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"Grande civiltà di Napoli: la città più civile del mondo. La vera regina delle città, la più signorile, la più nobile. La sola vera metropoli italiana."
Elsa Morante
Napoli è tante cose, e molti sono i motivi per cui la si può amare o meno, ma soprattutto Napoli è una grande capitale, ed ha una stupefacente capacità di resistere alla paccottiglia kitsch da cui è oberata, una straordinaria possibilità di essere continuamente altro rispetto agli insopportabili stereotipi che la affliggono. Qui troverete qualche piccolo esempio della sterminata letteratura su Napoli, sotto forma di commenti sulla città lasciati da intellettuali di ogni tipo e tempo.
Johann Wolfgang Goethe
Come fanno i ragazzi più vispi quando si comanda loro qualche cosa, anche i Napoletani finiscono con l'assolvere il loro compito, ma ne traggono sempre argomento per scherzarvi sopra. Tutta la classe popolana è di spirito vivacissimo ed è dotata di un intuito rapido ed esatto: il suo linguaggio deve essere figurato , le sue trovate acute e mordaci. Non per nulla l'antica Atella sorgeva nei dintorni di Napoli; e come il suo prediletto Pulcinella continua ancora i giuochi atellani, così il basso popolo si appassiona anche adesso ai suoi lazzi.
Ora che tutte queste spiagge e i promontori e i seni e i golfi, isole e penisole, rocce e coste sabbiose, colline verdeggianti, dolci pascoli, campagne feconde, giardini di delizie, alberi rari, viti rampicanti, montagne perdute fra le nubi e pianure sempre rideti, e scogli e secche, e questo mare, che tutto circonda con tanta varietà e in tanti modi diversi - ora, dico, che tutto questo è presente nel mio spirito, ora soltanto l'Odissea è per me una parola viva.
Quando io vorrei esprimermi a parole, appaiono soltanto immagini davanti ai miei occhi: il bellissimo paesaggio il mare libero, le isole scintillanti, la montagna ruggente: mi manca la capacità di descrivere tutto ciò. Napoli è un Paradiso, tutti ci vivono in una specie di inebriata dimenticanza di sé; [..] ed é per me una strana esperienza quella di trovarmi con gente che non pensa ad altro che godere.
Viaggio in Italia, Sansoni 1970
Junichiro Tanizaki
A queste parole del giovin signore che le porgeva le labbra al posto della coppa, i bellissimi occhi della sirena si offuscarono un attimo come uno specchio appannato dal fiato. "Nobile signore, - d'improvviso articolò chiare umane parole, - perdonami per favore. Compiangimi e perdonami. Con l'aiuto della coppa di liquore che mi hai dato ho finalmente riacquistato la capacità di parlare nella lingua degli uomini. Come ha detto l'olandese, il mio luogo natio è in europa, nel Mare Mediterraneo. Se in futuro avrai l'occasione di andare in Occidente visiterai l'Italia, nell'Europa Meridionale, che è come un paesaggio dipinto in un quadro, particolarmente bella tra i paesi belli. E se con la nave, dopo aver attraversato lo stretto di Messina, passerai al largo del porto di Napoli è proprio lì che noi sirene dimoriamo da molto tempo [...]. La mia vita e la mia bellezza se ne vanno. Se davvero vuoi vedere l'incanto della sirena rimandami al mio amato paese natio".
Pianto di sirena, Feltrinelli 1985
Stendhal
Napoli, 11 gennaio 1817. Entrata grandiosa: si scende per un'ora verso il mare attraverso un'ampia strada, scavata nella roccia tenera, sulla quale la città è costruita. Solidità dei muri. Albergo dei Poveri, primo edificio. E' molto più impressionante di quella bomboniera, tanto vantata, che a Roma si chiama porta del popolo.
Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell'universo.
Rome, Naples, Florence, Delaunay, Paris 1817.
