«Nulla a che fare con gli arabi»
La ricostruzione della figura del kamikaze è stata stimolata dagli attentati dell’11 settembre. Sono molti i giapponesi che si sono indignati per l’appropriazione della parola «kamikaze» al di fuori del contesto storico e culturale. «Quest’omologazione è insensata», insorge Iwao Fukagawa, che a 21 anni comandava una piccola unità di kamikaze: «I terroristi agiscono per odio e prendono di mira civili. Noi eravamo soldati che eseguivano un ordine e i nostri obiettivi erano militari». Iwao è sopravvissuto solo perché la sconfitta è arrivata prima dell’ordine di partire. Quasi 10.000 giovani morirono in queste operazioni. Eppure nel codice d’onore del guerriero non c’è traccia della tradizione di attacchi-suicidi. Lo Stato maggiore ricorse a questa tattica alla fine del 1944, quando la guerra iniziò ad andare male. La maggior parte delle forze navali e aeree era stata distrutta a Leyte, alle Filippine. È là, il 20 ottobre 1944, che i kamikaze fecero la loro comparsa. I soldati erano arrivati per combattere fino alla fine e preferivano una «morte d’onore» alla cattura: era la prima volta che piloti ricevevano l’ordine di gettarsi sul nemico. I kamikaze si moltiplicarono tra aprile e giugno 1945, in occasione della battaglia di Okinawa. Più di 3.000 presero parte e praticamente tutti morirono. Il tasso di successo fu misero: appena il 10 per cento raggiungeva l’obiettivo. «I piloti avevano talvolta meno di 100 ore di volo - ricorda Iwao Fukagawa - Spesso, i loro apparecchi erano “bare volanti”, in cattivo stato e senza abbastanza combustibile per il rientro».


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