Lo stato continua ad allontanarsi dall’ economia e dai servizi. Il suo ruolo partecipe si era configurato tra le due guerre, con una presenza importante nel sistema bancario, nell’ industria pesante, nei servizi pubblici (trasporti, sanità, pensioni), nell’ energia. Era stato poi motore fondamentale per la ripresa dopo la seconda guerra mondiale.
La mancanza cronica di capitali dell’impresa privata italiana, trovava la sua compensazione in questa presenza pubblica. Non solo, ma il suo controllo dei prezzi di importanti beni di consumo, come il pane e la benzina, garantiva e calmierava il mercato.
Poi sono arrivati gli anni 80. Ha iniziato con le banche, poi le ferrovie, le telecomunicazioni, di fatto la sanità, in parte le pensioni. La parola d’ ordine è stata “privato” è bello. Lo stato non sa fare funzionare bene le cose, allora lo devono fare i privati. Si è ritenuto che il mercato e la concorrenza fossero la giusta cura, che selezionava i migliori. I migliori uomini, i migliori prodotti, i migliori prezzi. Ma è stato così? Il disastro delle ferrovie è davanti agli occhi di tutti, come la sanità (non privata, ma gestita privatamente), le telecomunicazioni che non offrono vera concorrenza, cosi’ come i liberi prezzi della benzina o dei generi alimentari.
Il principio “privato è bello” è fallito. Avevamo una società fortemente pervasa di socialità, di operatori economici pubblici che lavoravano, prima che per il reddito, per l’ interesse generale, per una idealità che va al di là del dio denaro, e l’ abbiamo persa. Abbiamo ottenuto in cambio un capitalismo di facciata, che nasconde rendite di posizione ed un falso mercato.
Se ad un certo punto lo stato ha cominciato a funzionare male nell’ economia e nei servizi… perché non si è cercato di capire cosa si poteva fare al proprio interno per tornare a dare efficienza ed economicità? Perché un imprenditore privato, che opera solo per il proprio utile economico, dovrebbe far funzionar meglio un qualcosa dello stato, che opera (o dovrebbe operare) per l’ utile di tutti? Perché non si è intervenuti sulla managerialità pubblica? Sulla formazione dei dirigenti dell’ IRI, ENI, delle Partecipazioni Statali, del Servizio Sanitario Nazionale, delle FS? Strutture, organismi, enti che per mezzo secolo hanno funzionato, assicurando sviluppo, benessere e servizi.
Vogliamo riflettere un attimo sui meccanismi politici e partitici di nomina dei vertici di queste “vecchie” strutture, da abbinare allo scadimento progressivo della classe politica? Sarebbe un esercizio penoso e umiliante, rispetto ad altre nazioni (es. Francia) dove le scuole della pubblica amministrazione costituiscono il top della managerialità, guardate con interesse ed ammirazione da tutti, a cominciare dagli imprenditori privati
Tutto questo con una complicazione non da poco. L’ integrazione esasperata nella comunità europea ha reso il processo forse irreversibile: lo stato ha rinunciato alla possibilità di una propria politica creditizia (leva dei tassi per il controllo della domanda interna), di una propria politica valutaria (leva dei cambi per riequilibrare la bilancia dei pagamenti) e di una propria vera leva fiscale, imbrigliata nei parametri degli accordi europei.
E adesso la ciliegina sulla torta… l’ Alitalia.
Non resta che aspettare con fiducia la trasformazione delle Forze armate in una Spa.




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