Pier Paolo Pasolini
Come il tuo nome immediatamente suggerisce, sei Napoletano. Dunque, prima di andare avanti con la tua descrizione, poichè la domanda sorge impellente, dovrò spiegarti in poche parole perché ti ho voluto Napoletano. Io sto scrivendo nei primi mesi del 1975: e, in questo periodo, benché sia ormai un po' di tempo che non vengo a Napoli, i Napoletani rappresentano per me una categoria di persone che mi sono appunto, in concreto, e, per di più, ideologicamente, simpatici.
Essi infatti in questi anni - e, per la precisione , in questo decennio - non sono molto cambiati. Sono rimasti gli stessi Napoletani di tutta la storia. E questo per me è molto importante, anche se so che posso essere sospettato, per questo, delle cose più terribili, fino ad apparire un traditore, un reietto, un poco di buono. Ma cosa vuoi farci, preferisco la povertà dei Napoletani al benessere della repubblica italiana, preferisco l'ignoranza dei Napoletani alle scuole della repubblica italiana preferisco le scenette, sia pure un po' naturalistiche, cui si può ancora assistere nei bassi Napoletani alle scenette della televisione della repubblica italiana.
Coi Napoletani mi sento in estrema confidenza, perché siamo costretti a capirci a vicenda. Coi Napoletani non ho ritegno fisico, perché essi, innocentemente, non ce l'hanno con me. Coi Napoletani posso presumere di poter insegnare qualcosa perché essi sanno che la loro attenzione è un favore che essi mi fanno. Lo scambio di sapere è dunque assolutamente naturale.
Io con un Napoletano posso semplicemente dire quel che so, perché ho, per il suo sapere, un'idea piena di rispetto quasi mitico, e comunque pieno di allegria e di naturale affetto. Considero anche l'imbroglio uno scambio di sapere. Un giorno mi sono accorto che un Napoletano, durante un'effusione di affetto, mi stava sfilando il portafoglio: gliel'ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto. Potrei continuare così per molte pagine e, anzi, trasformare questo mio intero trattatello pedagogico in un trattatello dei rapporti tra un borghese settentrionale e i Napoletani.
Ma per ora mi trattengo, e torno a te [...] . Ma il fatto che tu sia napoletano esclude che tu, pur essendo borghese, non possa essere anche interiormente carino. Napoli è ancora l'ultima metropoli plebea, l'ultimo grande villaggio ( e per di più con tradizioni culturali non strettamente italiane) : questo fatto generale e storico livella fisicamente e intellettualmente le classi sociali. La vitalità è sempre fonte di affetto e ingenuità. A Napoli sono pieni di vitalità sia il ragazzo povero che il ragazzo borghese.
Lettere luterane, Einaudi Torino 1976.
Pavel Pavlovic Muratov
In qualsiasi altra città ciò sarebbe sufficiente per trattenere a lungo l'attenzione del viaggiatore sulle impressioni dell'arte e dell'antichità. A Napoli queste impressioni non si mantengono a lungo. Esse cedono rapidamente il posto all'irresistibile irruzione della vita napoletana. Le forme astratte delle statue, i colori impalliditi dei quadri antichi, le immagini impalpabili del passato, presto si perdono e scompaiono nello spettacolo rumoroso e splendente di tutte le forze della vita della Napoli moderna. Intorno ai muri del museo, che nasconde i resti della raffinata civiltà antica, tumultua la vita popolare, capace di seppellirli più profondamente che la lava e la cenere del Vesuvio. Nella Napoli moderna non ci son tracce materiali di Partenope e di Neapolis. Il fiume della vita scorre quasi sempre così precipitoso che sulle sue rive primordiali non sono rimasti depositi storici.
