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I liberali della Margherita: «Il Manifesto del Pd è troppo concordatario, se resta così non ci stiamo»
di RUDY FRANCESCO CALVO
Il Manifesto per il Partito democratico comincia lentamente a conquistare una sua audience. E, di conseguenza, il dibattito sul testo inizia a montare. Certo, sottolinea Sergio Mattarella, uno dei “saggi” che hanno firmato il Manifesto, «il percorso non nasce oggi all’improvviso» e saranno i congressi di Ds e Margherita a «seminare altri possibili arricchimenti alla prospettiva del Pd». Ma già con questo documento un obiettivo «è stato pienamente centrato», come spiega il coordinatore dl Antonello Soro, che oggi parteciperà, insieme a Piero Fassino, al debutto di Partita democratica, la nuova trasmissione di Nessuno tv dedicata al dibattito sul Pd: «Il Manifesto corrisponde all’obiettivo indicato dal seminario di Orvieto: tradurre il complesso dell’elaborazione politica e culturale maturata in questi anni di esperienza dell’Ulivo in un testo capace di diventare il riferimento ineludibile per la fase costituente del Pd». E in vista dei congressi, Soro si dichiara fiducioso: «C’è una discussione nella quale chi non è d’accordo, giustamente, esprimerà la sua posizione. Confido che siano prevalenti le ragioni positive».
Alla fine è probabile che sia così, ma al momento le voci critiche non mancano, anche tra i più insospettabili. In una nota diffusa ieri, sei ulivisti doc come i liberali della Margherita Enzo Bianco, Natale D’Amico, Cinzia Dato, Maria Leddi, Antonio Maccanico e Valerio Zanone hanno minacciato addirittura la mancata adesione al nuovo partito se non sarà «riconsiderato l’obbligo del vincolo concordatario». Il Manifesto recita infatti: «Riteniamo che i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica siano stati validamente de- finiti dalla Costituzione e che ogni sviluppo di quei rapporti debba muoversi nel solco fissato dalla stessa Carta costituzionale ». Come spiega D’Amico, «questo testo presuppone una scelta concordataria anche per il futuro del nostro paese. Per chi si ispira a una tradizione liberale come noi, ma anche repubblicana, azionista e per- fino cattolico-liberale, è una scelta limitatrice e sorprende che venga imposta già dalla nascita del nuovo partito. Mi auguro che se ne possa discutere – afferma D’Amico – ma se bisognerà sottoscrivere per intero il testo del Manifesto, noi rimarremo fuori dal Pd».
La critica è condivisa anche da Lanfranco Turci (Rnp), osservatore esterno ma interessato al percorso del Pd. «Capisco questo disagio – confida a Europa – ha colpito anche me il richiamo alla Costituzione nel defi- nire i rapporti tra Stato e Chiesa. Più che il Manifesto del Pd, sembra quello di un partito democratico-cristiano. Se questo è l’atteggiamento di partenza, si può pensare che stiano costruendo un partito che non affronta gli ostacoli (come le difficoltà che stanno emergendo soprattutto in questo periodo sulla laicità dello Stato), ma li rimuove semplicemente dal percorso». E per il resto? «È un testo totalmente insapore.
Il dibattito politico è riportato indietro al ’700, col socialismo praticamente rimosso dalla storia del paese. Solo le parti programmatiche sono interessanti, ma starebbero meglio nel programma elettorale di una coalizione, più che nel Manifesto di un partito» Un commento critico viene anche dalla presidente di Libertà e giustizia Sandra Bonsanti, che sul sito dell’associazione nota: «Alla fine della lettura delle quindici cartelle rimane ancora il dubbio su quali siano le fondamenta ideali per costruire insieme il grande partito. La necessità di mettere d’accordo tutti e tutte le anime dei singoli aderenti ha probabilmente pesato sulla possibilità di scelte nette, di una prospettiva senza equivoci».