    In una intervista, concessa ad Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera, si indigna per il fatto che i rabbini abbiano coinvolto suo padre nella firma di un documento rivolto contro di lui ed alza il tiro: «Mio padre è un uomo di novantadue anni. Sarebbe stato giusto risparmiarlo. Tenerlo fuori da questa storia. Io mi sono comportato così. Avevo deciso di dedicargli il libro, ma ho rinunciato, proprio per non coinvolgerlo, per non nascondermi dietro il prestigio del suo nome. Per lo stesso motivo ho evitato di parlargli del libro, di farglielo leggere prima della pubblicazione. Ora invece è accaduto il contrario: mio padre viene usato contro di me. Il suo nome viene strumentalizzato per lanciare un interdetto contro il mio libro. Anche un tempo i rabbini erano soliti bruciare i libri proibiti. Prima però li leggevano». (4)
    La presa di posizione di suo padre lo amareggia: «posso solo immaginare le pressioni cui è stato sottoposto perché firmasse». (5)
    Proprio per questo Ariel Toaff vuole incontrarlo, per chiarirsi con lui in privato: «Non provo alcuna acrimonia nei suoi confronti; non potrei mai. È troppo grande il rispetto e l'amore che mi lega a lui. Ci separa una distanza fisica, ma non di sentimenti, ogni volta che passo da Roma vado a trovarlo, abbiamo anche scritto un libro insieme. Questa volta non l'ho coinvolto nelle mie ricerche proprio per non creargli problemi: sarebbe stato considerato corresponsabile. E se anche gliene avessi parlato, oggi lo negherei, per lo stesso motivo. Per questo mi indigna che mio padre sia tirato in ballo e schierato strumentalmente contro di me e il mio lavoro. Non è la prima volta che su di lui vengono esercitate pressioni. Ad esempio quando ha espresso le sue perplessità, che condivido, circa la legge sul carcere per i negazionisti, è stato poi indotto a ritrattare». (6)
    Poi denuncia di avere ricevuto già qualche telefonata minatoria (7) e rivela: «Sto cercando di mettermi in contatto con mio padre, ma invano. Non mi ci fanno parlare. Né posso andare a casa sua: il quartiere ebraico in questo momento non sarebbe sicuro per me. Preferisco non parlare delle minacce che ho ricevuto. Ho chiesto aiuto ai miei fratelli, Gadi, che vive a Salonicco, Daniel, che fa il giornalista alla Rai, e Miriam, che vive in Israele con suo marito, il professor Della Pergola. Spero di aver modo presto di parlare con mio padre, di potermi spiegare con lui. È vero, ho infranto un tabù. Ma non ho detto falsità contro la famiglia cui appartengo, contro gli ebrei». (8)

    Sul tema ha scritto in passato anche Anna Foa, che in un'intervista su La Repubblica chiarisce: «Mi limiterò, in questo mio intervento 'a caldo', a toccare il problema delle fonti, in attesa che gli storici affrontino e discutano queste tesi senza scomuniche ma anche senza apologie. Infatti, la domanda che ognuno, storico o non storico che sia, si è posta immediatamente alla lettura dell´articolo di Luzzatto, è su quali fonti Toaff abbia basato questo suo rivolgimento della tesi, ovunque condivisa dagli storici, che le accuse del sangue fossero invenzioni prive di qualunque realtà. Perché, per sostenere che gli ebrei, nel lungo spazio di oltre quattro secoli, hanno avuto l´usanza di uccidere ritualmente a Pasqua bambini cristiani, con tutte le implicazioni che questa affermazione comporta sul terreno dell´attualità, certo egli dovrebbe essersi imbattuto in una messe di fonti inoppugnabili, sfuggite finora all´attenzione tanto degli storici quanto dei giudici del passato, che si erano limitati a basare le loro condanne sulle testimonianze processuali. In realtà, non sembra proprio che Ariel Toaff abbia trovato fonti che rovescino l´interpretazione tradizionale. Districarsi nella gran mole delle sue eruditissime note è arduo, ma quando ci si riesce si ha la sensazione di ritrovarsi con nulla di concreto in mano. Il suo libro è infatti una reinterpretazione, basata sulla sua personale rilettura delle stesse fonti su cui gli storici si sono basati invece per respingere l´accusa: le fonti processuali. Queste fonti, Toaff le rovescia, passando frequentemente e con disinvoltura dal condizionale delle ipotesi all´indicativo delle affermazioni, le combina con grande maestria con altre fonti, una gran parte delle quali dichiarazioni di accusati o di neofiti oppure testi apologetici antigiudaici, a supporto della tesi del suo libro: che l´omicidio rituale sia stata una pratica abituale non di tutto il mondo ebraico, ma dell´area ashkenazita (cioè tedesca, a cui apparteneva anche la comunità di Trento), un´area caratterizzata da una forte chiusura nei confronti del mondo cristiano, in un periodo storico assai vasto, che va dai massacri di ebrei durante la prima crociata al primo Cinquecento. Prendiamo il processo di Trento, al centro del libro di Toaff, un caso molto studiato, la cui documentazione è stata in gran parte pubblicata qualche anno fa da Diego Quaglioni ed Anna Esposito. L´assunto da cui Toaff parte è che le deposizioni degli ebrei sotto processo a Trento siano generalmente veritiere, e questo per la sola ragione che sarebbero troppo concordanti e troppo particolareggiate per essere una pura invenzione dei giudici. Le stesse notazioni potrebbero provare l´opposto, come dimostrano molti processi, non ultimi quelli di stregoneria, in cui le donne sotto processo, richieste (sotto tortura, non importa quanto regolamentata) di denunciare i complici, si diffondono minuziosamente su eventi e narrazioni che sembrano appartenere al loro mondo, non a quello degli inquisitori. Ne dobbiamo dedurre che andare al sabba era una pratica femminile comune tra Trecento e Settecento?». (9)