Per il viaggiatore che sa mescolarsi con la folla del popolo, la vita stessa di Napoli presenta infinito interesse. Si può dire persino che chi non è stato a Napoli, non ha visto lo spettacolo della vita popolare. Noi siamo abituati a parlare soltanto della vita nella strada nelle grandi città europee che scaturisce come una sorgente. Ma, in sostanza, non c'è nulla di più monotono e meccanico dell'animazione della folla sui grandi boulevards parigini....La folla parigina è sempre guidata da una certa nascosta necessità, e nella tensione stessa del traffico stradale si sente sempre qualcosa di immobilizzato, di eguale che cela una enorme stanchezza e, forse, perfino ripugnanza per la vita. Per vedere la folla realmente colma dell'incosciente, spensierata gioia superstiziosa dell'esistenza, bisogna passare per la via principale di Napoli, la famosa via Toledo. I suoi stretti marciapiedi dalla mattina alla sera rigurgitano di gente che sa essere felice della semplice coscienza della propria esistenza. Questa gente non si affretta in nessun luogo, e pure non ammazza il tempo fino alla disperazione con indifferenza. Il Napoletano vive soltanto quando prova piacere. a Toledo è riunito tutto quello che gli piace nel mondo. E nessun altro essere umano ama il mondo di un amore così forte, tenace animalesco. Dopo alcuni giorni di permanenza, lo straniero comincia a trovar gusto nella lenta passeggiata su e giù per via Toledo. Il continuo movimento della folla senza nessuna ragione evidente finisce col non meravigliarlo più. presto comincia a preferire questa via - la via più animata di tutta Europa - alla riviera di Chiaia, piena di noiosi e costosi alberghi. Tutte le cattive qualità del popolo napoletano: il tradimento, la scaltrezza, la cupidigia, l'amore del vizio, si possono perdonare per questo stato elevatamente sentimentale di amore per una cosa tanto innocente, come il passeggiare su e giù per la via principale della città.
Russi in Italia di E. Lo Gatto, Editori Riuniti, Roma 1971
Sergio Lambiase
Napoli diventa subito per i Tedeschi una città-convalescenziario , idealmente posta a metà strada fra Berlino e la costa africana, lontana dai teatri della guerra europea , sporca ma sprofondata in un clima eccezionale, accattivante, cordiale, finanche servile. Già dunque nel '40-41 la città pullula di soldati e ufficiali tedeschi, vi è una sezione del partito nazionalsocialista, un nucleo di Hitlerjugend, un'associazione italo-germanica che svolge una febbrile attività di tipo cultural-propagandistico. Per ministri e gerarchi del Reich in visita in Italia, Napoli è una tappa d'obbligo. L'escursione a Capri, Pompei, Sorrento ecc. fa parte addirittura di una convenzione turistica che risale almeno a Goethe. Così a sud di Roma ci vengono tutti, con la tacita determinazione di rimanerci il più a lungo possibile [...].
Venire a Napoli in "convalescenza", addirittura "morire" a Napoli, diventa l'aspirazione segreta di moltissimi soldati tedeschi. Si stabilisce un ponte aereo fra il fronte cirenaico e la città. All'aeroporto gli "ospiti" troveranno un'autoambulanza in attesa; per chi guarisce c'è il miraggio di Capri o di Sorrento[...].
Dalla Germania vengono, nella primavera del 1942, cinquanta mutilati, per trascorrere a Capri un lungo periodo di convalescenza. E' il primo nutrito gruppo di grandi feriti della guerra europea, che troveranno nell'isola l'illusorio risarcimento delle loro terribili menomazioni. Alla stazione di Napoli accolgono gli ospiti rappresentanze della camicie nere e dei gruppi rionali, reparti d'onore di avanguardisti e giovani fascisti, il console tedesco a Napoli, i membri dell'associazione italo-germanica, dell'Associazione mutilati di guerra e dei fasci femminili. E' un momento di generale commozione, solenne e importante, mentre la banda suona l'inno dei due paesi alleati. A Capri i mutilati divengono gli ospiti di maggior riguardo. E' chiaro che i nazisti vogliono dare particolare solennità all'avvenimento, quasi a sottolineare il ruolo che essi vogliono assegnare, non solo nell'immediato, ma nel futuro, a "Die Insel". Prima di tornare in Germania, i mutilati visitano Pompei. E' l'obiettivo dei fratelli Troncone ci restituisce una immagine addirittura simbolica del rapporto che i Tedeschi stabiliscono con la terra che li ospita. Non un rapporto con i vivi, ma un rapporto con cose "morte": strade vuote e splendidi orizzonti archeologici su cui indugia la portantina dell'ufficiale mutilato.
