Dal Bresciaoggi di Lunedì 12 Febbraio 2007

Fino a mercoledì nella chiesa di San Cristo la celebre commedia dialettale diretta da Gerri.

Curt dei Pulì, sapore di brescianità
L’atmosfera nostalgica di un mondo passato, che non c’è più


«Quant ch’ i nas ié tucc bei/ quant’ ch’ i se spusa ié tucc sior/ quant ch’ i mor ié tucc bu...» E’ il retroterra dolceamaro della tradizione contadina, dal sapore vernacolare e vagamente reminescente di un’atmosfera da «Albero degli zoccoli», lo spettacolo che sabato sera ha riempito la chiesa di San Cristo, in via Piamarta. La «Curt dei Pulì» di Renzo Bresciani, rispolverata dal cassetto dopo 40 anni, non è un palinsesto teatrale comune, ma la storia tenera di tutti in generale e di nessuno in particolare, messa in scena con trepido affetto verso le proprie radici.
«La Curt dei Pulì» potrebbero essere i canti sbarazzini sull’aia della vostra nonna, se avete ascendenze popolari; potrebbero essere i giorni del grano gettato in aria, quando per separarlo dalla pula si celebrava la festa della vita semplice e gaia; potrebbe essere un girotondo di bambini, un carillon di ninne nanne e di nuovi nati, un crogiuolo di proverbi secchi di «zie putte» e di speranze nell’avvenire chiuse nel cuore segreto delle mamme, per cui «el mont l’ é tuta ’na cuna/ do pas de stele, 3 gose de luna». E’, questa corte, l’attaccamento al proprio dialetto come simbolo di identità, dove la commistione è portata da un italiano povero e ingenuo, usato di rado e per lo più stentoreo, da terza elementare; sono farsetti in cuoio e maniche rimboccate, profumo di tabacco, bucato pulito. A mezza via tra il liscio e la ballata, tra la sagra di paese e la stagione nei campi, ritorna l’eco di cosa fu mai una comunità agreste - quella bresciana - ricca di valori schietti, filastrocche didascaliche, serate di fronte al camino, poemetti orali, pettegolezzi di piccolo taglio, canzoni da tramandare.
Un’età dell’innocenza, dove la modestia, la religiosità, l’operosità si sono fatte coscienza, dove le fasi dell’anno seguono il giro di ruota della macina e i cicli lunari sugli almanacchi, dove i mesi della semina e della raccolta assumono i contorni a tinte dolci di una miniatura vivente su un libro d’ore medievale. Piccole genti di un paradiso perduto, che di primavera in primavera fervono per il preparativo di un matrimonio, o di un battesimo.
C’era sempre tempo per tutto, allora: per allevare i pulcini, per lasciar maturare la frutta, per conoscere il cuore d’un promesso sposo: «Murùs che ’l sospira/ o l’é fortuna o l’é disgrasia. Murus che se ritira/ l’é semper ’na gran grasia». E anche piccole tristezze domestiche, lacrime trepidanti come lumicini, occhi di rosario, lutti di piccoli putti che volano in cielo, sinceri, spauriti cordogli condivisi di paese.
E’ questa la fragile esistenza ordinaria scandita dalle lune vecchie e nuove, la nostalgia di un mondo rurale e migliore, che forse a Brescia sopravvive ancora sui muri scrostati di una qualche casa in disuso, il cui portone di legno logoro nasconde alla vista, forse, una «Curt dei Pulì», da cui si può avere la contemplazione di uno spazio notturno, il siderale del cielo, dove l’Orsa è lontana e guarda immobile e distratta gioie e dolori della povera gente.
Ma, dice la rassegnazione tipica della condizione semplice, «Così è sempre stato: quattro ore di sereno, per venti di buio».
Lo spettacolo replica fino a mercoledì, sempre alle ore 21. In scena Luciano Bertoli, Antonio Cavalli, Alessandro Mor, Gabriella Tanfoglio, Giuseppina Turra, Sara Martina Venosta; alla fisarmonica Oscar Del Barba, alla chitarra Simone Guiducci, tutti applauditi la sera della «prima». La regia dello spettacolo è di Lucio Gerri, la direzione artistica di Paolo Peli.
Maria Elena Loda