Roma. Forse l’idea di un compromesso storico fra ex comunisti e democristiani (non più tanto ex) si è affacciata sul serio nella mente dalemiana, ma in questo momento rappresenta per gli udc di Pier Ferdinando Casini più una frustrazione momentanea che non un sogno attingibile.
Perché il transito di Marco Follini nella maggioranza ha complicato le cose e ritardato certi appuntamenti non scritti.
E perché, sebbene Bruno Tabacci sostenga a ragione che “Pier e Marco sono destinati a reincontrarsi”, è evidente che la sfida principale di Casini si gioca ancora nel centrodestra.
Con tutto il fastidio possibile per un partito che nella crisi prodiana aveva intravisto la possibilità di diventare centrale nella gestione d’un governo d’emergenza (e non ha ancora smesso di sperarci).
Quando chiedeva al presidente Giorgio Napolitano di allestire un esecutivo di “responsabilità nazionale”, Casini aveva nel cuore un’offerta inviata da Piero Fassino e Francesco Rutelli.
Sono stati loro i primi legati della maggioranza a muoversi nel momento in cui la crisi sembrava ingestibile, sapendo di trovare un ascoltatore interessato in Casini e un probabile subalterno in Gianfranco Fini. E sono sempre loro – mentre D’Alema fa l’ecumenico invitando a negoziare anche con Forza Italia – a tenere vivo un dialogo residuo perfino adesso che Marco Follini ha salvato Romano Prodi.
Come spiega il centrista Mario Baccini, “l’appuntamento con le larghe intese è soltanto rinviato. I Ds ci hanno cercato e abbiamo studiato assieme una soluzione, poi hanno ceduto per paura. Adesso l’Udc si ritrova schiacciata nel perimetro del vecchio centrodestra e farà del suo meglio per rimarcare le differenze. Già nel congresso nazionale di aprile la questione verrà messa agli atti”.
Lo spazio di manovra dunque si assottiglia e si circoscrive intorno alla legge elettorale. Ogni eventuale rimescolamento fra bipolaristi e non, ogni segnacolo d’una nuova stagione politica dovrà infatti manifestarsi insieme con la riforma del sistema di voto. Sulla scrivania di Casini c’è un’offerta ulivista (ma non prodiana) che somiglia al sistema elettorale tedesco.
Proprio quel che vagheggia l’ex presidente della Camera, e lo ha ripetuto di nuovo in polemica con Silvio Berlusconi. E’ ciò che sta bene anche alla Lega di Umberto Bossi, preoccupata dalla marginalità cui verrebbe consegnata se passasse lo schema bipartitico dei referendari guidati da Giovanni Guzzetta, e ben visti invece dai finiani. “Se non prima sull’Afghanistan – conclude Baccini – è qui che la crisi può ripresentarsi”.
Sfuggita l’occasione di commissariare la legislatura, Casini è dell’idea che l’Udc debba rimanere alternativa all’Unione così com’è, tornando semmai a offrire la propria disponibilità su alcuni punti specifici. Più di questo è difficile pianificare, dal momento che un’alternativa all’attuale bipolarismo si può costruire soltanto se una parte di Forza Italia – da Claudio Scajola e Giuseppe Pisanu in giù – rispondesse alla chiamata neocentrista.
Questa risposta è mancata anche la scorsa settimana, quando ogni partito è sembrato in libera uscita dalle rispettive coalizioni e i leader non parevano in grado di cementare i confini. Il sistema proporzionale rappresenta una bandiera irrinunciabile dei casiniani, tatticamente condivisa con la sinistra massimalista.
Il leader dell’Udc ha lasciato che mercoledì Francesco D’Onofrio inviasse dal Senato un ultimo segnale: “La crisi non è banale ma è politica, la transizione dev’essere conclusa”.
Ma Casini non sembra fidarsi di Fassino e D’Alema – “guardiani del potere prodiano”, si commenta con delusione fra centristi – e più di loro è impensierito dal fatto che per qualsiasi riforma possa rivelarsi determinante l’assenso di Berlusconi.
In Forza Italia i proporzionalisti alla tedesca non mancano. Come Giulio Tremonti, estensore con Giuliano Urbani, nel 1999, d’un disegno di legge che propone il sistema tedesco accompagnato però da sfiducia costruttiva e norme antiribaltone.
Ma il Cav. considera da sempre la questione come “un falso problema” e teme che riaffiorino le solite manovre:
“Tornare al sistema tedesco vuol dire buttare all’aria il bipolarismo introdotto in Italia anche grazie a me e alla mia forza politica”.
Fosse per lui si potrebbe votare subito con la legge vigente. Oggi ne parlerà alla Camera e lo farà in modo forte. Interverrà anche Fini e allora sarà più chiaro cosa vuole Alleanza nazionale, oltre alla caduta dell’attuale esecutivo.
Per ora si sa cosa preoccupa gli ex missini: “Prodi non deve utilizzare la questione elettorale per andare avanti altri due anni”, dice Altero Matteoli. Per il capogruppo di An al Senato, “nell’Unione c’è un pokerista principale e non è Prodi. E’ D’Alema”.
An siede accanto a Forza Italia:
“In un paesaggio completamente frammentato, ci sono almeno due partiti che insieme rappresentano quasi il 40 per cento dell’elettorato”.
Così pare, ma tra i finiani non tutti ne sono sicuri. Ieri il capo di An è stato molto diplomatico nel respingere l’ipotesi che il Cav. ce l’avesse con lui quando sbottava contro “i politicanti della Cdl”.
Che Berlusconi sia indispettito con Fini è un fatto indiscutibile almeno come innegabile è l’ansia finiana di subentrare a Berlusconi nella guida del centrodestra. Tuttavia la circostanza li costringerà a riavvicinarsi.
Alessandro Giuli su il Foglio di oggi
saluti




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