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Discussione: Calma e gesso

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    Predefinito Calma e gesso

    Caro direttore, la partita per lo snodo vero dell'attuale legislatura - la riforma elettorale - è appena cominciata. Il fatto che sia ufficialmente iniziata con la crisi di governo è già di fatto la sconfitta del governo Prodi, perché consegna le sue ambizioni al passato e per questo il premier è nervoso e contrariato. Tanto che ieri ha detto che con una buona legge elettorale lui è disposto anche ad andare a casa: ma lo dice come una minaccia, per serrare i ranghi a sinistra. Ma poiché sarà una partita di durata e sviluppi imprevedibili, col centrosinistra inteso a tirarla per le lunghe fino alla fine naturale della legislatura - e per questo ha fatto intravvedere improvvisamente proposte di modifica della Costituzione, così tra prima, seconda e chissà terza e quarta lettura gli anni passano - la prima regola è mantenere i nervi saldi.
    Il che non significa affatto, per le forze del centrodestra, star con le mani in mano. Vuol dire però usare molta testa, frenare la lingua, guardarsi dal cadere nella trappola degli attacchi che dall'opposizione arriveranno per mascherare la propria difficoltà. E colpire solo quando sarà il caso, evitando il più possibile polemiche interne tra partiti del centrodestra. Ci si potrà infatti sbizzarrire in mille rivoli di analisi, sulle decine di varianti tra i i diversi modelli elettorali possibili, il loro effetto di scomposizione e ricomposizione dei due attuali poli elettorali, e le mille modalità che la fervida fantasia dei costituzionalisti prestati ai partiti ha già cominciato a sciorinare.
    Il ministro Vannino Chiti al primo giorno del dopocrisi già è arrivato a citare il precedente di un oscurissimo comitato parlamentare per le riforme affidato 25 anni fa alla presidenza del leader sudtirolese Roland Riz.
    Figuriamoci di questo passo se non arriveremo presto alla Lex Publilia de plebiscitiis, che nel 339 avanti Cristo concesse potere legislativo anche ai comizi della plebe dell'antica Roma.
    Le tentazioni sono tante, per l'ampia pletora di interessi ed esponenti politici desiderosi di tornare a liberarsi da ciò che ai trasformisti ha sempre dato più fastidio dell'incompleta Seconda Repubblica, e cioè il vincolo della coalizione e del premier che si intende sostenere.
    Ma anche se trappole e trovate fioriranno come nelle novelle del Decamerone, ai leader con la testa sul collo del centrodestra almeno due elementi oggettivi dovrebbero risultare ben chiari.

    Il primo è che potranno passare tre mesi o tre anni, potrà zoppicare a lungo il governo Prodi oppure si potrà presto o tardi passare a un governo di decantazione istituzionale, ma resta il fatto che a fare la differenza non saranno le polemiche intanto alimentate contro veri o presunti traditori. Bensì un inevitabile interesse che accomuna le maggiori formazioni da una parte e dall'altra. Forza Italia e An da una parte, Ds e Margherita dall'altra - e a maggior ragione se in uno o in entrambi i casi procederanno a far nascere una formazione comune hanno e avranno in ogni caso l'interesse a far permanere un apprezzabile premio di maggioranza.
    Potranno dividersi su quanto proporzionale far permanere per tenersi buoni gli alleati minori, se tornare alle preferenze, ai collegi uninominali e su tutto quello che volete voi, tra i banconi del supermarket della modellistica.
    Ma in nessun caso le formazioni maggiori avranno l'interesse a spogliarsi della facoltà, attribuita loro dal premio di maggioranza, di costruire il baricentro di contrapposte ipotesi di governabilità "obbligata". In caso contrario, significherebbe che forze che nel centrosinistra attuale possono puntare al 30% dei voti, e che nel centrodestra possono puntare al 40%, regalerebbero invece a neocentristi anche solo col 10% dei voti di decidere solo loro e di volta in volta, a quale forno allearsi dopo la conta dei voti, per cambiare magari idea nel mezzo di una legislatura, ma nella comoda posizione di star sempre al governo.
    Che Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella possano pensarci e anzi ci pensino senza infingimenti, è un fatto del tutto legittimo. Ma che i pilastri elettorali delle due coalizioni si evirino per accontentarli, beh questo fa troppo a pugni con la logica.
    Di conseguenza: le polemiche sono inutili, si può giochicchiare anzi al gatto e al topo coi neocentristi esattamente come fanno nel centrosinistra - vedi D'Alema che per salutare Follini in maggioranza ha rilanciato il modello tedesco, e l'indomani ha ribadito quello francese - tranne sapere che al momento giusto la zampata maggioritaria sta nella logica delle cose.
    Il centrosinistra può certo estendere la propria maggioranza all'Udc e avere i voti per una riforma elettorale neoproporzionalista e senza vincolo di coalizione: con soddisfazione della sinistra antagonista che non ci tiene a governare, ma per Ds e Margherita non vi sarebbe alcuna certezza che i centristi sceglierebbero di governare con loro, checché Casini e Tabacci possano oggi lasciar intendere.

