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    Predefinito E la FED perde il controllo....

    COME LA FED HA PERSO IL CONTROLLO DELLA QUANTITA’ DELLA MONETA

    DI AXEL MERK
    Merk Hard Currency Fund

    Il mondo è inondato di denaro liquido. Questo denaro ha invaso tutti i tipi di beni, dalle azioni alle obbligazioni, dalle proprietà ai beni di consumo. Dovremmo goderci il boom oppure prepararci per la crisi? Ascoltiamo l’adagio di Wall Street e seguiamo il denaro.

    Dopo l’esplosione nel 2000 della bolla speculativa sui titoli tecnologici, le autorità statunitensi e asiatiche hanno messo in moto un treno del quale hanno perso il controllo. Nello sforzo di preservare la spesa per il consumo degli Stati Uniti, la FED ha abbassato i tassi di interesse; il governo ha abbassato le tasse e le autorità asiatiche hanno tenuto artificialmente deboli le loro valute per dare un sussidio alle esportazioni verso i consumatori americani.

    Queste politiche hanno portato ad una delle crescite più lunghe di sempre della spesa al consumo negli Stati Uniti. Questa non è stata negativa dall’inizio degli anni ’90. Però ad alimentarla non è stato un aumento del potere di acquisto, bensì l’apertura di credito. Fino ad un anno fa, i consumatori hanno approfittato di tassi di interesse di un livello basso inusuale per stamparsi il proprio denaro impegnando parte del valore della propria casa.

    Questa forma di finanziamento si sta esaurendo a causa della mancata crescita dei prezzi delle proprietà ed i rifinanziatori (cioè coloro che fornivano questi prestiti a consumatori finanziariamente vulnerabili) stanno attraversando delle difficoltà. Proprietari più prudenti non sono stati ancora influenzati visto che comprano le case sulla base di tassi di interesse di lungo termine; questi fino a dicembre sono stati inusualmente bassi. Ma nelle ultime settimane questi hanno fatto registrare un forte rialzo, e saremo in grado di vedere le prossime e ben più pesanti pressioni che eserciteranno sul mercato delle proprietà. In tale fase vedremo una contrazione della quantità di moneta: il denaro che ha alimentato non solo il mercato delle proprietà, ma anche la spesa al consumo, le azioni, le obbligazioni ed i beni, può dissiparsi.

    Perché il valore dei patrimoni ha continuato a salire nonostante la stasi dei prezzi delle proprietà? I consumatori non sono stati l’unica fonte di creazione di denaro. Le aziende statunitensi hanno creato la loro parte di denaro accumulando contante dalle attività con flusso di cassa positivo; ma gli amministratori delle società sembrano privilegiare l’investimento all’estero, fornendo solo uno stimolo limitato alla crescita della quantità interna di moneta.

    Una vasta fonte di offerta di moneta è di natura puramente finanziaria, è volatile, o meglio: da una moneta volatile si aveva una bassa volatilità sui mercati. La volatilità nei principali mercati era a un livello basso da record (o quasi) l’anno scorso. Con bassa volatilità, i rendimenti su investimenti rischiosi sono bassi; quando questi sono bassi, gli investitori sono incentivati ad utilizzare più capitale preso in prestito e stare tuttavia nella loro zona di sicurezza. Quello che può sembrare un concetto astratto ha spinto i mercati finanziari nella stratosfera.

    Due gruppi sono stati più aggressivi ad avvantaggiarsi di questo: gli hedge funds e le istituzioni che creano i derivati finanziari. Prendiamo come esempio un rapporto del Financial Times a dicembre scorso: questo riferiva che Citadel Investment Group, un gestore di hedge funds, aveva 5.5 miliardi di dollari di spese di interessi su un patrimonio di solo 13 miliardi. Il gruppo di hedge fund normalmente si fa prestare 100 miliardi. Notate però che questo è solo l’indebitamento visibile sui rapporti finanziari; i mezzi investiti potrebbero essi stessi portare un indebitamento ulteriore.