Napoli 1940-45, Longanesi Milano 1978
Napoli
Da Napoli è stato bandito l'agio di muoversi. Il passante si inoltra nel labirinto cieco del tocco e del ritocco, dell'invadenza del prossimo suo presso se stesso. Struscio, scansamento, rinculo e percussione sono tecniche primarie del procedere. E' invece vana la simulazione della fretta, pantomima altrove efficace a farsi largo. La fretta qui è considerata la manifestazione di un disturbo nervoso. Si è parte di una vischiosità generale che non si può aggirare, in cui si districa meglio chi più sguscia sfruttando la spinta dei corpi altrui, anziché esercitarne una propria. Si è immersi per strada in una dinamica dei fluidi. Non è stata estratta una formula che illustri questo fenomeno: che le strade di Napoli sono flussi regolati da una crisi. Al punto di massimo intralcio si determina una fluidità che sospende in parte la gravità dei corpi, dotandoli di leggerezza e di oleodinamicità. E' l'effetto che si manifesta nella vasca dei capitoni.
[...] Napoli viene da oriente, il Tirreno fu solco di vele dall'Egeo. I marinai del grecale vennero a fondare una polis tutta nea e le dettero un nome di ragazza: da allora per chi c'è nato, Napoli è una costola. Chi perde questo luogo è per forza disorientato. Mi è capitato di vedere Napoli sotto altre città. Sotto Gerusalemme, non la geografica, ma la scritta nelle storie sacre, la città in cima alle salite: la lingua ebraica, quando non la maledice, la nomina con un affetto parallelo, anche se superiore, a quello delle canzoni napoletane dedicate al luogo.
[...] Si vuole che la città appartenga al Sud, anche se si trova al centro del Mediterraneo, che è il continente e contenitore della penisola. Siamo d'Europa solo per la cresta di gallo delle Alpi, siamo di mare per tutto il resto del corpo. Per chi è nato qui, in questo esatto centro, dirsi del Sud è un errore geografico recente, dovuto all'unità d'Italia. Se tracci una linea da Marsiglia a Beirut, da Trieste a Tripoli, dal delta del Nilo a quello del Rodano, dalla Voiussa all'Ebro, trovi lì la città, bisettrice del mare che rende Africa e oriente, slavi, arabi e latini, popoli di un'unica riviera, tutta gente di costa. Quel mare è la stanza su cui si aprono le nostre porte, comprese le acque del Mar Nero e la città di Odessa, carica di vigne e di fichi, di pagine meridionali scritte dal suo Isaak Babel'.
Novantanove
In vita mia mi sono appassionato di rivoluzioni. I tristi fatti del 1799 a Napoli non rientrano nella specie. Si trattò invece di un cambio di regime introdotto dalle armi francesi e crollato appena quelle armi si ritirarono. Le rivoluzioni non si possono appaltare. I francesi agirono a Napoli da occupanti e da predoni: impedirono la formazione di un esercito repubblicano indipendente, imposero tasse a loro beneficio e portarono via un bel pò di patrimonio artistico.
Allora spendo due parole di stima per il popolo di Napoli, non plebe ma popolo, che da solo e disarmato fermò l'ingresso del più forte esercito d'Europa. Per due giorni sbarrò ogni strada e capitolò solo perché tradito dai giacobini locali che consegnarono con la frode il forte di Sant'Elmo ai francesi.