    Secondo punto. L'agenda politica quotidiana è altra cosa dal torneo di riforme istituzionali che per l'ennesima volta si è messo in moto, ma che lascia assai freddi i cittadini comuni. La forza e la presa nei sondaggi del centrodestra sta nella concretezza del contromodello che i cittadini e i contribuenti italiani hanno visto riversarsi sulle loro teste e sui loro por-tafogli, con la finanziaria tassassassina proposta da Prodi.
    È questa concretissima partita, che la Casa delle Libertà deve avere la costanza di non mollare mai. I suoi elettori si percepiscono e rappresentano come moderati, non come anarco-liberisti pronti alle barricate. Ma quando hanno visto la mazzata di tasse per decine di miliardi quando la finanza pubblica era in equilibrio e non al disastro annunciato da Visco, ecco che sono scesi in piazza il 2 dicembre a Roma, a centinaia di migliaia.
    Ora che Prodi si accinge a concentrare miliardi su miliardi estorti a tutti solo sulle fasce di elettorato che gli stanno a cuore, la pressione del centrodestra deve diventare asfissiante. Il maltolto fiscale va restituito a tutti secondo il proprio reddito, e ai grandi problemi sociali irrisolti - anziani, disabili, famiglie a basso reddito - la risposta deve venire da una ritirata dell'intermediazione pubblica a favore del terzo settore, fiscalmente liberato da ogni peso.
    Altrimenti, per l'Italia degli autonomi e degli artigiani, dei commercianti, dei professionisti e della piccola impresa al danno della rapina fiscale si aggiungerà quello di un incostituzionale discrimine di trattamento.
    Guardate che cosa avviene, nelle cronache dell'economia che i leader del centrodestra hanno il torto di sottovalutare.
    Il governo Prodi che nasce da anni di denuncia implacabile del conflitto d'interessi di Berlusconi, ha oggi le mani in pasta su tutti i maggiori gruppi privati del Paese.
    Ha detto no in Telecom agli spagnoli di Telefonica, perché ministri del governo hanno "riavvicinato" i Benetton promettendo loro soluzioni più "amiche".
    Brigano perché in Autostrade entrino altri gruppi italiani "vicini", al posto di Abertis.
    Compensano il doppio sgarbo agli spagnoli spingendo l'Enel a crescere nell'iberica Endesa, d'accordo col premier socialista Zapatero e al fine di respingere l'assalto dei tedeschi di E.on.
    Vedrete che tra qualche settimana i banchieri prodiani avranno qualche sorpresa in serbo anche per Generali.
    Altro che «basta giochini», come ha detto Prodi ieri ai suoi alleati. È a questi gravissimi giochetti di potere in cui Prodi eccelle, che va opposto un no grande come una casa alimentando instancabili campagne capaci di parlare alla gente comune.