    Il mondo dei derivati del credito ha visto una crescita esplosiva. Trichet, presidente della BCE, ha avvisato durante il World Economic Forum di Davos, che l’esplosione dei mercati dei derivati è un rischio per la stabilità dei mercati finanziari. Specificatamente, si è lamentato che il loro prezzo sul mercato sottostima i rischi legati ad essi. Con il premio sui rischi a livello basso record, coloro che emettono i titoli derivati possono prendere in prestito denaro ad un tasso molto vicino al tasso ufficiale della FED. Pertanto non c’è bisogno che la FED stampi denaro, perché tutti possono farlo. Questo è precisamente ciò che sta accadendo; comunque il credito creato non è senza rischi; nella maggior parte dei casi i crediti derivati hanno rischi che solo quelli che li emettono conoscono.

    Un anno fa la FED ha smesso di pubblicare M3, un indice di misurazione di ampio respiro dell’ offerta di moneta sul mercato. Solo perché perdi il controllo di una cosa, non significa che non dovresti tenerla sott’occhio. Tra le maggiori banche centrali, solo la BCE presta molta attenzione all’offerta di moneta.

    Perché la FED non interviene e prova a limitare gli eccessi dell’industria del credito? Noi abbiamo trovato la risposta tornando al consumatore: se la FED facesse qualcosa riguardo la crescita a spirale del mercato dei derivati, la stretta imposta molto probabilmente andrebbe a discapito del consumatore. Normalmente una recessione non spaventerebbe la FED, ma la globalizzazione ha messo sul tavolo del suo presidente [governatore ndt] Bernanke paure deflazionistiche. Restringere il credito causerebbe un collasso nel mercato immobiliare e nella spesa al consumo; quello che è stato una grossa crescita si trasformerebbe in una grossa caduta.

    La paura ricade anche sul dollaro: come conseguenza del disavanzo della bilancia commerciale, gli operatori stranieri devono comprare ogni giorno più di 2 miliardi di titoli in dollari statunitensi, solo per evitare la caduta del dollaro. Con il rallentamento dell’economia statunitense, gli stranieri potrebbero avere uno stimolo a investire da qualche altra parte. Il prezzo crescente dell’oro mette in evidenza che molti investitori pensano che la FED preferisca piuttosto una continuazione dell’espansione monetaria che una forte contrazione. Appunto il presidente Bernanke ha appunto reso chiaro nelle sue pubblicazioni che è a favore di stimoli monetari a spese del dollaro al fine di mitigare i sacrifici della popolazione.

    Le forze di mercato proveranno a fermare questa espansione del credito. Mentre uno scenario di crisi con l’implosione degli hedge fund ed un’espansione al settore finanziario è possibile e probabile, non c’è bisogno di una crisi per mettere fine alla festa. Quello di cui abbiamo bisogno è una crescente volatilità che abbiamo già visto nel mercato dei beni e delle obbligazioni; i mercati di equity e di cambio hanno già dato segni di un ritorno di una maggiore volatilità. Con la crescita di questa, gli speculatori probabilmente abbasserebbero il loro indebitamento. A nostro giudizio, il rallentamento dell’economia indotto da un aumento della volatilità potrebbe essere sufficiente a incoraggiare la FED ad allargare ancora una volta la politica monetaria. Qualunque allargamento in questo contesto, avrebbe a nostro avviso un effetto negativo sul dollaro.

    Axel Merk
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  2. #2
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    è corretto

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  3. #3
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    Il mancato controllo dell'aggregato M3 non è pericoloso?

    Non staremo mica rischiando di tornare alle politiche inflazionistiche di tipo keynesiano?

  4. #4
    Fiamma dell'Occidente
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    Citazione Originariamente Scritto da Lib. Centrista Visualizza Messaggio
    Il mancato controllo dell'aggregato M3 non è pericoloso?