Credo che il popolo avesse ragione di stare dalla parte dei suoi re, perché con loro erano cittadini di una capitale europea e coi francesi diventavano provincia d'oltremare. Napoli si è mal adattata a ogni riduzione di rango.
Non ho paura di mettere anche gli italiani in fondo all'elenco degli occupanti del golfo, perché questo furono i Savoia traghettati dai Mille. Garibaldi non veniva a liberare Napoli ma a prenderla e si affrettò a spiegarsi meglio confermando a prefetto il famigerato Liborio Romano, capo della polizia borbonica.
A Napoli mancò uno straccio di re che capisse che nell'Europa delle nazioni l'Italia era destino inevitabile. Mancò un re che stipulasse coi modesti Savoia, signori di una provincia subalpina, un contratto Italia almeno alla pari, non tra occupanti e occupati. Napoli da allora è una capitale europea abrogata, non decaduta ma soppressa, come se Londra fosse stata soppiantata da Edimburgo.
Così è andata e questa è la materia della sua ragionevole strafottenza verso la condizione di capoluogo di regione. Se non si vede l'evidenza dell'enorme orgoglio assopito nei suoi cittadini, non si sta parlando di lei.
Ernst Bloch
Ma quasi sempre si entra in questo paese in modo sbagliato. Portandosi dietro desideri ed immagini fuorvianti, o per lo meno unilaterali. Sicché molto della vita italiana finisce per sfuggire. L'influenza della scuola e della cultura corrente rende invisibile quanto non è loro conforme. Ma nel Sud non esiste soltanto la misura classica, che esso sembra peraltro non stimare troppo. Non solo l'animale uomo che lì fiorisce così variopinto si oppone alla nobile semplicità e alla composta grandezza, ma anche quanto Goethe vide e quanto si è conservato fino ad oggi non è riducibile a pini e dadi. Non tutte le cose riposano ferme nella luce, nella loro bella forma antica e ben definite in ogni parte. Non a caso Walter Benjamin ha chiamato l'Italia "porosa"; ed è vero: intendeva con questo un intreccio nient'affatto antico ma barocco, privo di contorni ma non di legami, su cui non ci si dovrebbe continuare ad ingannare. Onorare la forma significa inoltre rispettare le distanze, e invece il popolo napoletano aspira a riscaldarsi nel contatto con gli altri con una particolare presenza e vicinanza. Vedere una brigata di Napoletani entrare in un locale, sparpagliarsi fra i tavoli , anche quelli già mezzo occupati, osservare l'intrecciarsi e il mescolarsi delle conversazioni è una vera lezione di "porosità"; non vi è nulla di aggressivo, come nel modo tedesco di prendere posto; tutto è invece cordiale ed aperto, una sinuosità diffusa e collettiva. Il privato, la delimitazione di una sfera propria, rimane ovunque quasi inconcepibile; così ancora oggi l'aspirazione a camere dal letto separate è inconciliabile con il concetto italiano di matrimonio, tanto inteso come comunione amorosa che come mero istituto giuridico. la lingua, soprattutto l'articolazione delle vocali, è sempre aperta, risuona da lontano, si effonde in libertà, sempre attenta a farsi notare; nessun uomo se ne sta lì come una ruvida colonna, come un'antica statua solitaria, piuttosto invece si formano gruppi barocchi, esuberanti, mutevoli; gesti bruschi svuotano ulteriormente la parola, la porgono in giro e così dai dialoghi si forma presto un coro. La lingua scorre, come gli zampilli dalla bocca della statua di una fontana, e le vocali hanno un timbro metallico affine, come i colori della carta stagnola che avvolge i cioccolatini, come il rame verde, dorato, azzurro, di un fuoco d'artificio italiano, questo spettacolo tra i più amati, questa epifania di splendore liquido.