    Oscar Giannini vicedirettore Finanza&Mercati su Libero del 4 marzo

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Non fate elemosine ai i follini-dipendenti

    Ormai la nostra povera politica, che riesce ad essere l'espressione più bassa del Paese forse perché vi si dedicano soprattutto i nullafacenti, assomiglia sempre più alle previsioni del tempo.
    Che maggioranza abbiamo domani? Variabile.
    Se ne va Di Gregorio e arriva Follini. Fuori il grigio dentro il biancorosso. Andreotti sguazza nell'ambiguità e ringiovanisce, i capelli gli sono tornati neri, più neri di quelli prodiani.
    L'unico miracolo che si registra in Parlamento riguarda i colori delle chiome, per questo sono stati liberalizzati i parrucchieri.
    Lunedì una bella tintura, martedì e mercoledì si trama, giovedì trippa.
    Ecco la vita gaia dell'onorevole.
    L'idea delle maggioranze variabili è venuta al dottor Sottile, quell'Amato con la vocazione del coperchio buono per ogni pignatta.
    Un fenomeno, altro che trasformista. Premier con Craxi vivente, di cui era stato la pupilla destra, e sottolineo destra, poi fondo di magazzino in un'Autority, quindi ripescato e ricollocato a Palazzo Chigi (Ulivo regnante), infine leader per un mese del centrosinistra e ora ministro dell'Interno. Scommetto. Se risorge il centro sognato da Casini, Amato diventa un pezzo grosso della Democrazia cristiana numero due, la vendetta.

    L'idea consiste in questo. L'Unione non ha i numeri al Senato e il governo rischia di ricadere sul finanziamento della missione in Afghanistan? Non c'è problema. Basta chiedere rinforzi all'opposizione. La quale voterà in blocco sì per coerenza con la propria politica internazionale voluta da Berlusconi.
    Una volta rotto il ghiaccio, quando l'aiutino dovesse occorrere per tenere in piedi lo zombi di Bologna, ci sarà qualcuno dell'ex casotto delle Libertà pronto a far la guardia al bidone e servire così la Patria.
    Obiezione. Se Prodi fosse una persona seria non accetterebbe mai l'elemosina degli avversari: ottenuta l'approvazione del provvedimento e, costatata la mancanza di una maggioranza autosufficiente, dovrebbe dimettersi. (...)
    Ma siamo sicuri che sia serio? Mica tanto. Pur di rimanere dov'è non esiterà a incassare l'obolo dell'opposizione.
    Dopo il dottor Sottile, pure lo stracomunista Bertinotti si è detto favorevole alle maggioranze variabili. Ha capito che le destre, come lui definisce i partiti privi di falci e martelli, invece di unirsi nella lotta ai compagni, si sparpagliano e si combattono l'un l'altra.
    L'idolo di Fausto credo sia Casini. Finché c'è Casini c'è speranza.
    E pensare che non ci vorrebbe niente per mandare a casa l'orda rossa: solo un pizzico di senso tattico.
    L'ex Cdl si rimette insieme e vota compatta contro la missione in Afghanistan. Sacrilegio antiamericano? Non diciamo sciocchezze. Col no in Senato si tagliano le gambe all'esecutivo, e se ne fa un altro, subito, propedeutico a elezioni anticipate.