    Non staremo mica rischiando di tornare alle politiche inflazionistiche di tipo keynesiano?
    Siamo già in pieno Keynesismo. Detto questo il mancato controllo di M3 è il sintomo migliore dell'ignoranza economica dei Kapi delle banche centrali, i quali non hanno idea di cosa sia l'economia austriaca e puntualmente usano l'inflazione come strumento.
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  5. #5
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    Siamo già in pieno Keynesismo. Detto questo il mancato controllo di M3 è il sintomo migliore dell'ignoranza economica dei Kapi delle banche centrali, i quali non hanno idea di cosa sia l'economia austriaca e puntualmente usano l'inflazione come strumento.
    Tu parli da sprovveduto, la Fed ma anche la BCE stanno agendo cosi con premeditazione e malafede. L´aggregato m3 esplode e´ vero, produce inflazione e´ vero, ma chiediti a chi porta vantaggio tale esplosione, se dai la risposta corretta ti accorgerai che non puö essere ignoranza.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da ordineteutonico Visualizza Messaggio
    Tu parli da sprovveduto, la Fed ma anche la BCE stanno agendo cosi con premeditazione e malafede. L´aggregato m3 esplode e´ vero, produce inflazione e´ vero, ma chiediti a chi porta vantaggio tale esplosione, se dai la risposta corretta ti accorgerai che non puö essere ignoranza.
    A differenza di te che non hai nemmeno una lontana idea dell'economia austriaca io so distinguere la malafede dall'ignoranza, e ti posso garantire che è almeno la somma di due fattori la politica disastrosa delle banche centrali e degli Stati interventisti. Io so perchè la moneta deve essere lasciata al mercato e non drogata dagli Stati, che appena la toccano provocano disastri, tu al massimo puoi imputare l'inflazione al complotto demoplutogiudaico quando invece non è ad esso imputabile ma alla somma di ignoranza e malafede dei Principi e dei consiglieri dei Principi dell'era moderna.

    Se rinunciano a misurare M3 -e non solo a "pubblicare" M3- lo fanno SIA per coprire un trend SIA perchè lo reputano veramente inutile in quanto non più sotto il loro controllo, e non mi venire a dire che non esiste un banchiere centrale che abbia dei principi perchè sarebbe molto da sprovveduti pensare che non ci sia nemmeno una persona onesta. La BCE per esempio è largamente composta da persone oneste che pure sono ignoranti, a differenza della FED che ha un più ampio tasso di malafede.
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  7. #7
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    Siamo già in pieno Keynesismo. Detto questo il mancato controllo di M3 è il sintomo migliore dell'ignoranza economica dei Kapi delle banche centrali, i quali non hanno idea di cosa sia l'economia austriaca e puntualmente usano l'inflazione come strumento.
    Da quanto tempo siamo di nuovo in pieno keynesismo?

    E perchè non c'è ancora pressione sui prezzi?

  8. #8
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    qui c' e' ancora qualcuno che cerca di ribadire la frola che la politiaca degli spacciatori di moneta-carta ( le " banche centrali " ) dipenda dai governi degli stati e non viceversa ...

    ma ammettiamo questa favoletta come vera .. Allora se. non i governi nel nome dei loro stati , CHI nel mitico " mercato" dovrebbe stampare e spacciare la moneta-carta ricavandone l' ovvio lucro del signoraggio ? ..
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

  9. #9
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    Da quanto tempo siamo di nuovo in pieno keynesismo?

    E perchè non c'è ancora pressione sui prezzi?
    Perchè l'inflazione non coincide con l'aumento dei prezzi, l'inflazione è l'aumento della massa monetaria, il quale puo' esserne una conseguenza.

    Leggi questo articolo, che posto integrale perchè fa bene a tutti, nella parte che io grassetto...


    L'investimento in Oro da una prospettiva "Austriaca" (III)

    di Guglielmo Piombini

    Fino a quando l’oro è stato usato come moneta la gente comune che non aveva il tempo né le capacità di occuparsi di questioni finanziarie disponeva di un metodo molto semplice per conservare il valore dei propri risparmi: accumulare contanti

    Oggi invece una strategia del genere sarebbe suicida, e per questo motivo il pubblico dei risparmiatori è praticamente obbligato a rivolgersi a qualcuno che sappia “far fruttare” il denaro, cioè a tutti quegli investitori professionali (banche, gestori di fondi, broker, promotori) proliferati nel frattempo.

    Tuttavia anche oggi coloro che volessero mettere i propri soldi in un posto sicuro, disinteressandosi di essi e andandoli a riprendere dopo dieci o vent’anni, non sbaglierebbero ad investirli in oro. Infatti, se si confronta il prezzo dell’oro con quello dei prezzi al consumo dal 1968 al 2002, si vede che il metallo giallo, a differenza di altre materie prime, si è più che difeso dall’aumento dei livelli di inflazione nei paesi dell’Ocse, con un rendimento reale annuo positivo, quindi al netto dell’inflazione, dell’1,14 percento.