Le abitazioni comuni non vengono tanto costruite secondo un progetto definito e destinato a quella sola abitazione, ma sorgono invece quasi a casaccio, stanza dopo stanza, così che sempre nuove stanze possano essere aggiunte all'occorrenza, sopra, adiacenti o vicine. il fatto che la maggior parte delle case italiane si estenda in larghezza non è dovuto all'antica predilezione per le linee orizzontali - come si può invece vedere a Pompei, dove le case, in modo completamente diverso, non si estendono in larghezza, ma intorno a uno spazio interno e privato. Se qualcuno ritenesse di aggirare il concetto di "porosità" con una semplice inversione di dentro e di fuori, ecco che ancora una volta la vita delle strade di Napoli dimostra quanto facilmente una città italiana riesca a farsi largo verso la strada.
Lì di sera greggi di capre sono ancora condotti attraverso la via principale, in mezzo al frastuono del traffico metropolitano, o negli angoli si mungono ancora le vacche. E intanto vicino avanza balzelloni un modernissimo autobus, che solo a fatica riesce a sorpassare una lussuosa carrozza funebre, addobbata con sfarzo, sovraccarica di fiori, riccamente intagliata - falci della morte e corone della vita eterna - , con accompagnamento di cento preti, musicanti dalle vesti colore del giacinto, prefiche, e tutti gli altri attributi del secolo del barocco, e spazio per chiunque voglia unirsi al corteo. Sui marciapiedi si vedono immagini dipinte con gessi colorati dai madonnari; la folla li applaude, getta loro monete, e dopo pochi minuti l'indiano ornato di piume o la Gerusalemme Liberata sono di nuovo calpestati; quadri senza cornice, improvvisati come la musica di strada. Anche il mondo artistico serio, ad esempio, il teatro, non è mai chiuso in se stesso; si fuma, si entra e si esce indisturbati, si chiacchiera, un'intensa vita sociale si svolge nei palchi anche durante lo spettacolo; fischi e grida di "bis!,bis!" interrompono continuamente , il pubblico diventa così partecipe della rappresentazione, e l'attore grazie alla "porosità" viene acclamato come un divo della ribalta. Tale confluenza di prossimità e lontananza, di seduzione sperimentata e di isolamento paradossale, di teatro-chiesa e di chiesa-teatro è al tempo stesso un tratto distintivo del cattolicesimo italiano, e a partire da esso del cattolicesimo di tutto il mondo. Il rintocco della campane bandisce una notizia e a un tempo invita alla devozione ; e nelle Madonne di cera sotto le campane di vetro, illuminate di notte, sembrano riunirsi, o addirittura scambiarsi i ruoli, la fiera annuale ed il mistero religioso.
La confusione o commistione di età e di epoche, di classi e di miti è a Napoli particolarmente sconcertante: floride ragazze e in loro compagnia donne anziane, dal naso lungo, con gli occhiali, orrende come le Forchiadi; poi di nuovo la chiesa a Piazza Mercato, piena di mendicanti, sotto il pesante e dorato sfarzo spagnolesco della chiesa, che fu concepita per i nobili, la cui presenza continua ad evocare [...].
Tutto questo venendo dal Nord non si voleva vederlo. Si cercava una vita assolutamente chiara, definita in ogni suo punto, diversa dal proprio mondo crepuscolare. Troppo pochi entrano in Italia dal Sud, spiegando il territorio davanti a sé come un tappeto, a partire da Palermo, o meglio ancora da Tunisi e dai suoi suq; allora sarebbe finito il contrasto ovvio e fortemente soggettivo con il Nord informe...E a partire da qui forse anche i tratti porosi si capiscono meglio. Essi sono in Italia più marcati che altrove, e tanto più marcati laddove ci si aspettano ancora forme statuarie. cercando l'origine di tale confluenza e mescolanza, molti pensano volentieri al sole, all'aria aperta; come se questo dovesse spiegare ciò che si oppone alla compostezza classica. Ma i Greci ed i Romani avevano lo stesso sole; esso dovrebbe semmai delineare i contorni con maggiore precisione ; allora si accorderebbero molto meglio alla porosità la luce e l'atmosfera del Nord Europa. Accade invece il contrario: le suddivisioni, la chiara facciata borghese e la ragione misurata sono proprie del Nord. Qual è dunque il contrario più esatto della porosità?