    Poiché il Parlamento, a prescindere dal colore del governo, non cesserebbe l'attività, ecco: si potrebbe - tempo una settimana o due - ripresentare in aula, con qualche correzione, il provvedimento appena bocciato.
    Ma le scappatoie tecniche si trovano solamente se c'è la volontà politica.
    La quale viceversa manca. Se Lega, Forza Italia e An si astenessero, non si raggiungerebbe lo stesso il monte di suffragi indispensabile a licenziare Prodi, perché l'Udc ha già detto apertamente di stare, nella circostanza, con il centrosinistra. Questi sono gli effetti disastrosi dello smembramento della Cdl causato dai democratici cristiani. Una sciagura. Di fatto, le maggioranze variabili sono all'opera. E lo sono su un tema, quello bellico, che si annuncia dilaniante per la sinistra massimalista: Turigliatto e Grassi hanno ribadito il no al rifinanziamento.
    Lo sconcerto dei cittadini è al massimo grado. Non comprenderanno mai per quale motivo un governo progressista sia costretto a esercitare la questua nell'opposizione allo scopo di durare; né per quale motivo l'opposizione si presti a foraggiarlo, mantenendolo in vita. Chi spiega alla gente la necessità di ricorrere a certi giochini onde scongiurare la cosa più naturale del mondo ossia elezioni anticipate? Deputati e senatori, a prescindere dalla loro appartenenza, sono sordi all'opinione pubblica, decisi a maturare il diritto alla pensione, che scatta dopo due anni, sei mesi e un giorno di legislatura. Ai lettori forse la mia interpretazione della realtà sembrerà riduttiva. Non lo è. Anche se Casini, riconosco, ha un'altra ragione per temere lo scioglimento delle Camere: pretende due anni non soltanto al fine di tirare a campare; ha l'esigenza di realizzare il suo piano centrista mirato a far secco il Cavaliere. Pierferdinando però dà per scontato ciò che scontato non è: il cambiamento della legge elettorale in senso tedesco ossia una proporzionale (complicata) con sbarramento al 5 per cento. Non è scritto da nessuna parte che il sistema teutonico vada a genio alla maggioranza del Parlamento. Se non passasse che ne sarebbe di Casini ormai in rottura con Berlusconi? E che sarebbe di Berlusconi senza Casini? In quasi 45 anni di lavoro giornalistico non mi era mai capitato di descrivere una gabbia di matti come questa. Un'ultima riflessione: siccome l'Udc voterà sì alla missione afghana, obbligherà gli ex soci Berlusconi, Fini e Bossi a fare altrettanto. Oltre che variabile, la maggioranza è quindi un minestrone rancido. Destinata in ogni caso a essere buttato via nel momento in cui, a primavera, gli americani attaccheranno - lo hanno promesso - i talebani; e i nostri militari laggiù saranno nella bufera. Faranno i vigili urbani, i pompieri, le crocerossine o i soldati? Non potranno nascondersi e ci scapperà il morto. Dopo di ché lo spappolamento dell'Unione sarà automatico.
    C'è un volontario che si incarichi di avvertire Casini?