    L’oro, rispetto alle valute e in genere alle attività finanziarie, dispone di un vantaggio dal punto di vista della sicurezza: qualsiasi attività finanziaria, dalle valute alle obbligazioni alle azioni è in realtà una passività che fa capo ad un soggetto (lo Stato o le imprese emittenti); l’oro, al contrario, non rappresenta un debito di nessuno; tale caratteristica lo rende un bene che non comporta rischi di credito o d’insolvenza, e che non può essere svalutato da azzardate politiche economiche. (19)

    In generale, l’oro è un investimento difensivo, perché il suo prezzo tende a non perdere valore quando le condizioni economiche peggiorano: periodi di conflitti politico-militari, fasi di stagnazione del ciclo economico, periodi di alta inflazione e alti tassi d’interesse finiscono per impattare positivamente sul prezzo dell’oro. Il prezzo dell’oro si muove quindi generalmente in direzione opposta rispetto agli altri beni finanziari, come le azioni, i Buoni del Tesoro e le obbligazioni.

    L’oro è anche correlato in maniera inversa alle valute come il dollaro e l’euro, per cui è ragionevole acquistarlo se ci si aspetta una loro svalutazione.

    Durante i turbolenti anni Settanta, caratterizzati da una forte inflazione e recessione (stagflazione), il prezzo dell’oro schizzò infatti da 35,00 dollari l’oncia del 1970 fino all’incredibile prezzo di 850 dollari l’oncia nel 1980 (un’oncia troy corrisponde a 31,1035 grammi). Nei due decenni successivi, tuttavia, in Occidente si ebbe un calo dell’inflazione ed una ripresa dell’economia, trainata dai boom del periodo reaganiano degli anni Ottanta e del periodo clintoniano negli anni Novanta. Non si verificarono quindi i temuti scenari iperinflazionistici, e di conseguenza l’oro perse gran parte della sua attrattiva a favore di altri più redditizi investimenti, soprattutto in borsa. Poiché l’oro non solo non dà interessi, ma custodirlo comporta una spesa, possederlo quando l’economia tira e l’inflazione è bassa risulta meno conveniente. (20)

    Il prezzo dell’oro calò dunque costantemente fino alla fine degli anni novanta: nel 1981 il massimo fu di 599 dollari all’oncia; nel 1985 era sceso intorno ai 300 dollari; il massimo successivo, un breve episodio, fu di 486 dollari l’oncia, in seguito al crollo del mercato azionario del 1987. Alla fine del 1997 il prezzo dell’oro scese sotto la soglia dei 300 dollari l’oncia, in concomitanza con un oscuro tentativo di manipolazione del prezzo dell’oro operato dalle banche centrali europee, le quali procedettero ad ingenti svendite e prestiti a basso interesse delle proprie riserve auree. Quando nell’estate del 1999 la Banca d’Inghilterra annunciò con grande pubblicità che avrebbe venduto parte delle sue riserve, il prezzo crollò al suo minimo di circa 250 dollari all’oncia.

    L’obiettivo era probabilmente quello di minare definitivamente la fiducia degli investitori nel metallo giallo, e di edificare un sistema monetario internazionale completamente sganciato dall’oro. In questo modo le banche centrali non avrebbero più avuto la necessità di tenere grosse riserve auree, e potevano guadagnare qualcosa cedendo quella che consideravano una proprietà infruttuosa.

    Tuttavia il mercato, come la storia dimostra, ha sempre l’ultima parola. Le banche centrali non riuscirono a reggere a lungo questa politica, e si accorsero ben presto che stavano perdendo il proprio patrimonio più prezioso. Si giunse così il 26 settembre 1999 all’accordo di Washington, dove con una mossa a sorpresa quindici tra le principali banche centrali europee proclamarono che l’oro sarebbe rimasto un importante elemento delle riserve monetarie globali, e che per i prossimi cinque anni avrebbero limitato notevolmente le vendite e i prestiti dell’oro. (21)

    Da allora il prezzo dell’oro ha smesso di scendere e, in concomitanza con la nuova situazione d’insicurezza creatasi a livello mondiale, si è svegliato dal suo sonno ventennale, balzando da 273 dollari all’oncia nel 2001 a 450 dollari all’oncia nel 2005 ed entrando in una fase di rialzo che sembra destinata a durare a lungo.