E' il lavoro parcellizzato al posto del modo di produzione artigianale, cioè la divisione capitalistica del lavoro e le scansioni matematiche dell'intelletto che ad essa corrispondono, al posto del senso per la forma definita che si evolve creativamente; in breve: la borghesia e la sua cultura sono il contrario della porosità, in quanto tali proprie soprattutto del rinascimento nord-europeo. Il Rinascimento, il cui compito borghese fu bruscamente interrotto dalla dominazione spagnola e dalla controriforma, è piuttosto - a nostro avviso - il dirottamento del medioevo arabo-bizantino verso il barocco, e non la rinascita del mondo antico; arte moresca, mai del tutto superata, e barocco sono tuttora le direttive più forti della cultura italiana. Entrambi costituiscono anche la porosità, entrambi scaturiscono da una volontà di pienezza e di totalità, solo erroneamente ricercata nel mondo antico. L'Oriente conosce ancora oggi l'intreccio, la concatenazione di tutte le espressioni vitali, caratteri della scrittura, linee della vita, l'arabesco, e come esso conduca dalla casa alla bottega artigiana , al mercato, alla moschea, dall'uno al tutto, dal tutto di nuovo a un punto qualsiasi del percorso. Ancora diverso e tuttavia con un'essenza ugualmente non statuaria , il barocco è orientato verso il transeunte, l'espressivo , verso la trasparenza di ogni fenomeno , verso la capacità di rispecchiamento di ogni monade, affinché essa possa a suo modo rappresentare e contenere l'intero universo.
Questo barocco non è nemmeno necessariamente "assenza di forma", piuttosto una forma diversa, più profonda, o tale per lo meno da non escludere nessun elemento del caos, come accade invece nell'arte classica; un'aspirazione quindi alla tuttilità , arricchita di allegorie incrociate e la cui radice è il bizzarro.
Italien und die Porositat 1965 trad. di V. Di Rosa.
Fernand Braudel
Dimentichiamo il malessere epidermico; Napoli affascina il visitatore frettoloso d'oggi, come ieri gli amministratori ed i soldati di Carlo V e di Filippo II, alle prese con gli enormi problemi di gestione di un agglomerato tanto vasto: il secondo, per popolazione, del Mediterraneo del XVI secolo, dopo Istanbul; il secondo, anche, del cristianesimo occidentale, dopo Parigi. Impossibile restarvi indifferenti. Ma essa sa, ha sempre saputo difendersi. Ed io mi dichiarerò volentieri colpevole di essermi dato vinto troppo rapidamente o di aver mancato della perseveranza o dell'astuzia necessarie.
Impossibile, nondimeno, per me non vagheggiare per Napoli una sorte diversa da quella che le conosco oggi e non invitare i miei amici italiani, per assaporarne reazioni, tanto più inorridite in quanto siano originari di Milano, di Bologna o di Firenze, a immaginare quale avrebbe potuto essere il destino dell'Italia ed il volto attuale di questa città se essa fosse stata preferita a Roma come capitale del nuovo Stato. Roma, che nulla qualificava a svolgere questo ruolo, salvo la sua leggenda e il suo passato, quando Napoli era - e di gran lunga - , malgrado i rapidi progressi di Torino, la sola città ad essere, verso il 1860-70, all'altezza del compito. Avrebbe saputo adattarsi a queste nuove funzioni?