    V.F. su Libero di oggi

  3. #3
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    Predefinito La rivoluzione del follini-dipendente Fausto: sì...

    ... all’inciucio

    Nei giorni della crisi-lampo girava voce fosse finita la luna di miele tra Romano Prodi e le sue "guardie rosse". Invece no. Per Rifondazione comunista questo governo resta «insostituibile», come si dice dalle parti di Fausto Bertinotti. Anche perché l'alternativa - governi tecnici o simili - significa l'emarginazione della sinistra antagonista per chissà quanti anni. Va letta in questo contesto l'apertura di Bertinotti a maggioranze diverse da quella elettorale. Su singoli provvedimenti, ha detto ieri il presidente della Camera, ospite di "Otto e mezzo", possono esistere «geometrie variabili».
    Unica condizione è che «sia d'accordo tutta la maggioranza».
    Parole sollecitate da un'intervista di Giuliano Amato al Corriere della Sera in cui l'ex premier teorizza la legittimità, in alcuni casi, di maggioranze variabili. Compreso il decreto sull'Afghanistan.
    Bertinotti, pungolato da Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni, ha dato ragione al ministro dell'Interno: questo principio vale certamente per la legge elettorale perché «ha una vocazione unanime di carattere trasversale». Ma non solo. «Ci sono altri temi dove le geometrie variabili si possono fare», a patto, ha aggiunto, che «sia d'accordo la maggioranza tutta». Secondo il presidente della Camera dev'esserci, cioè, un via libera di tutti - in particolare di chi fa venir meno l'appoggio - ad accettare i voti dell'opposizione.
    Ha poi precisato che «la maggioranza variabile non può essere utilizzata come una clava». Se l'allargamento al centro diventa la norma, si crea «un'altra maggioranza». Ma in casi singoli, perché no.
    Bertinotti non ha citato il decreto sull'Afghanistan. Visto il suo ruolo, si dice nel suo entourage, «non poteva entrare nello specifico». Ma è naturale che il pensiero vada lì. Al momento, infatti, la maggioranza in Senato non ha i numeri per approvare il decreto sull'Afghanistan. La mossa di Bertinotti prepara dunque il terreno all'unica via possibile per salvare il governo: approvare la missione con i voti del centrodestra. «Purché non si snaturi l'identità della maggioranza», spiega chi gli è vicino, «non è uno scandalo se, occasionalmente, diventa decisivo il voto di qualcuno che non fa parte della maggioranza».
    In realtà l'uscita di Bertinotti ha spiazzato anche i suoi. Che il mito dell'autosufficienza fosse tramontato con il rinvio di Prodi alle Camere si era capito. Altro, però, è che il lìder maximo del Prc teorizzi quelle «geometrie variabili» che per nove mesi erano state messe all'indice nel suo partito, perché considerate l'anticamera a ipotesi neo-centriste.
    A lanciare il sasso è stato Amato.
    «Le maggioranze sulle singole misure», spiegava nell'intervista, «non necessariamente coincidono con la maggioranza della fiducia».
    E sta ai partiti decidere i casi. «Sono le forze politiche a dover decidere se il sostegno di una maggioranza diversa a un singolo provvedimento rappresenti una ragione per togliere la fiducia. Se non lo fanno, vorrà dire che esse, pur non condividendo quella misura, hanno ritenuto di non essere state "tradite"».
    Toccherà al Capo dello Stato vigilare perché non si vada «oltre un certo limite».
    Cita la legge di bilancio come esempio in cui il principio non può valere. Ma per il resto, tutto è possibile. L'uscita del ministro dell'Interno ha scatenato boatos di ogni tipo. In particolare, il sospetto che dietro a queste parole in apparenza di sostegno a Prodi (la crisi «ha fatto guadagnare al governo un orizzonte più nitido») si nascondo un obiettivo contrario: un'autocandidatura alla guida di un eventuale "governo del presidente" che si regga, appunto, su maggioranze variabili. Malignità, forse.

    RIFORME, PRODI TRATTA Giorgio Napolitano, per ora non si è espresso. L'impressione è che aspetti di vedere come si mettono le cose. Un conto è se è un partito intero a sfilarsi, un conto se solo singoli senatori. Una cosa è caricare il voto di una prova di autosufficienza, come era stato fatto l'altra volta, altra cosa è chiedere i voti all'opposizione. Intanto Prodi prende in mano la pratica legge elettorale e avvia un giro di "consultazioni".
    Si parte oggi con i presidenti delle Commissioni Affari costituzionali di Senato e Camera, Enzo Bianco e Luciano Violante.
    A partire da lunedì prossimo convocherà a Palazzo Chigi gli esponenti della maggioranza e dell'opposizione. Un'iniziativa su cui il premier punta molto, prova ne è il giallo sul vertice dell'Ulivo che avrebbe dovuto tenersi questa mattina.
    In un primo tempo si era deciso di convocare, prima degli altri, Piero Fassino e Francesco Rutelli. È stato Vannino Chiti a convincere Prodi a disdirlo proprio per non pregiudicare il confronto con l'opposizione.
    La trattativa sulla riforma elettorale, infatti, viene vista a Palazzo Chigi come strettamente legata al nodo Afghanistan. L'accordo su una legge che cambi le regole, si dice, può avvenire solo in presenza di un «accordo trasversale». L'opposizione tende la mano sul decreto di rifinanziamento, la maggioranza fa lo stesso sulla riforma elettorale.
    Per questo nell'Unione si considera indispensabile coinvolgere nella trattativa quanto più forze possibile della Casa delle libertà.
    E tra queste, capire chi è disposto a trattare.

    E.C. su Libero di oggi

    saluti

 

 

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