    Prima del diluvio

    Si tratta allora di capire, anche utilizzando gli strumenti teorici della scuola austriaca dell’economia, se l’oro potrà essere un buon investimento nei decenni a venire, più di quanto lo sia stato nei decenni trascorsi. Per quanto si è detto finora sulle caratteristiche dell’oro come bene rifugio e riserva di valore, molto dipende dalla previsioni che si hanno sul futuro dell’economia e del sistema monetario internazionale: più sono negative, più sarà conveniente possedere oro anziché euro o dollari.

    A differenza che negli euforici anni Novanta, caratterizzati dalla fine della minaccia comunista e dall’avanzata delle liberalizzazioni e della globalizzazione, oggi sono molto più rare le previsioni di un futuro economico radioso come quella contenuta nel noto saggio scritto nel 1997 da Peter Schwartz e Peter Leyden, “Il lungo boom: 1980-2020”. (22) Un futuro dell’economia simile a quello degli anni Settanta, caratterizzato da stagnazione e deprezzamento delle valute, sembra più probabile per diverse ragioni.

    In primo luogo perché la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di pace, ma un nuovo conflitto con l’islamismo radicale di cui non si vede la fine.

    Invece di ridurre le proprie funzioni e dimensioni, gli Stati useranno il pretesto della “sicurezza” e alla “lotta al terrorismo” per ampliare le spese destinate agli apparati militari e di controllo, inflazionando la moneta come sempre è accaduto nelle situazioni di guerra.

    In secondo luogo, il sistema monetario internazionale basato sulla moneta di carta non convertibile è per sua natura inflazionistico. La Federal Reserve ha sfruttato la posizione del dollaro come valuta di riserva internazionale immettendo in circolazione una quantità enorme di dollari, con un aumento medio annuo di quasi il 10% negli ultimi decenni. Anche per quanto riguarda l’euro, l’allentamento dei criteri di Maastricht rappresenta un preoccupante segnale inflazionistico.

    La sopravvivenza dell’attuale sistema monetario internazionale dipende quindi dalla disponibilità dei governi mondiali di tenere come riserve del proprio sistema monetario dollari o euro sempre più deboli e inflazionati.

    La teoria del ciclo economico della scuola austriaca insegna però che l’aumento della massa monetaria non può procedere indefinitamente, e si deve prima o poi arrestare in due modi: o con una improvvisa contrazione dell’offerta di moneta, che causa una depressione economica, il crollo del valore dei titoli e il fallimento dei numerosi debitori insolventi (lo scenario deflazionista); oppure, se l’offerta di moneta non viene arrestata, con un’inflazione galoppante che determina la distruzione completa della valuta (lo scenario iperinflazionista, che Mises chiamava crack-up boom).

    Ma è realistico che si verifichi uno scenario economico così negativo?

    Una profonda crisi economica non è forse plausibile nel breve periodo, ma sembra quasi inevitabile tra qualche decennio, per effetto delle inesorabili dinamiche demografiche. L’Occidente sta infatti rapidamente invecchiando e perdendo popolazione: già in una ventina di paesi europei vi sono più morti che nascite, e di questo passo il vecchio continente si avvia a perdere almeno 100 milioni di abitanti entro il 2050.

    Tra qualche decennio si ritireranno dal lavoro le foltissime generazioni dei baby-boomers nate negli anni Cinquanta e Sessanta, ed entreranno nel mercato del lavoro le esigue generazioni nate nei decenni successivi. Nei prossimi 25 anni la popolazione europea sopra i 60 anni aumenterà quindi del 55 %, mentre quella in età lavorativa calerà dell’8 %.(23) A quel punto le spese assistenziali e previdenziali dello Stato sociale esploderanno, perché i pochi lavoratori in attività saranno costretti a mantenere con le imposte legioni di anziani inattivi.