Indubbiamente, la cosa più dura per lei sarebbe stata quella di rinunciare a sfruttare la penisola tutta intera, finalmente riunificata, come si era abituata a fare con tutto il Sud, e di inventare una suddivisione dei compiti e degli oneri, tra città e territorio, meno egoistica o più equa.....Non dimentichiamolo, essa sarà l'unica città dell'Occidente, dopo il riflusso dell'Islam, a dare il proprio nome ad un regno; qualcosa di più di una capitale, e l'asserzione di un diritto di proprietà eminente.
Ma l'errore dell'Unità risiede probabilmente altrove: nella volontà di costruire ad ogni costo uno Stato centralizzato su un modello francese del quale noi francesi abbiamo tanta difficoltà a disfarci oggi, voltando le spalle a ciò che faceva la sua ricchezza, quella pluralità di città abituate a dominare e guardare lontano. Si vagheggia volentieri di una rotazione, di cinque anni in cinque anni. Ma Napoli avrebbe saputo attendere tranquillamente? Temo di no:essa ama troppo la vita e le gioie della potenza per cedere a simili generosità....Facilmente la credo capace di un immenso coraggio, non del gusto del sacrificio. Non la vedo rientrare nei ranghi dopo avere occupato la prima pagina: per conservare questo posto, ha scelto di essere diversa.
Diversa lo è, indubbiamente oggi, che assume clamorosamente il ruolo che le si è voluto far recitare di "vetrina del Sud" e dei suoi problemi, in margine alle norme del mondo industriale e moderno. Provocata, io la sospetto volentieri d'aver fatto buon peso nella sua risposta e con successo indiscutibile: essa scandalizza ancor più di quanto le si chieda. Ma Napoli ha sempre scandalizzato, scandalizzato e sedotto. A cominciare dai sovrani, dai governi, dalle amministrazioni, che hanno voluto impossessarsene per mettere, attraverso di essa, le mani sull'intero Sud. Eccettuato Masaniello per qualche settimana, Napoli non si è data la pena di produrre alcun governante indigeno. Tutti sono venuti da fuori: Normanni e Angioini, Aragonesi e Castigliani, Spagnoli o Ispanofrancesi (coi Borboni), e di nuovo Francesi con Murat.
Tutti, anche, hanno dovuto fare i conti con questa città enorme, che sfuggiva loro incessantemente e che controllavano solo in apparenza. Ma tutti hanno finito per lasciarsi prendere dal gioco; ed io capisco come Murat abbia cercato disperatamente di salvare il suo trono e di averlo preferito, non senza coraggio, alla propria vita. Quale governo, oggi, sarebbe capace di un simile atteggiamento? Tenere Napoli è correre un rischio, e accettare di pagarne il prezzo. Nessuno, di quei sovrani di ieri, che non abbia dovuto annegare nel sangue di molteplici rivolte; nessuno, neppure, che non abbia lasciato dei rimpianti, nemmeno gli spagnoli, nemmeno i Borboni, che a Napoli hanno ancora i loro seguaci inconsolabili.
Ma tenere Napoli è anche potersene aspettare e ricevere molto: troppo spesso presentata come il modello della città parassita, che per finanziare il proprio lusso e le proprie miserie esaurisce tutte le risorse della sua campagna.Napoli è anche un luogo di creazione.Pensiamo al suo abbagliante Settecento - che quasi riconcilia il francese che io sono coi Borboni - in cui essa dona all'Europa l'archeologia, la musica, l'opera, l'economia, e molte altre cose ancora. E ciò senza mai cedere - ne è testimone Galiani - alle mode parigine : la sua relativa lontananza le assicurava il distacco necessario.
Questo che non è passato? Forse.Ma il Settecento era ieri: ci stiamo apprestando a festeggiare il secondo centenario della Rivoluzione francese.
E Napoli ha continuato a dare molto all'Italia, all'Europa e al mondo: essa esporta a..
E PER CHIUDERE:





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