    L'ex rabbino capo di Roma Elio Toaff

    Il giudizio sulla metodologia della ricerca e l'uso delle fonti è aspro pure nel comunicato dei rabbini del 7 febbraio: «È assolutamente improprio - afferma il comunicato - usare delle dichiarazioni estorte sotto tortura secoli fa per costruire tesi storiche tanto originali quanto aberranti. L' unico sangue versato in queste storie è quello di tanti innocenti ebrei massacrati per accuse ingiuste e infamanti».
    Ma Ariel Toaff replica: «I rabbini hanno lanciato un interdetto non contro il mio libro, che non possono aver letto, ma contro la recensione di Luzzatto. Che peraltro era fedele. Contro di me usano argomenti falsi. So anch'io che non bastano le confessioni estorte sotto tortura per confermare un fatto. Proprio per questo sono andato alla ricerca di fonti documentali, le quali talora avvalorano quelle confessioni; che in casi come la morte di Simonino non rappresentano soltanto la proiezione dei desideri dell'inquisitore. Del resto, applicando lo stesso ragionamento alla storia dell'Inquisizione, neppure gli eretici e i marrani sarebbero mai esistiti. Non è così. So bene anche che la Torah e l'etica ebraica non consentono di sacrificare esseri umani o di cibarsi di sangue; ma ciò non significa che questi crimini non siano mai stati commessi. Il mio saggio non avvalora affatto lo stereotipo diffuso nei secoli dalla propaganda cattolica; semplicemente non ha paura dei fatti. Purtroppo il comunicato dei rabbini dimostra che infrangere i tabù è pericoloso. E gli studi sugli infanticidi e l'uso rituale del sangue sono ancora un tabù, per gli ebrei. La bibliografia sull'argomento è sterminata; ma tutti i testi, sia quelli accusatori sia quelli apologetici, sono scritti da cristiani, antisemiti o filosemiti che siano. Mai un ebreo aveva finora affrontato l'argomento…». (10)
    Poi si sfoga: «Pasque di sangue non è un libro scritto in un mese e mezzo. Sono 400 pagine, costituite per un terzo da documenti in nota, costate sette anni di lavoro. I rabbini l'hanno stroncato con un giro di telefonate. Ero e sono consapevole della delicatezza dell'argomento: per questo ho tenuto fermo il libro due anni. Ho chiesto l'aiuto di studiosi, che hanno potuto consultare il mio archivio in Italia. Mi sono rivolto a colleghi e allievi in Israele. Ho mandato capitoli interi da rileggere a esperti stranieri e italiani. Ho preferito non riferire nel libro alcuni casi, in cui non era perfettamente certo che le confessioni trovassero conferma nei documenti. Ma le reazioni prescindono dalle carte, dalla ricerca, dalla verità. Da anni dirigo una rivista di cultura ebraica; i finanziatori mi hanno appena telefonato per dirmi che o mi dimetto o la rivista chiude. Sto pagando un prezzo molto alto per aver violato un tabù. Sarebbe troppo se, per colpa di altri, a questo prezzo si aggiungessero la stima e l'affetto di mio padre». (11)