    Lo squilibrio tra tax-payers (i produttori di tasse) e tax-consumers (i consumatori di tasse) diventerà insostenibile, e i governi cercheranno probabilmente di saldare questi debiti colossali stampando fiumi di cartamoneta.

    Purtroppo non sarà solo una questione di soldi, ma soprattutto di capitale umano. Se anche i sistemi pensionistici e sanitari pubblici fossero perfettamente finanziabili, l’invecchiamento e lo spopolamento impoveriranno comunque le società occidentali.

    Le società in via d’invecchiamento sono destinate infatti a perdere produttività e a rallentare lo sviluppo tecnologico, perché la tendenza al rischio, all’imprenditorialità e alla creatività è massima nelle persone di venti e trent’anni, e poi decresce con l’età. L’economia giapponese in stagnazione perenne ha perso la propria capacità d’innovazione proprio a causa dell’invecchiamento della sua forza lavoro, e lo stesso sta accadendo all’Europa.

    In un futuro di depressione economica e alta inflazione come quello descritto, il prezzo dell’oro è destinato a salire molto in alto: secondo una recente ricerca potrebbe triplicare da qui al 2015, da 430 a più di 1200 dollari all’oncia. (24) Ma aldilà di ogni speculazione di breve o medio periodo, l’investimento in oro andrebbe inteso come una polizza assicurativa contro un grave collasso del sistema monetario internazionale. (25) Coloro che vogliono premunirsi contro questa eventualità investendo in lingotti o monete d’oro dovrebbero sentirsi come Noè mentre costruiva l’arca: per anni sopportò pazientemente l’incredulità e la derisione della gente, ma alla fine la sua famiglia fu l’unica a non affogare.


    NOTE

    (1) John Maynard Keynes, “The General Theory of Employment”, Quarterly Journal of Economics, febbraio 1937, in The Collected Writings of John Maynard Keynes, London, MacMillan, 1983, vol. 14, p. 114.

    (2) Burton G. Malkiel, A Random Walk Down Wall Street, New York, Norton, 1985, p. 17.

    (3) William J. Baumol e Alan S. Blinder, Economics: Principles and Policy, New York, Harcourt, 1988.

    (4) John Brockman, La terza cultura, Milano, Garzanti, 1995, p. 334.

    (5) Ludwig von Mises, L’azione umana, Torino, Utet, 1959, pp. 280 e 560.

    (6) Donald E. Mogridge, “Keynes as Investor”, in The Collected Writings of John Maynard Keynes, vol. 12.

    (7) Paul Johnson, Gli intellettuali, Milano, Longanesi, 1989, p. 98.

    (8) Margit von Mises, My Years with Ludwig von Mises, Cedar Falls, Center for Futures Education, 1984, p. 24.

    (9) Mark Skousen, “Murray N. Rothbard as Investment Advisor“, in Man, Economy, and Liberty. Essays in Honor of Murray N. Rothbard, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 1988, p. 152.

    (10) Murray N. Rothbard, “Foreword”, in James B. Ramsey, Economic Forecasting-Models or Markets?, San Francisco, Cato Institute, 1977, p. XII.

    (11) Ibidem, p. X.

    (12) Murray N. Rothbard, “The Kondratieff Cycle Myth”, Inflation Survival Letter, 14 giugno 1978.

    (13) Murray N. Rothbard, “Ten Most Dangerous Economic Fallacies of Our Time”, Personal Finance, 21 marzo 1979.

    (14) Secondo la teoria austriaca del ciclo economico le fasi di espansione e recessione dell’economia non sono una caratteristica intrinseca del capitalismo, ma sono il risultato delle politiche bancarie di espansione del credito. Ad una prima fase di boom artificiale dell’economia causato dall’aumento della moneta in circolazione segue necessariamente, nel momento in cui l’autorità monetaria interrompe l’espansione creditizia per non arrivare all’iperinflazione, una crisi che ridimensiona i progetti economici intrapresi dagli imprenditori ingannati dall’alterazione dei prezzi, e che causa numerosi fallimenti e crolli dei titoli azionari. Si vedano gli scritti di Ludwig von Mises, Gottfried Haberler, Murray N. Rothbard e Friedrich A. von Hayek, raccolti nell’antologia intitolata Governi distruttori di ricchezza. La teoria austriaca del ciclo economico, Roma, Armando, 1997.

