di Mauro Mellini, da www.giustiziagiusta.info
Se occorresse una prova per aver conferma che la giustizia italiana è una “giustizia deviata” basterebbero poche considerazioni sul caso del procedimento per la morte di Iraq di Nicola Calipari ad un posto di blocco americano dopo la liberazione della giornalista del “Manifesto” Giuliana Sgrena.
Intendiamoci bene: non siamo assolutamente in condizione di affermare o negare che il disgraziato e tragico incidente, che è costato la vita ad un funzionario italiano che aveva portato a termine fino a quel momento con fortunata capacità il compito di andare a salvare la vita e la libertà di una giornalista che, oltre tutto, aveva avuto forse più simpatia per i suoi rapitori che per i Servizi Segreti Italiani che poi hanno pagato così grave tributo per trarla d’impaccio, sia andato come sostengono gli americani o come è stato sostenuto da parte italiana, se vi sia colpa di chi a quel posto di blocco ha sparato o di chi guidava la macchina, per il modo come si è presentato etc. etc..
Crediamo che si sia persa e si stia perdendo un’occasione per smentire la nostra tesi circa il male oscuro della giustizia italiana e la congruità dell’aggettivo “deviata”, che meglio di ogni altro indica la condizione propria di tale malattia.
Ancora una volta, come sempre più spesso quando si è in presenza di casi di “devianza”, basta leggere il capo di imputazione. E vedere come con la formulazione di esso, si sia ritenuto di poter assoggettare il caso alla legge ed alla giurisdizione penale italiana.
Il soldato americano Mario Lozano (pare sia d’origine italiana, ma il cognome è quello del “Conde Lozano”, personaggio di un dramma di Guillen de Castro) ad un posto di blocco spara ad una macchina che sopraggiunge in modo che gli pare sospetto. La mala sorte fa che rimanga ucciso Calipari dei Servizi Segreti Italiani che portava all’aereoporto Giuliana Sgrena, e rimangano ferite altre due persone. Imputazione: omicidio volontario e lesioni gravi volontarie. E poiché Calipari era un funzionario “emanazione della Presidenza del Consiglio Italiano” il fatto avrebbe leso un interesse politico della Repubblica Italiana. Quindi: reato politico.
Dunque, secondo i P.M. ed il GUP di Roma: 1° in Iraq non c’è stata e non c’è una guerra; 2° nessuno ha mai inteso parlare di autobombe e di autisti kamikaze; 3° un soldato che commette errore nell’eseguire gli ordini e sbaglia a chi deve sparare (anche in questo caso si è parlato di “fuoco” amico, espressione, magari cinica, con la quale si definisce un tragico errore assai frequente durante i combattimenti) non commette reato colposo, ma doloso: vuole proprio ammazzare il civile etc.; 4° il caso dei tanti carabinieri e poliziotti che hanno sparato uccidendo persone ai posti di blocco in Italia e, al più, sono stati ritenuti responsabili di omicidio colposo non è mica analogo a questo; 5° non esistono più nel codice penale italiano gli articoli 51,52,53 ,soprattutto, l’articolo 55 del codice che stabilisce: “Quando nel commettere taluno dei fatti preveduti dagli articoli 51,52,53 e 54 si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’Autorità ovvero imposti dalla necessità, si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi…”.
Quindi, al più, si sarebbe dovuto parlare di omicidio colposo come ogni volta che la morte di taluno sia determinata da un errore, anche grave ed “imperdonabile”, e dalla violazione di una legge o di un regolamento.
Ma un omicidio colposo non avrebbe potuto comportare per un fatto commesso all’estero ed in mancanza di richiesta del Ministero della Giustizia, l’applicabilità della legge e della giurisdizione penale italiana, giacché l’”offesa di un interesse politico dello Stato” italiano, che qualifica come politico il reato e comporta automaticamente che si applichi legge e giurisdizione italiana si può riscontrare, ad esempio, nell’uccisione di un ambasciatore d’Italia a cagione della sua qualità, mai, sicuramente ed ovviamente, nell’omicidio colposo per un incidente automobilistico. Sostenere che sparare ad un’auto sconosciuta è reato politico perché c’è dentro un funzionario dei Servizi Segreti è tesi davvero ardita.
Insomma il soldato Lozano deve essere non salvato ma “accoppato”, per “chiarire le responsabilità”, magari anche quelle della guerra in Iraq e del rapimento della giornalista, benché compagna e pacifista (operata da partigiani combattenti, e mica da terroristi, come avrebbe detto un altro giudice che si è pronunziato sul reclutamento in Italia per le bande che in Iraq si dedicano a certe attività). Una qualifica, quella di combattente, implicitamente negata al soldato Lozano.
Una postilla è dovuta a queste considerazioni. E’ un po’ come la farsa che una volta si recitava nei teatri di paese dopo i drammi strappalacrime. La postilla è rappresentata dalla notizia che, dopo l’ordinanza del GIP Clemente Mastella, il giureconsulto di Ceppaloni, ministro mediatico della giustizia, non ha perso l’occasione per andare sui giornali. Ha fatto sapere di aver assicurato alla Vedova Calipari che chiederà l’estradizione del soldato Mario Lozano. Gli USA hanno già da tempo fatto sapere che non si sognano nemmeno di aderire, nell’eventualità di tale richiesta. Ma non possono impedire che Mastella possa dire di averci provato.
Ma, di fronte a tanta autorevolezza del sapere giuridico del titolare odierno di Via Arenula, chissà…Dio salvi il soldato Lozano? Via: non nominiamo il nome di Dio invano.




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