    Anna Foa alla fine del suo articolo chiarisce la sua preoccupazione politica: «Un´ultima parola su una questione che non tocca la storia, ma la memoria. La memoria dell´uso che di queste accuse è stato fatto nel corso della Shoah è ancora troppo viva perché non si debba usare un certo riguardo nel ricostruire, e per di più senza reali supporti, immagini angosciose di ebrei che commerciano sangue umano. Se questo può spiegare il sensazionalismo, spiega anche l´emozione che lo ha accolto, che esige rispetto e toni smorzati». (12)
    Al contrario Toaff ritiene di aver fatto un servizio all'ebraismo, «ma anche ad Israele. L'ho pensato soprattutto - spiega - quando ho visto rabbini integralisti partecipare in Iran alla conferenza che voleva negare la Shoah. Sì, bisogna smascherare e neutralizzare ogni fondamentalismo religioso. Sia esso ebraico o islamico. E, in ogni caso, è molto più convincente l'immagine di un mondo ebraico non univoco, con delle frange aggressive e violente, che ripararsi dietro l'accusa di antisemitismo». (13)
    Un libro del genere non sarebbe mai potuto uscire senza la benedizione di una certa parte dell'establishment culturale, quella in fondo più raffinata, sottile e - come si dice - tollerante.

    Mi sorge un dubbio: ora che il teista Signore degli Eserciti dell'era Bush si appresta a lasciare il posto al dio deista dell'Era democratica, ora che la fase teo-con dopo il botto finale aprirà la strada a quella teo-dem, quale momento di stabilizzazione delle conquiste operate manu militari, quando il fondamentalismo non sarà più utile al progetto mondialista, giacchè l'hard- power deve cedere il posto al soft-power, quando verrà spiegato che sono tutti i fondamentalismi ad aver causato tutto il male e tutte le divisioni e tutte le guerre, apparirà inevitabile allora che tutte le fedi debbano essere abbandonate nel grande calderone di tutti i fondamentalismi, cui opporre dialetticamente il nuovo modello sinarchico di una fede che unisca tutti gli uomini, una fede tollerante, universalmente accettabile e razionale, che possa fungere da base spirituale su cui costruire la religione unica e unificante del Mondo Nuovo.
    E tra i fondamentalismi - non dimenticatelo mai - costoro ricomprenderanno sempre, anzi soprattutto, il cattolicesimo, specie se indisponibile a trasformarsi in una delle tante forme di sincretismo religioso.
    Una strategia vecchia e già conosciuta, cui anche il lavoro coraggioso di uno storico di valore e certo non complice può essere utile.
    Noi, senza cadere nella trappola, approfittiamo dell'opportunità di approfondire un pezzo di verità storica.
    Come insegna san Paolo: «Esaminate ogni cosa, trattenete ciò che vale». (1 Ts. 3, 5-21)
    Intanto il libro è uscito nelle librerie.
    Ve ne daremo conto.

    Domenico Savino
    Note
    1) Quotidiano Nazionale, «Erano davvero Pasque di sangue», mercoledì 7 febbraio 2007.
    2) Avvenire, Lo storico della chiesa trentina: «Simonino non perì per mano ebrea», Giovedi 8 febbraio 2007.
    3) Ruggero Taradel, «L'omicidio rituale», Editori Riuniti, Roma, 2002, pag. 298.
    4) Il Corriere della Sera, «Il dolore di Ariel Toaff: mio padre usato contro di me», Giovedi 8 febbraio 2007.
    5) Quotidiano Nazionale, «Erano davvero Pasque di sangue», mercoledì 7 febbraio 2007.
    6) Il Corriere della Sera, «Il dolore di Ariel Toaff: mio padre usato contro di me», Giovedi 8 febbraio 2007.
    7) Quotidiano Nazionale, «Erano davvero Pasque di sangue», mercoledì 7 febbraio 2007.
    8) Il Corriere della Sera, «Il dolore di Ariel Toaff: mio padre usato contro di me», Giovedi 8 febbraio 2007.
    9) La Repubblica, Giovedi 8 febbraio 2007.
    10) Il Corriere della Sera, «Il dolore di Ariel Toaff: mio padre usato contro di me», Giovedi 8 febbraio 2007.
    11) Il Corriere della Sera, «Il dolore di Ariel Toaff: mio padre usato contro di me», Giovedi 8 febbraio 2007.
    12) La Repubblica, Giovedi 8 febbraio 2007.
    13) Il Corriere della Sera, «Il dolore di Ariel Toaff: mio padre usato contro di me», Giovedi 8 febbraio 2007.