    (15) Mark Skousen, Economics On Trial. Lies, Myth, and Realities, Burr Ridge-New York, Irwin, 1991, p. 104-106.

    (16) Per quanto la legge n. 7 del 17 gennaio 2000 abbia abolito il monopolio statale sull’oro, e offerto finalmente anche ai privati la possibilità di acquistare monete e lingotti d’oro fino in esenzione da Iva.

    (17) Sull’importante ruolo avuto dall’oro nella storia della civiltà occidentale, si legga questo brillante articolo: Carlo Lottieri, “L’oro e la storia d’Occidente”, Il Domenicale, sabato 19 aprile 2003, p. 2.

    (18) Citato in Paul van Eeden, “The Gold Price”, Doug Casey’s International Speculator, vol. XXIV, n. 4, 4 aprile 2003, p. 9.

    (19) Rossella Campanini e Filippo Cappio, Investire in oro, Milano, Il Sole 24 Ore, 2003, p. 9.

    (20) Va rilevato comunque che, dando uno sguardo complessivo dal 1971 ad oggi, l’oro avrebbe comunque fatto meglio della borsa. La crescita dell’oro dai 35 dollari all’oncia del 1971 ai recenti livelli di 440 dollari all’oncia equivale ad un incremento del 1.150 %, simile all’aumento del 1.100 % del Dow Jones da 868 a 10.450 di oggi. Se poi si guarda agli ultimi 4 anni, l’oro ha fatto ancora meglio, essendo cresciuto del 63 % contro una perdita dell’8 % dell’indice Dow Jones.

    (21) Su queste vicende si veda Ferdinand Lips, Gold Wars. The Battle Against Sound Money as Seen From a Swiss Perspective, New York, FAME, 2001.

    (22) Peter Schwartz e Peter Leyden, “Il lungo boom: 1980-2020”, Aspenia, n. 5, 1997, Giorgio Mondadori Editore, pp. 139-172

    (23) Entro la metà del secolo la Germania perderà l’equivalente della popolazione dell’intera ex Germania Est, la Spagna scenderà da 40 milioni a 31,3 milioni di abitanti, il 42 % di italiani avrà più di 60 anni e il 60 % non avrà fratelli, sorelle, cugini, zie o zie (George Weigel, The Cube and the Cathedral, New York, Basic Books, 2005, p. 22).

    (24) Questa previsione è contenuta in un recente rapporto destinato alle compagnie aurifere dell’analista dr. David Davis, intitolato “A Trilogy of Gold. An Exploration in three partes”.

    (25) In un libro recente James Turk e John Rubino, due analisti finanziari che consigliano di investire in oro, ipotizzano tre possibili scenari dopo il collasso del sistema monetario cartaceo: 1) socialismo: come negli anni Trenta, emergono governi ancora più autoritari, che cercano di confiscare tutto l’oro; 2) deflazione: crollano le borse e i mercati mondiali, inducendo una nuova generazione di politici ad accettare il ritorno al gold standard; 3) iperinflazione: a seguito della distruzione delle valute cartacee come il dollaro e l’euro, il mercato finisce per rivolgersi spontaneamente all’oro come standard monetario (James Turk e John Rubino, The Coming Collapse of the Dollar and How To Profit from It: make a fortune by investing in gold and other hard assets, Currency, Random House, 2004). La scelta dei privati di possedere oro, se seguita in massa, potrebbe ridare credibilità e popolarità ad un sistema monetario fondato sull’oro, rendendo più difficile il verificarsi del primo dei tre scenari prospettati.
    _
    P R I M O_M I N I S T R O_D I _P O L
    * * *

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  10. #10
    Ridendo castigo mores
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    Predefinito

    un' altra " domandina della serva " ....

    quando le banche centrali hanno svenduto " l' inutile" oro che nominalmente apparteneva ALLA NAZIONE sostituendolo con moneta-carta ( cioe' con delle " cambiali " ..) appartenente ALLE BANCHE ....

    CHI lo ha VANTAGGIOSAMENTE comprato ? ....
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

 

 
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