In realtà se fosse possibile tornare indietro nel tempo, a quegli anni, i veri idealisti dovrebbero essere cercati del tutto altrove. Un bellissimo documento inedito, appena riemerso, ci indica un nome (a lungo infangato): Luigi Calabresi, più noto come “il Commissario Calabresi”, il giovane poliziotto massacrato a 34 anni dalla violenza estremista. Sì, lui davvero era un grande idealista.
In questo suo bellissimo scritto – anticipato ieri da Avvenire – si legge: “Ancora qualche settimana e sarò Commissario di Pubblica Sicurezza. Lo dico perché sappiate in quale mondo sto per entrare con queste mie idee. Ma è una strada che ho scelto per vocazione, perché mi piace, perché sono convinto, perché costituisce una prova difficile. Avrei molti altri modi di guadagnarmi uno stipendio, ma sono affascinato dall’esperienza che può fare in polizia uno come me, che vuol vivere una vita profondamente, integralmente cristiana. Io sono giovane. Ma riandando indietro con la memoria, mi pare che un tempo il metro con cui si valutavano gli uomini era diverso. Si valutavano per ciò che erano, per ciò che rappresentavano, per la posizione e la stima di cui godevano, per il gradino che occupavano nella scala sociale e così via. Oggi invece conta il successo, questa medaglia di basso conio che su una faccia porta stampato il denaro e dall’altra il sesso”. Sappiamo come Calabresi fu accusato dopo la tragica fine di Pinelli, pur non entrandoci affatto. Il linciaggio morale a cui fu sottoposto, a rileggerlo sui giornali della Sinistra del tempo (e a ricordare le piazze di allora), fa spavento. A Giampaolo Pansa confidò: “Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non so come potrei resistere”. Anche Enzo Tortora fu testimone di questi fatti e scrisse di Calabresi: “Credeva in Dio, fermamente. Quando una volta gli chiesi, nel periodo più buio delle accuse, degli attacchi, degli insulti, come faceva a resistere, senza mai un cedimento di nervi, senza uno scatto, a quell’autentico linciaggio morale a cui era sottoposto, mi rispose sorridendo: ‘E’ semplice, credo in Dio. E credo nella mia buona fede. Non ho mai fatto nulla di cui possa vergognarmi. E non odio nemmeno i miei nemici; ho angoscia per loro, non odio. E’ una parola – odio – che proprio non conosco’ ”.
Era vero. Calabresi era sempre stato un eroico servitore dello stato, pieno di sensibilità cristiana. E’ nota la foto uscita sul Corriere della sera il 22 novembre 1969 dove si vede il giovane commissario che soccorre Mario Capanna, sottraendolo all’aggressione di alcuni suoi avversari. Poi arrivò l’attentato di Piazza Fontana e il caso Pinelli. Poi arrivò l’assassinio di Calabresi, il 17 maggio 1972. Il suo nome ha continuato a essere un tabù per il pensiero dominante (nessuna sala del Senato gli è dedicata come invece è accaduto per certi “manifestanti”). La generazione del Sessantotto è da tempo al potere e con il potere pretende anche la gloria. Ma la gloria non le spetta. La gloria spetta a un uomo buono e infangato come Calabresi. Morto ammazzato. E la gloria vera. E’ notizia di ieri infatti che il cardinal Ruini ha dato il nulla osta per l’avvio del processo di beatificazione del commissario (la bella pagina di Avvenire di ieri evidentemente preparava questo annuncio). Per decenni né le istituzioni, né i moderati, né i cattolici hanno ricordato quest’uomo. E’ emblematico che la notizia sia uscita ieri mentre andava in scena l’avvilente sceneggiata della Sinistra per tenere le sue poltrone.
Dobbiamo dirlo e forse gridarlo: “la meglio gioventù” fu incarnata da Luigi Calabresi. Ed è giusto che sia la Chiesa a farcelo capire, nel nome di quel Dio che “disperde i superbi nei pensieri del loro cuore, che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili”.
di Antonio Socci. L'articolo è stato censurato e tagliato, togliendo le valutazioni politiche.




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