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    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 18/07 del 12 febbraio 2007, SantEulalia


    La verità su San Simonino e le condanne rituali

    Simonino, caso da riaprire
    Il professor Ariel Toaff non ha esitazioni: «Il caso del Simonino va riaperto, perché c'è ragione di ritenere verosimile l'infanticidio rituale, di Zenone Sovilla

    Il professor Ariel Toaff non ha esitazioni: «Il caso del Simonino va riaperto, perché c'è ragione di ritenere verosimile l'infanticidio rituale. Dopo otto anni di ricerche, ritengo di aver dimostrato che quella di Trento è una delle rare vicende che non si possono liquidare semplicemente come frutto delle diffuse calunnie antisemite».
    La tesi è frutto di una ricerca storica sfociata nel volume Pasque di sangue. Ebrei d'Europa e omicidi rituali (Il Mulino, 364 pagine, 25 euro), atteso oggi in libreria, che prima ancora di uscire ha suscitato reazioni di segno contrastante, compresa una protesta della comunità ebraica italiana cui appartiene lo stesso autore, che è anche docente universitario di storia in Israele.
    Professor Toaff, oggi la ricostruzione storiografica dell'episodio del piccolo Simone assolve la comunità ebraica trentina (venuta dalla Germania) e inscrive gli avvenimenti nel vasto ambito della propaganda antigiudaica. Al punto da ritenere false, in quanto estorte sotto dettatura tramite sevizie, le stesse confessioni degli ebrei accusati di aver ucciso il bimbo per utilizzarne il sangue nei riti pasquali di quel marzo del 1475. Lei, ora, ritiene di avere elementi per considerare veritiere quelle deposizioni: su che cosa basa le sue conclusioni?
    «Innanzitutto, bisogna contestualizzare. L'ebraismo germanico veniva da un periodo massacrante, aveva subito persecuzioni spietate in seguito alle crociate: uccisioni di donne e bambini, conversioni forzate, violenze crudeli. Si pensi che le madri arrivavano a sopprimere i figli, che i maestri assassinavano i discepoli, pur di evitare che fossero trascinati al fonte battesimale dai cristiani. Dopo questi fatti, alcune frange minoritarie svilupparono un forte desiderio di vendetta, speculare a quanto avevano subìto. In particolare, si trattava di comunità riconducibili all'epicentro ashkenazita dell'area di Norimberga, come quella presente a Trento».

    Veniamo al processo per la morte di Simone...
    «In sostanza, l'analisi di quegli atti e di altri documenti mi spinge a considerare inverosimile che i giudici avessero potuto mettere in bocca agli imputati, che si esprimevano in una sorta di ebraico tedesco, racconti così densi di riferimenti precisi alla tradizione, ai riti, alla memoria di queste comunità di area germanica. Non è possibile che i funzionari pubblici conoscessero tutto ciò, quindi quelle testimonianze non potevano essere frutto di un'estorsione né una proiezione del pensiero dei giudici».

    Come ha proceduto in questo suo lavoro di analisi storico-filologica?
    «Ho cominciato tralasciando gli aspetti più problematici della questione: la Pasqua, il sangue per le azzime di Pesach eccetera. Così ho verificato che per tutto il resto vi sono riscontri storici al cento per cento. Per fare un esempio, un teste menziona un conoscente, tale Asher, un ebreo condannato a Venezia per usura: ho controllato ed era tutto vero. A questo punto, mi sono concentrato sulle celebrazioni pasquali e ho comparato le deposizioni trentine con i testi delle comunità ebraiche presenti all'epoca in Germania: anche qui la corrispondenza è perfetta».

    Rimaneva il nucleo della controversia: l'ipotesi di omicidio rituale...
    «Sì, l'ultimo scoglio erano le testimonianze che facevano riferimento proprio al sacrificio del Simonino. Ed è qui che l'aspetto linguistico diventa fondamentale. Era un ebraico storpiato che si diceva aggiungesse un alone esotico e satanico su queste comunità. L'ho riportato alla pronuncia non italiana ma tedesca, ho cercato le possibili varianti semantiche e ho ricostruito riferimenti a un certo ambiente norimberghese dell'ebraismo. In questo modo è emerso chiaramente che il discorso in ebraico ashkenazita degli ebrei di Trento non poteva essere stato indotto da non appartenenti alla comunità. E dunque le confessioni si possono ritenere credibili. Non dimentichiamo che stiamo parlando di una minoranza di fondamentalisti che non erano rappresentativi dell'intera galassia religiosa: il mondo ebraico di allora era variegato quanto quello islamico oggi, che al suo interno alberga pure piccole frange di terroristi».

    Quindi lei sostiene che il caso di Trento fu un'eccezione e non nega affatto che gli ebrei in linea generale sono stati vittime di una calunnia storica anche in relazione agli infanticidi...
    «Certo, la grande maggioranza degli episodi di cui parliamo è stata attribuita impropriamente agli ebrei, in forza di una propaganda alimentata da gruppi di potere religioso, cattolici o musulmani. Se il caso di Cogne fosse avvenuto nel '400, la vulgata avrebbe incolpato gli ebrei. In realtà, per quanto mi risulta, da noi a essere problematica è proprio la singola vicenda di Trento: me ne occupo in otto capitoli del mio libro, nei quali una lunga serie di elementi conforta chiaramente la tesi che l'infanticidio sia effettivamente accaduto».

    Una conclusione che ha destato un certo sgomento nella comunità ebraica, a cominciare da suo padre, rabbino emerito di Roma...
    «Hanno protestato prima ancora di leggere il libro. Immagino che anche a Trento ci siano state reazioni. Io sono pronto al confronto, ma prima desidero che l'interlocutore si informi sulle mie ricerche. Chi mi risponde ricordando, tra l'altro, che la tradizione ebraica proibiva l'uso di sangue umano nei rituali non aggiunge nulla di serio all'analisi scientifica: qui stiamo parlando di schegge fanatiche che infrangevano quel divieto. D'altra parte, diversi colleghi che si sono avvicinati al mio lavoro concordano con la mia ricostruzione circa la presenza di quelle comunità ebraiche violentemente anticristiane che al loro interno contavano presenze assai virulente e aggressive. Al limite, può esserci qualcuno che conserva perplessità sull'ultimo anello della mia ricostruzione, cioè sull'omicidio rituale. Per parte mia, invece, ritengo non vi sia margine di dubbio sul piano storiografico. Perciò credo che a Trento sarebbe corretto riaprire quel capitolo sulla base dei nuovi elementi contenuti nel mio libro».

    Condanna dal mondo ebraico italiano per il libro di Ariel Toaff, figlio del rabbino emerito di Roma, Elio. Questi, con tutti e undici i rabbini e il presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, firma un documento di condanna delle tesi sostenute da Ariel Toaff, professore della Bar-Illan University in Israele, nel libro Pasque di sangue. Ebrei d'Europa e omicidi rituali (Il Mulino). Ovvero l'uso nel Medioevo di sangue cristiano per impastare il pane azzimo per la festa di Pesach, la Pasqua ebraica. Tesi «sconvolgenti» che ridanno fiato a uno degli argomenti più usati dall'antisemitismo, sulla scia della storia di Simone, bambino cristiano di Trento, morto nel 1475 e della cui uccisione furono accusati gli ebrei locali. Nel 1588 papa Sisto V autorizzò il culto del Simonino «martire» e solo nel 1965 una revisione del processo scagionò gli ebrei ritenendo false ed estorte con la tortura le confessioni. Ora Ariel Toaff, che ha studiato i processi agli ebrei in varie zone d'Europa, scrive che dal 1100 al 1500, nell'area compresa fra il Reno, il Danubio e l'Adige, alcune crocifissioni di bambini cristiani avvennero davvero, a opera di una minoranza di ebrei ashkenaziti fondamentalisti che sfidò il dettame biblico. Contro queste tesi i rabbini italiani ricordano che non è mai esistita nella tradizione ebraica «alcuna prescrizione né alcuna consuetudine che consenta di utilizzare sangue umano ritualmente». Un uso - hanno aggiunto - che è anzi considerato «con orrore», «è assolutamente improprio usare delle dichiarazioni estorte sotto tortura secoli fa - hanno aggiunto - per costruire tesi storiche tanto originali quanto aberranti. Ariel Toaff ha definito «obbrobriosa» la dichiarazione dei rabbini: «Se, prima di giudicare, avessero letto il libro se la sarebbero tranquillamente potuta risparmiare. E mi dispiace che abbiano trascinato anche mio padre».

    (Da L’Adige dell’ 8 febbraio 2007)

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